La linea spezzata del movimento degli studenti

17 / 10 / 2008

Innanzitutto la cronaca. Un’assemblea convocata nell’aula Magna del Rettorato de La Sapienza di Roma per chiedere al neorettore Frati la sospensione dell’anno accademico contro i provvedimenti del Governo in materia di Università. Alle 10 la decisione di concentrarsi nel piazzale della Minerva a causa dell’enorme quantità di studenti arrivati in corteo da tutte le facoltà, circa 5000 persone. Alle parole di Frati, che hanno riproposto il vecchio ritornello opportunista sulla giustezza delle ragioni della lotta e l’inadeguatezza delle forme, gli studenti hanno risposto con determinazione formando un corteo spontaneo che, divenuto di 10.000 persone, ha bloccato il centro della città e la stazione Termini e ha deciso di occupare la Facoltà di Lettere per prepararsi al meglio allo sciopero generale di oggi indetto dai sindacati di base.
Una giornata lunghissima e senza respiro, dove alla straordinaria partecipazione alla lotta si è accompagnata un altrettanto straordinaria capacità di incidere, spiazzare e lasciare il segno. Era da molto tempo che non si assisteva a qualcosa del genere.
Eppure chi guardasse a queste mobilitazioni tentando di scovare un qualche tratto familiare, linea di continuità o filiazione rispetto ai vecchi movimenti universitari, rimarrebbe deluso. L’«anno zero» è arrivato anche per le soggettività. Nelle assemblee non c’è traccia di memoria dei vecchi movimenti universitari, e quando viene riesumata, è vissuta con insofferenza. Non si trovano negli interventi quelle formule magiche a cui la retorica della sinistra ci aveva abituato. Neanche l’anti-berlusconismo, molto forte nelle mobilitazioni del 2001 e del 2005, sembra essere un argomento granché gettonato negli interventi degli studenti. Si ha l’impressione di trovarsi di fronte ad una generazione compiutamente post-ideologica, così estranea al lessico della sinistra storica da fare discorsi, talvolta, che suonano un po’ strani anche alle orecchie del militante di movimento con qualche anno alle spalle. Se la consolante litania sulla difesa del carattere statale dell’università si scontra con la profonda disillusione prodotta da vent’anni di dequalificazione dei contenuti della didattica e il disprezzo nei confronti del permanere di una gestione feudale e parassitaria delle alte sfere del corpo accademico, la minaccia dell’invasione dei privati nella cittadella del sapere viene trattata poco più che come una barzelletta a cui, del resto, non credono neanche quelli che la raccontano sulle pagine dei giornali. Il mutamento di percezione, linguaggio e aspettative affonda le radici in una nuova esperienza del percorso formativo.
Si dice spesso che l’università ha smesso di essere un «ascensore sociale», capace di promuovere la mobilità di chi vi entra preparandolo al mercato del lavoro. Ci si dimentica di dire che chi l’attraversa è già completamente immerso nel mercato, conoscendo livelli di sfruttamento estremi. L’esperienza degli stage e dei tirocini divenuti parti sempre più importanti nel percorso degli studi, è esemplificativa di quanto il carattere presuntamente preparatorio della formazione, si traduca, nell’università statale, nella forma della prestazione gratuita. Lo studente «anima bella» spaventato dalle insidie del mercato non esiste semplicemente più, perché nella concretezza, ha cessato di sussistere la separazione tra il momento formativo e quello lavorativo.
«Non paghiamo la vostra crisi», non è quindi solo uno slogan a difesa del pubblico, ma anche il grido di rabbia di chi non vuole accettare un ulteriore deprezzamento del proprio valore, della propria capacità creativa. La preminenza che in questo movimento assumono le metafore economiche nella descrizione della battaglia da combattere, lo distinguono drasticamente dai precedenti e lo inseriscono in uno scenario di nuovo tipo.
Se esiste un riferimento ad altri movimenti universitari, questo è sicuramente il movimento francese contro il Cpe, richiamato ampiamente all’interno delle assemblee di questi giorni. Non solo, certamente, perché le mobilitazioni che scossero la Francia nel 2006 dimostrano che è possibile attraverso il conflitto raggiungere obbiettivi ritenuti inarrivabili, come il ritiro di una legge già approvata da un governo di centro destra (situazione in questo senso simile a quella che ci troviamo di fronte in questo momento), ma anche perché l’essenza di quel riferimento parla la lingua comune di lotte contro il «declassamento» del lavoro cognitivo, cioè di quella che è diventata la forma egemone del lavoro contemporaneo.
L’apertura di queste lotte alla società intera, costituisce quindi al tempo stesso la sfida inaggirabile per una possibile vittoria e la consapevolezza che l’aura dell’università è solo un ricordo per inguaribili nostalgici. La giornata di ieri a Roma, tra l’insofferenza a rimanere chiusi nella città universitaria e il blocco selvaggio del traffico e della mobilità, lo stanno a dimostrare.

Vedi anche:
Se una pantera si mette in libertà di Francesco Raparelli
L'Università dismessa. Intervista a Gigi Roggero
Materiali dell'assemblea proposta dalle reti e collettivi della formazione. Cs Rivolta, Marghera (VE) 11.10.08

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