Sono passati venticinque anni dalla pubblicazione dell’acclamato libro tuo e di Edward Herman ‘La fabbrica del consenso’. Quanto pensi sia cambiato nel modello della propaganda e dove la vedi agire più attivamente oggi

La fabbrica del consenso

Controllo sociale e informazione negli USA

21 / 11 / 2013

Noam Chomsky è conosciuto come critico di ogni forma di controllo sociale e sostenitore degli approcci alla democrazia e alla libertà incentrati sulla pratica del comune. Nel corso degli ulti decenni Chomsky si è fatto portavoce di una vasta gamma di iniziative dei movimenti sociali, da quelli no global a quelli ecologisti, da quelli no war a quelli occupy. In questo estratto dall’edizione ampliata appena pubblicata dalla Zuccotti Park Press del libro ‘OCCUPY: Class War, Rebellion and Solidarity’ Chomsky parla con Free Speech Radio News del controllo dei media, dell’indottrinamento e dell’importanza della solidarietà.

Catherine Komp: Sono passati venticinque anni dalla pubblicazione dell’acclamato libro tuo e di Edward Herman ‘La fabbrica del consenso’. Quanto pensi sia cambiato nel modello della propaganda e dove la vedi agire più attivamente oggi?

Noam Chomsky:  Beh, dieci anni fa abbiamo fatto una riedizione e abbiamo parlato di alcuni dei cambiamenti. Un cambiamento è che eravamo stati troppo limitati. C’è una quantità di filtri che determina il quadro del giornalismo e uno dei filtri era troppo pesante. Invece di ‘anticomunismo’, che è troppo limitato, avrebbe dovuto essere ‘paura del nemico inventato”. Dunque, sì, poteva essere anticomunismo; per la maggior parte è inventato. Prendiamo Cuba di nuovo. E’ difficile crederlo, ma per il Pentagono Cuba è rimasta classificata come una delle minacce militari contro gli Stati Uniti fino a un paio d’anni fa. E’ così grottesco!  Non si sa nemmeno se piangere o ridere. E’ come se l’Unione Sovietica avesse classificato il Lussemburgo come una minaccia alla sua sicurezza. Ma qui da noi queste cose sono in qualche modo accettate.

Gli Stati Uniti sono un paese molto impaurito. E c’è ogni sorta di cose che sono inventate per mantenere impaurita la gente. Dunque quello avrebbe dovuto essere un filtro e [ci sono state] alcune cose, ma penso fondamentalmente sia lo stesso.

C’è cambiamento. La Free Speech Radio non esisteva quando abbiamo scritto il libro e ci sono alcune cose su Internet che infrangono le imposizioni, come fanno il lavoro indipendente e cose come il libro di cui stavo giusto parlando quando siamo venuti qui, ‘Dirty Wars’ [Guerre sporche] di Jeremy Schahill, che è un’opera fantastica di giornalismo d’inchiesta sul terreno a proposito di quello che succede realmente nei paesi dove stiamo conducendo queste campagne terroristiche. E si parla un mucchio dei droni, ma non molto del fatto che sono armi terroristiche.

Se ce ne stessimo seduti qui a chiederci se tutto a un tratto ci sarà un bombardamento su questa stanza, perché forse vogliono uccidere tizio o ucciderci tutti o qualsiasi altra cosa, è qualcosa di terrorizzante. In realtà ne abbiamo visto un esempio spettacolare che non ricevuto solo un paio di righe sulla stampa. Pochi giorni dopo l’attentato alla Maratona di Boston c’è stato un attacco di droni contro un villaggio in Yemen, una specie di villaggio isolato. Obama e i suoi amici hanno deciso di assassinare un certo tizio. Così gli abitanti del villaggio se ne stavano seduti là e improvvisamente questo tizio viene fatto saltare in aria, e con lui tutti quelli che erano nelle vicinanze. Non penso ne sia stata data notizia a eccezione del fatto che una settimana dopo c’è stata una testimonianza al Senato di una persona del villaggio molto rispettata da Jeremy e da altri che la conoscono. L’uomo, Farea al-Muslimi, che ha frequentato le superiori negli Stati Uniti, ha testimoniato al Senato e ha descritto che cos’era successo nel suo villaggio. Ha detto che tutti conoscevano l’uomo che hanno assassinato e che avrebbero potuto catturarlo facilmente, ma era più facile ucciderlo e terrorizzare il villaggio. Ha detto anche qualcos’altro di importante. Ha detto che i suoi amici e vicini sapevano qualcosa degli Stati Uniti principalmente per i suoi racconti delle “esperienze straordinarie” che lui aveva fatto da noi. * Ha detto che il bombardamento statunitense li ha trasformati in persone che odiano gli Stati Uniti e vogliono vendetta; questo è quanto basta. E in realtà questo intero sistema terroristico sta creando nemici e minacce più rapidamente di quanto uccida sospetti, senza parlare di quanto è orribile.  Queste cose proseguono e, tornando a Jeremy, il suo libero ne denuncia una gran quantità e anche gli exploit dell’esercito segreto dell’esecutivo, JSOC, il Comando Congiunto delle Operazioni Speciali. E’ pericoloso, ma è il genere di cose che un giornalista d’inchiesta potrebbe fare, e lui l’ha fatto. Oggi c’è più di questo, fortunatamente, rispetto ad allora.

