La violenza machista dei "bravi ragazzi"

Un testo inviato alla nostra redazione che racconta quanto può essere faticoso per una donna denunciare una molestia

27 / 11 / 2021

Riceviamo e pubblichiamo il testo di una donna di 31 anni, avvocata, che ha deciso di raccontare la molestia subita da 5 ragazzi e le difficoltà che ha avuto nel momento in cui ha deciso di sporgere denuncia.

Queste parole hanno un principale obiettivo: raccontare quanto può essere faticoso per una donna denunciare una molestia.

Sono una donna di 31 anni, sono single, e nella vita faccio l'avvocato.

Abito da sola, in centro, in una piccola provincia toscana.

Qualche sera fa ho fatto tardi con un gruppo di amici (non ci sarebbe bisogno di dirlo, ma lo dico comunque, ero perfettamente sobria e completamente lucida, avrei potuto sostenere un bel viaggio in autostrada). 

Verso le tre ho salutato gli ultimi irriducibili e mi sono diretta verso casa.

Un amico mi ha chiesto se avessi voluto essere riaccompagnata, io l'ho preso amorevolmente in giro, e ho declinato l’offerta.

In effetti, casa mia era distante tre minuti a piedi dal punto in cui eravamo, tutti abbiamo convenuto che non mi sarei certo persa. 

Quando sono arrivata sotto casa ho trovato cinque ragazzi, più o meno miei coetanei, appoggiati al portone. 

Mi sono avvicinata chiedendo cortesemente permesso perché dovevo entrare. 

Si, mi sono fatta ingannare dal fatto che erano cinque giovani, italiani, ben vestiti, e che davanti a casa mia c’è un paninaro sempre aperto.

Ho creduto che stessero aspettando di finire la serata e non ho certo pensato che potesse succedermi qualcosa.

Forse, e lo dico a malincuore, se fossero stati stranieri mi sarei spaventata di più. E questo è veramente triste e mi dispiace profondamente di essere stata condizionata da questi pensieri inconsci: ma tant'è, inutile mentire. 

Appena mi sono avvicinata alla porta, uno di questi cinque, supportato dalla combriccola, ha iniziato a dirmi che il mio portone si apriva con un pugno e che ero stata fortunata a trovare lui e loro, “dei bravi ragazzi”.

Ha tirato un pugno alla porta e mi ha fatto vedere di poterla aprire così, io ho fatto presente che avevo infilato le chiavi e mi sono comunque arrabbiata per quello che aveva fatto. Lui, di tutta risposta, ha insistito, ha richiuso la porta e l'ha nuovamente riaperta a pugni. Intanto continuava a ripetere come fosse possibile che una bella ragazza come me potesse abitare in un posto del genere, mi ha ripetuto che ero stata fortunata a trovare lui e i suoi amici, appunto, “dei bravi ragazzi”.

Mentre il primo prendeva a pugni il mio portone sostenendo di essere un bravo ragazzo, uno del gruppo lo invitava a raccontarmi che mi avevano rubato una lampadina. Io, intanto, aprivo di nuovo la porta provavo ad accendere la luce e mi rendevo conto che, in effetti, la luce non c’era più.

Ero molto infastidita, mi sono arrabbiata con loro e ho chiesto incredula se davvero mi avessero rubato la lampadina. Di tutta risposta hanno negato ed hanno iniziato a dire di non preoccuparmi del buio,  che mi avrebbero accompagnato loro al mio appartamento su per le scale, facendomi luce con il telefono.

Il primo di questi, quello a me più vicino, ha insistito particolarmente, supportato dagli altri, per entrare in casa con me.

Ho cominciato ad avere paura, ma ho cercato di sdrammatizzare, mi sono ripetuta nella mente, più volte, che stavano solo giocando.

Sono riuscita a chiudermi la porta alle spalle e ho provato a ignorare le loro insistenze. Sono entrata in casa, mi sono chiusa dentro, a tre mandate, e ho pensato “dai, tranquilla, ora se ne vanno".

Non se ne sono andati.

Ho iniziato a sentire i loro commenti su di me, sul mio aspetto fisico.

Urlavano, sotto la mia finestra, parlando di me senza alcun pudore.

Mi cercavano, cercavano il mio nome sul campanello, li ho sentiti chiedersi come avrebbero fatto a trovarmi.

Io sono rimasta in silenzio, ho continuato a ripetermi che se ne sarebbero andati sicuramente di lì a poco.

Non se ne sono andati.

Hanno iniziato a tirarmi dei sassi alla finestra, continuando con i commenti su di me. 

