Liberarsi dalla povertà

Considerazioni su capitalismo estrattivo e lotte per un nuovo Welfare a partire dal commento del Rapporto Caritas 2015

21 / 10 / 2015

Il 17 ottobre, nel corso della giornata mondiale contro la povertà, è stato presentato ad Expo “Povertà plurali”, il rapporto Caritas 2015 sulla povertà e l'esclusione sociale. Al di là dell’infausta cornice (la presentazione è avvenuta all'interno di un convegno dal titolo "Diritto al cibo”, che grida vendetta messo nel contesto di Expo2015), il rapporto offre alcuni spunti interessanti per esaminare gli scenari socio-economici del nostro Paese, soprattutto se confrontati con altri dati inerenti al problema.

Il rapporto si basa sull’analisi dei dati raccolti da 1.197[1] centri d’ascolto della Caritas sparsi, in maniera più o meno omogenea, su tutto il territorio nazionale. La sintesi dei dati, pur non avendo un valore statistico in termini assoluti, è interessante per via della capillarità con cui sono distribuiti i CdA e per alcune linee di tendenza che il rapporto considera, facendo riferimento al triennio 2013-2015.

Il titolo stesso del rapporto, “Povertà plurali”, la dice lunga su come il fenomeno sia in fase di espansione, non solamente in termini di intensità, ma soprattutto nella dimensionalità. Vediamo ad esempio che, a fronte di una diminuzione della richiesta di aiuti alimentari (passata dal 59,9% del 2013 al 53% degli utenti), è notevolmente aumentata quella di sussidi economici, passata da 23,3% al 29,7%. E’ innegabile che a monte di questa inversione di tendenza ci siano i tagli generalizzati, sia a livello nazionale che regionale, alle diverse forme di sussidiarietà, dirette o indirette, messe a disposizione delle cosiddette fasce deboli della popolazione.

Estremamente indicativi risultano alcuni dati anagrafici contenuti nel rapporto. Nel corso del 2014 la maggior parte di persone rivoltesi ai CdA è di origine straniera (58,1%), ma nel corso del triennio preso in esame la percentuale di italiani è aumentata del 4,1%, sfiorando addirittura il 70% del totale nelle regioni del Sud (dove in ogni caso conta la minore incidenza della popolazione straniera sulla popolazione residente). Se da un lato questo è indice di una generalizzazione dell’impoverimento in Italia, dall’altro dimostra come sia cresciuta nella popolazione autoctona la consapevolezza di una condizione socio-economica che va sempre più ad evolversi verso il basso.

Sempre rimanendo nel capo dei dati anagrafici non stupisce come, almeno per quanto riguarda gli italiani rivoltisi ai centri, circa i due/terzi (63,8%) siano over 44, ossia quella fascia di età in cui è più difficile la ricollocazione lavorativa e che, allo stesso tempo, comprende soggetti per la gran parte esclusi da qualsiasi forma di sostegno e contributo pubblico.

Buon risalto è stato dato al problema dell’abitare, grazie all’incrocio di dati provenienti dai CdA e dagli sportelli sulla casa del Sicet-Cisl. L’indagine ha confermato un quadro che già sapevamo essere drammatico, con il 53,6% degli utenti che vive in abitazioni “strutturalmente danneggiate”, il 68,9% con difficoltà enormi nel pagare l’affitto, la rata di mutuo o le spese condominiali e soprattutto con il 15% che si trova sotto sfratto o pignoramento giudiziario (di questi il 40% vive con minorenni).