Dunque, un certo progresso.

Sì. D’altro canto il sistema di indottrinamento è diventato incredibilmente potente. Gli esempi che ho citato, come le leggi sul diritto al lavoro … è parecchio sconvolgente che possano succedere cose simili. Così io direi che la stessa disuguaglianza si è manifestata nel dibattito nazionale su Occupy, ma il divario di ricchezza a danno delle famiglie nere e latinoamericane genera raramente dibattito o titoli sui giornali. Che ruolo dovrebbero svolgere i media – in particolare i media indipendenti – nell’assicurare che questioni di interesse pubblico critico come queste siano al primo posto?

I media indipendenti dovrebbero raccontare la verità su cose che contano. Questo è un compito molto diverso da quello dei media commerciali. Essi hanno un compito. Ci si aspetta che siano obiettivi e l’obiettività ha un significato suo nel mondo del giornalismo. Di fatto, viene insegnato nelle scuole di giornalismo. Obiettività significa riferire onestamente e accuratamente cosa succede nei circoli influenti di Washington, nel governo. Dunque questi sono i vincoli. Ci sono i Democratici e ci sono i Repubblicani. Riferisci onestamente quello che dicono – mantenendo un equilibrio e così via – e allora sei obiettivo. Se vai oltre questo e poni domande a proposito dei vincoli, allora hai dei pregiudizi, sei soggettivo, emotivo, forse anti-americano, qualsiasi sia l’insulto del giorno. Dunque quello è un compito e, sai, lo si può capire dal punto di vista del potere consolidato. E’ un prisma distorcente con un impatto enorme. Anche solo il quadro di ciò cui si guarda.

Prendiamo, per esempio, i problemi interni attuali. Abbiamo “il sequestro” [il blocco della spesa governativa – n.d.t.] che sta danneggiando l’economia e ciò, in realtà, è ammesso. Ma che cosa riguarda? Beh, riguarda il deficit. A chi interessa il deficit? Alle banche, ai ricchi e via di seguito. Di cosa si interessa la popolazione? Del lavoro. In realtà questo è stato addirittura studiato. Ci sono un paio di studi professionali che hanno verificato questa questione. Emerge che l’interesse per il deficit cresce con la ricchezza e il motivo è che i ricchi sono preoccupati perché forse un giorno in futuro potrebbe esserci un po’ d’inflazione, che non è una cosa buona per i creditori. Va bene per i debitori. Dunque, pertanto, dobbiamo preoccuparci del deficit, anche se si distrugge l’occupazione.

La gente ha idee molto diverse. Dice ‘no, noi vogliamo posti di lavoro’. E ha ragione. Posti di lavoro significano stimolo alla domanda e il governo deve fare questo. Le imprese hanno soldi che escono loro dalle orecchie, ma non li investono perché non c’è domanda. I consumatori non possono colmare il vuoto perché soffrono per l’impatto dei crimini commessi dalle banche. Naturalmente le imprese sono più ricche che mai. E’ così che funziona a non è di questo che si discute nei circoli influenti di Washington. Così riesci a ottenere qualche commento ai margini, ma l’interesse centrale deve essere sul terribile problema del deficit, che forse potrà essere un problema prima o poi nel futuro, ma non un problema molto serio.

In realtà i politologi professionisti hanno svolto un lavoro parecchio buono su un tema specifico relativo a questo. Questo è un paese fortemente indagato da sondaggi, così si riesce a sapere molto sull’atteggiamento del pubblico e ci sono studi molto buoni sul rapporto tra l’atteggiamento del pubblico e la politica pubblica e sugli atteggiamenti che differenziano. Ed emerge che forse il settanta per cento della popolazione, il settanta per cento inferiore quanto al livello del reddito, è privato dei suoi diritti. Cioè la sua opinione non ha alcuna influenza sulla politica. I senatori non gli prestano attenzione.

Salendo lungo i livelli di reddito si ha maggiore influenza. Quando si arriva proprio al vertice, e qui il movimento Occupy è stato un po’ fuorviante, non si tratta dell’un per cento, è un decimo dell’un per cento. Quando si arriva al decimo dell’un percento che si trova al vertice, dove c’è una concentrazione di ricchezza immensa, non si può neppure parlare di influenza. Ottengono quello che vogliono. E’ per questo che le banche che hanno creato la crisi, spesso con azioni criminali, non solo la fanno franca ma diventano ancor più ricche, più potenti e più grandi che mai. Leggendo la stampa finanziaria si può apprendere c’è stato qualche reato qui è là, forse uno schiaffetto sulla guancia o qualcosa del genere a qualcuno.