Io sono rimasta in silenzio, al buio, nascosta e spaventata come un topo, in casa mia.

Scrivo ad un amico, gli dico che sono nel panico e che non so che fare, lui mi dice che mi può raggiungere, ma sono le quattro di notte, ci ripenso, mi dico che non voglio esagerare, gli dico di non preoccuparsi, che tanto sicuramente se ne stanno andando.

Mi ripeto, ancora una volta, che stanno solo scherzando.

Non se ne sono andati.

Hanno continuato a lanciare i sassi, hanno continuato a chiamarmi, hanno continuato con i commenti.

Ad un certo punto ho sentito una botta.

Avevano di nuovo aperto a pugni il portone del mio condominio.

Sono entrati nelle scale, sono arrivati davanti alla mia porta, hanno continuano a cercarmi, a fare commenti su di me, a ridere tra loro, a chiamarmi, ad urlare dietro la mia porta, a chiedere le mie attenzioni e a lamentarsi per l’assenza del mio nome sul campanello.

Io, intanto, ero sempre in silenzio, al buio, spaventata in casa mia, con cinque uomini dietro la porta.

No, non stanno scherzando, mi stanno molestando, sono entrati in casa mia senza il mio consenso, mi hanno rotto il portone, e mi hanno pure rubato una lampadina.

Ho pensato davvero di dover chiamare la polizia, sono perfettamente consapevole che queste persone hanno commesso almeno diversi reati, ma ho avuto paura.

Ho avuto paura che la polizia non arrivasse in tempo, che loro si accorgessero della chiamata che scappassero per poi farmela pagare.

Sono rimasta inerme. Ho sentito gli ultimi commenti, ho sentito chiudere di nuovo il portone.

Se ne sono andati.

Io sono rimasta insonne, spaventata a chiedermi quanto fosse giusto essermi spaventata così.

Passa la notte, chiudo gli occhi qualche ora.

Mi sveglio stanca, arrabbiata, vorrei urlare al mondo cosa mi è successo, vorrei picchiare tutti gli uomini che ci provano con le donne, vorrei dire che mi fanno schifo.

Vorrei spiegare a tutti come mi sono sentita.

Poi bevo il caffè e capisco di dover sporgere denuncia.

Arrivo nel pomeriggio dai carabinieri, mi affaccio dal piantone e spiego di dover denunciare dei fatti che ho subito la notte precedente.

Il carabiniere non batte ciglio, mi risponde svogliato "e che fatti?".

Chiedo se davvero la denuncia vada sporta in piedi in un ingresso potenzialmente trafficato, dove arrivano persone di continuo. Mi risponde di sì. 

Comincio quindi il mio racconto e ciò che il carabiniere recepisce è che io voglio denunciare il furto in abitazione di una lampadina.

Ha in mano dei fogli, cerca -evidentemente- una qualche risposta sulla qualificazione dei reati che gli sto descrivendo.

Mi dice che la lampadina non è un oggetto di valore e mi invita a non sporgere denuncia ed ad andarmene.

Insisto: “guardi che ci sono altri aspetti”.

Lui mi risponde che in un caso così si procede sempre per il furto in abitazione.

A quel punto mi qualifico e spiego che sono un avvocato.

Lui chiama il maresciallo, butta giù la telefonata e mi ripete " dice il maresciallo che se la refurtiva non è di valore c'è ben poco da fare signora, anche volendo fare un processo non avrebbe un risarcimento".

Spiego che il mio obiettivo non è il risarcimento dei danni relativo al furto della lampadina, ma che io voglio denunciare questi fatti che integrano, tra l'altro, una molestia.

Arriva il maresciallo, questa volta dico subito che insisto e che sono un avvocato.

Lui mi risponde: " e io sono il maresciallo dei carabinieri, cosa crede lei di poter venire qui a farci perdere tempo, dire che vuole fare denuncia e che non le interessa il processo".

Spiego al maresciallo (a questo punto molto arrabbiata) che non è quello che ho detto e che, ad ogni buon conto, non costituirmi parte civile in un eventuale processo è un mio diritto, ma che posso altresì partecipare come persona offesa e, soprattutto, che sporgere denuncia è un mio diritto e un suo dovere riceverla.

"Ah ah, e va be' allora mi dica che è successo". 

Inizio il racconto e alla terza parola mi ferma e inizia ad incolparmi perché non ho chiamato le forze dell’ordine.

Ripete che adesso è inutile pretendere di fare denuncia. “Si doveva segnalare il fatto lì per lì, lei perché non lo ha fatto”.

