Dal dossier Gli Invisibili (dedicato al lavoro autonomo e all'impresa sociale) del secondo numero della Free press romana DINAMO

La nuova generazione

Terziario avanzato e lavoro autonomo

22 / 3 / 2010

Che il mercato del lavoro sia in ebollizione è cosa nota. Non siamo più nei tempi in cui la stabilità del lavoro rappresentava una delle poche certezze della vita. Tuttavia, l’implosione della fabbrica fordista, con il suo carico di gerarchia, comando, subordinazione e alienazione, non ha liberato potenzialità e opportunità di vita migliori. Anzi. Venendo meno la differenza tra tempo di vita e tempo di lavoro, più che liberare la vita, ha fatto sì che essa sia stata sempre più sottomessa al ricatto del lavoro.

Tutto è cominciato alla fine degli anni Settanta, quando le prime strategie di delocalizzazione (outsourcing) e di snellimento della grande fabbrica (downsizing) hanno scomposto l’organizzazione rigida dei siti industriali, prevalentemente situati nel nord-ovest del paese. Nuove filiere produttive si sono evolute in direzione est e sud-est. L’asse pedemontano che da Milano arriva a Trieste, passando per Bergamo Brescia, Verona, Treviso, Udine è diventato uno dei centri della produzione manifatturiera italiana. Parimenti, lungo la via Emilia, verso Bologna e lungo la dorsale adriatica, si è espanso un modello di industrializzazione diffusa, eminentemente metalmeccanico, specializzato nei rapporti di subfornitura con le grandi imprese internazionali.

Al di là delle analisi di comodo (“piccolo è bello!”) finalizzate all’oblio dei conflitti sociali degli anni Settanta, si definisce in questo quadro una nuova composizione sociale del lavoro. In uno dei primi libri che analizzava gli effetti delle trasformazioni tecno-produttive in epoca post-fordista, Sergio Bologna aveva coniato la fortunata espressione di lavoro autonomo di seconda generazione. Con essa si intendeva l’emergere di nuove soggettività del lavoro che andavano oltre la figura tipica del lavoratore salariato fordista. Si trattava di analizzare e comprendere la nuova filiera del comando capitalista sul lavoro, nel momento stesso in cui la centralità della fabbrica, luogo produttivo omogeneo, si scomponeva e tracimava nel territorio. Il nuovo lavoro autonomo (appunto di seconda generazione) era adesso funzionale all’attività di impresa, al capitale, in un contesto in cui la struttura reticolare di impresa diventava il nuovo modello organizzativo. In tal modo, si stemperava il conflitto capitale-lavoro e si avviava il processo di frammentazione del lavoro stesso e delle sue soggettività. Dal lavoro subordinato, omogeneo, sindacalmente rappresentabile, si passava così al lavoro autonomo, formalmente indipendente, ma eterodiretto, fuori da ogni regola e controllo sindacale.

Negli ultimi dieci anni, dopo una crescita quantitativa negli anni Settanta e Ottanta, le statistiche ufficiali ci dicono che formalmente il numero dei lavoratori autonomi si è ridotto, quasi a significarne la decadenza. In realtà, se svolgiamo un’analisi rigorosa, ci accorgiamo che è fortemente aumentato il numero delle piccolissime imprese con meno di tre addetti. L’Istat considera tali imprese come attività imprenditoriali vere e proprie. Il 37,4% degli occupati nell’economia di mercato, pari a circa 5,5 milioni di persone, lavora in cosiddette “imprese” la cui dimensione media non supera i 2,7 addetti. Il numero di tali microimprese fa sì che l’Italia si collochi al primo postoper la percentuale di addetti in microimprese (47% del totale), davanti alla Polonia (41%), al Portogallo (40%) e alla Spagna (39%). Ora, l’impresa capitalistica si definisce per tre gradi di libertà: di decidere come produrre, quanto produrre e il prezzo a cui produrre. La stessa Istat calcola che gli imprenditori con tali caratteristiche non siano più di 440.00 unità.

Ne consegue che la stragrande maggioranza delle microimprese non appartengono alla sfera del capitale, bensì a quella del lavoro. In altre parole, il mondo del lavoro è oggi costituito da una moltitudine di soggetti: lavoro dipendente, lavoro formalmente autonomo ma eterodiretto, microimprese incatenate alla filiera di subfornitura. Iniziare a ragionare in questi termini, ci consentirebbe di cominciare un ragionamento di ricomposizione sociale e politica a partire dal tema di un’unica e omogenea protezione sociale e di un unico sistema di tassazione (welfare metropolitano).

Nel corso degli anni Novanta e del primo decennio del Duemila, la fase postfordista ha termine per lasciare spazio all’avvio vero e proprio del capitalismo cognitivo. Il nuovo paradigma socio-economico, basato sullo sfruttamento delle dinamiche di apprendimento (generazione di knowledge) e di rete (sua diffusione), si caratterizza per una forte specializzazione verso le produzioni immateriali, in un contesto di organizzazione del lavoro che fa perno sul rapporto contradditorio tra cooperazione e gerarchia: la prima nasce dalla natura sociale dei processi di rete e di apprendimento, la seconda deriva dalla crescente precarietà del lavoro e dalla sua condizione esistenziale di subalternità e ricattabilità. In questo contesto il lavoro autonomo di seconda generazione inizia a cambiare fisionomia. Nuove soggettività si sviluppano e la composizione sociale tende a modificarsi. La classica figura del lavoratore autonomo inserito nella filiera dei servizi materiali alle imprese, legata alla logistica delle merci, si compenetra con la crescita, non sempre lineare, di un terziario immateriale legato alla creazione e alla circolazione degli immaginari, dei linguaggi e dei simboli (editoria, media, software, design, servizi finanziari e immobiliari, ecc.). Nelle realtà più avanzate, come a Milano, più del 35% del valore aggiunto viene prodotto nel terziario immateriale avanzato, contro un 32% dei servizi legati alla merce e una quota inferiore al 30% per le attività industriali. E’ nel terziario immateriale che si definisce una nuova figura di lavoro autonomo di “terza” generazione. Essa è costituita da soggetti giovani, prevalentemente di genere femminile (processo di femminilizzazione del lavoro), con un grado di cultura medio alto (processo di scolarizzazione di massa). A differenza di quella precedente, questa generazione non ha alle spalle una tradizione di lavoro subordinato-stabile: essa entra nel mercato del lavoro in una posizione che è subito di precarietà e incertezza. Non ha alle spalle una tradizione di lotte per la conquista di diritti sociali e di cittadinanza. Le tipologie contrattuali sono sempre più un misto tra subordinazione effettiva e indipendenza formale, sul crinale della parasubordinazione, della partita Iva, dello stage. In un contesto di lavoro cognitivo-relazionale, inoltre, la separazione tra vita e lavoro, tra lavoro vivo e lavoro morto, diventa sempre più esigua.

È su questo crinale che si gioca da un lato la ricattabilità del lavoro e dall’altro l’illusione del successo. E’ su questo crinale, che è necessario fondare una nuova politica di welfare, che sulla garanzia di accesso ai beni comuni e alla continuità di reddito definisca i suoi cardini principali.

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