A causa di ciò quello che succede nei circoli influenti di Washington riflette la ricchezza e il potere. Le elezioni sono fondamentalmente comprate. Conosciamo la storia. Dunque “obiettività” nei media commerciali significa guardare il mondo con gli occhi degli estremamente ricchi e potenti nel settore delle grandi imprese. Ora, non è il cento per cento quello che viene da loro. Ci sono molti giornalisti molto onesti che fanno ogni genere di cose. Leggo la stampa nazionale e apprendo da loro e così via, ma il grosso è distorto in quella direzione. E’ un po’ come i filtri in La fabbrica del consenso. E tornando al tuo punto quello che la stampa indipendente dovrebbe fare è quello che dovrebbe fare la stampa nazionale, guardare al mondo dal punto di vista della popolazione.  Questo vale per ogni tema; si possono scegliere quasi a caso.

Il movimento Occupy ha avuto numerosi successi parecchio importanti: Occupy Sandy [i soccorsi in occasione dell’uragano – n.d.t.], Occupy Our Homes [‘Occupiamo le nostre case’ – la campagna contro i pignoramenti – n.d.t.], Strike Debt [Sciopero del debito - Lotta contro l’indebitamento –n.d.t.] e il Rolling Jubilee [si potrebbe forse tradurre come ‘Giubileo a valanga’; il riferimento è all’anno biblico del giubileo con la remissione dei debiti; la campagna raccoglie fondi per acquistare sul mercato, a prezzo molto inferiore al nominale, debiti delle famiglie e cancellarli – n.d.t.]. Ma come pensi sarà un movimento post-Occupy? Che cosa c’è in arrivo?

Le tattiche di Occupy sono state notevolmente vincenti. Se mi fosse stato chiesto un mese prima di Zuccotti Park se l’iniziativa andava realizzata avrei detto: “Siete matti”. Ma ha funzionato estremamente bene. Ha semplicemente appiccato un incendio dovunque. La gente stava soltanto aspettando che qualcosa facesse balenare la scintilla. Ed è stata una cosa estremamente riuscita, ma è una tattica e le tattiche non sono strategie. Le tattiche hanno un’emivita; producono risultati decrescenti. E, in particolare, una tattica come questa susciterà antagonismi, perché la gente non vuole vedere turbata la propria vita, eccetera. Sarà facile alimentarla come stai facendo con i dipendenti pubblici. Dunque è una tattica che andava rivista. Francamente quando la polizia ha represso l’occupazione è stata un’azione feroce e brutale e non doveva essere condotta così. Ma per certi versi non è stata una cosa cattiva, perché ha indirizzato le persone a quello che dovevano fare dopo. E quello che devono fare dopo è rivolgere l’azione all’intera popolazione. Scegliere i temi che davvero importano alla gente. Esserci quando la gente ne ha bisogno, come nel caso di Sandy. Esserci quando ci sono i pignoramenti. Concentrarsi sull’indebitamento. Concentrarsi sull’imposta sulle transazioni finanziarie, che andrebbe istituita. Nessun altro la sta menzionando. E’ questo ciò che il movimento Occupy dovrebbe fare e non solo come movimento nazionale, bensì come movimento internazionale.

Colpisce davvero che ci siano diramazioni di Occupy in tutto il mondo. Ho parlato a movimenti Occupy a Sidney, in Australia, e in Gran Bretagna, dappertutto. Dovunque si vada c’è qualcosa. E si collegano ad altre cose che stanno accadendo, come gli Indignados in Spagna; le iniziative degli studenti in Cile, che sono parecchio notevoli; cose in Grecia, che sono enormi; e persino movimenti nelle parti periferiche dell’Europa che cercano di lottare contro i brutali regimi d’austerità, che sono peggiori di qui e che semplicemente stanno strangolano le economie e distruggendo il contratto sociale in Europa. Noi sembriamo progressisti in confronto con l’Europa.

Dunque quello è un futuro in cui bisogna confidare, comprese cose quelle di cui abbiamo parlato prima, sostenendo e forse anche avviando cose come imprese di proprietà dei lavoratori e amministrate dai lavoratori. Suona riformista, ma è rivoluzionario. Sta cambiando – o almeno gettando i semi del cambiamento – la struttura di base della società in un modo fondamentale. Perché le banche dovrebbero essere proprietarie delle imprese in cui la gente lavora? In che modo sono affari loro? Perché devono decidere se devi trasferirti in Messico o in Bangladesh o in qualsiasi altro posto sarà? Perché non dovrebbero essere i lavoratori, o le comunità, a decidere? C’è molto da dire su questo.

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