Nel suo tono percepisco che non mi crede, che pensa che io voglia solo fargli perdere tempo, che se davvero avessi avuto paura certamente avrei chiesto e chiamato aiuto.

Invece, io non ho chiamato proprio perché avevo paura. Strana la mente eh?

Provo -senza successo- a spiegarlo al maresciallo, mentre penso a quanto sia assurdo che io stessa mi stia difendendo per essere stata molestata.

Comunque, lui continua a rifiutarsi di ascoltarmi.

Alzo effettivamente la voce e ricordo al maresciallo che sono la persona offesa di ben tre reati, e che è assurdo incolpare me di non essere stata una vittima lucida e di non aver chiamato la polizia quando dovevo.

Rappresento nuovamente che il suo dovere è ascoltare il mio racconto e che mi calmerò solo quando lo farà.

Inizia ad oppormi che la denuncia è inutile, perché non saprebbero che indagini fare.

Spiego al maresciallo che non sapere che indagini fare non è un motivo per non farmi fare denuncia e che comunque, sebbene le indagini non siano compito mio, potrebbero sentire come persone informate sui fatti gli esercenti dell'attività che era aperta in quel momento davanti a casa mia, verificare se ci sono telecamere, ascoltare la descrizione di almeno uno di questi soggetti che ho visto, che posso descrivere, e rispetto al quale potrei sostenere un riconoscimento.

A quel punto sono passati 25 minuti, sono sfinita, e finalmente mi viene concesso di raccontare quanto mi è successo.

Ho dovuto insistere per 25 minuti per far valere un mio diritto contro le forze dell’ordine.

Ci sono riuscita perché sono abituata a farlo, perché le risposte tecniche le conosco e soprattutto perché conosco i miei diritti.

Il problema è che le forze dell’ordine sono proprio l’istituzione cui è demandato il compito di tutelari i miei diritti, sia cercando di impedire che vengano aggrediti che provando ad intervenire per la repressione di quelle stesse lesioni.

Al termine del racconto il maresciallo si scuserà, mi dirà che ho fatto bene a fare denuncia, che è colpa del piantone perché è giovane e non ha capito, che lui si è arrabbiato perché è dispiaciuto di non averli potuti prendere subito.

Io mi alzerò, stremata per aver difeso me stessa contro chi avrebbe dovuto tutelarmi e per aver poi dovuto raccontare una molestia che ho subito, riferire cose dette a me e su di me, con un misto di dispiacere, vergogna e rabbia.

Io ci sono riuscita, perché forse avevo gli strumenti per farlo, ma mi sono chiesta quante persone, quante donne, dopo aver combattuto contro un loro senso di vergogna siano state cacciate dal piantone e si siano sentite sbagliate, per aver creduto di aver subito un danno.

Queste donne, alla fine, si saranno risposte che si, stavano solo giocando.

Poi mi sono detta che sono quelli che non prendono la denuncia il motivo per cui all’inizio diciamo a noi stesse che non dobbiamo esagerare.

E allora mi sono detta che devo fare questo racconto.

Forse non arriverà a tutte le orecchie a cui spero che arrivi, ma già se riesce a zittire qualche “stanno solo giocando” avrò ottenuto qualcosa.

Dobbiamo ricordarci che la molestia è un reato, anche se nella previsione di legge si potrebbe davvero fare di meglio, così come è un reato la violazione di domicilio.

Non solo.

Questi sono reati, come le sono le minacce, oltre alle violenze fisiche, come le è ogni forma di costringimento che una persona, una donna, è costretta a subire contro il suo volere.

Ma c’è di più.

Il giorno dopo, ricordatevi che non stavano giocando, che la vergogna non la provate solo voi, e, soprattutto che è un reato anche l’omissione di atti d’ufficio.

Non importa avere un livido, non dobbiamo aspettare di essere picchiate, accoltellate o spaventate a morte.

Certo, si deve raccontare la verità. Altri, poi, valuteranno se quella verità è perseguibile, riferibile a soggetti determinati, processabile e punibile.

Ma la vostra verità deve essere ascoltata.

Voi siete le vittime, non dovreste difendervi.

Subire un attacco solo perché sei una donna sola è riprovevole, denunciarlo è un diritto.

Una delle funzioni del diritto penale è quella di prevenzione generale, percepire la sanzione induce a non commettere i reati.

Certo la legge potrebbe fare di meglio, ma, già adesso, queste condotte sono punibili.

Se non vi ascoltano, chiamate un* avvocat*.

Abbiamo diritto di denunciare questi fatti.

La denuncia è il primo passo, se no loro continueranno a credere di poterlo fare, perché, tanto, stanno solo giocando. 

Bookmark and Share