La seconda parte del rapporto si cimenta nell’analisi della situazione italiana nel contesto internazionale e più in particolare nel confronto con gli altri 27 Paesi membri dell’Unione Europea. Ad essere presa in esame è la “povertà alimentare”, ossia la capacità di una persona di sostenere, almeno una volta ogni due giorni, un pasto a base di carne o pesce (o cibi equivalenti come contenuto proteico, anche di tipo vegetariano)[2]. Tenendo presente gli ultimi dati Eurostat[3], la media del tasso di povertà alimentare in UE28 è del 10,5% e l’Italia si colloca all’ottavo posto (14,2%), con valori di disagio alimentare decisamente superiori alla media europea e dietro a Bulgaria (51,1%), Ungheria (33,0%), Slovacchia (23,7%), Lettonia (23,3%) Romania (22,1%), Lituania (19%) e Malta (14,9%). Il confronto storico, compreso tra il 2007 ed il 2013, è ancora più impietoso per il nostro Paese, che risulta quello con l’incremento più elevato della povertà alimentare (+ 129%), davanti alla Gran Bretagna (+ 117,5%) ed alla Grecia (+ 112,3%). Nello stesso periodo anche l’indicatore dell’Istat, che tiene conto del numero di famiglie che dichiara “non avere soldi per l’acquisto di cibo”, mostra che la percentuale di famiglie in situazione di povertà alimentare siano passate dal 5,3% all’8,5% del totale.

Nel complesso il Rapporto “Povertà Plurale” rispecchia l’immagine di un Paese largamente impoverito, poco tutelato dal punto di vista sociale e dei diritti e con assenza di margini di miglioramento all’orizzonte. Già il rapporto Istat uscito lo scorso 15 luglio ci parlava di una condizione socio-economica pienamente immersa dentro una fase di stagnazione, con indici di povertà assoluta[4] superiori al 4% e con numeri di famiglie povere più che raddoppiati rispetto agli anni che precedono l’inizio della crisi.

Se da un lato è inequivocabile che questi dati abbiano da tempo permeato il dibattito d’opinione italiano, dall’altro è sempre più difficile uscire dall’impasse dell’opinionismo e trasformare la materia algebrico-statistica in strumento di comprensione e trasformazione del presente. In altri termini chiunque faccia politica con l’ambizione di modificare o sovvertire l’esistente non può adagiarsi sulla consapevolezza, anche matura e diffusa, dell’impoverimento (socio-economico e non solo) come meta-fenomeno della contemporaneità, ma provare a trasformare il terreno dell’oggettività in un laboratorio costante di soggettività.

Storicamente la povertà, sebbene individui uno dei segmenti tecnici della composizione di classe, in stretta connessione con l’esproprio di lavoro, beni e ricchezza, non ha mai costituito la premessa di processi ricompositivi. Semmai la povertà, definita in termini di mancanza e di conseguenza di impotenza, diventa strumento di controllo, ricatto e dominio nelle mani delle classi dominanti e, nella fattispecie, appannaggio della governance neoliberale contemporanea nei confronti della moltitudine. In un precedente editoriale avevamo analizzato come la “guerra differenziale ai poveri” sia il nuovo dispositivo attraverso cui si esprime dall’alto l’esigenza del “divide et impera” nella nostra società. Esigenza che si manifesta nei conflitti e nelle tensioni tra autoctoni e migranti che si stanno verificando in diverse zone d’Europa.

L’annoso problema, caro a tutti i marxisti da oltre un secolo e mezzo, è quello di individuare gli elementi materiali che definiscono la classe in sé ed attivare quei processi mediante i quali  la classe diventa quella unità che lotta, in modo cosciente e solidale, per gli stessi obiettivi. Le trasformazioni del capitale susseguitesi negli ultimi decenni, che hanno sempre più spostato il baricentro dell’estrazione di valore dal lavoro al bios, rendono sempre più difficile l’identificazione di meccanismi univoci in cui la classe emerge in termini oggettivi e soggettivi. Per questa ragione bisogna fare molta attenzione nel trovare scorciatoie che semplificano il quadro teorico, comprimendone le categorie e costringendo a forzature sul piano politico. La povertà non è l’humus antropico nel quale sperimentare nuove forme di assistenza e carità di sinistra, ed allo stesso tempo il povero non è il nuovo soggetto rivoluzionario. Su questo vogliamo e dobbiamo essere chiari.

Evitando allora qualsiasi visione ideologica, e ancor di più enfatizzatrice, dei poveri e della povertà, bisogna porsi il problema di come liberarsi collettivamente da questa condizione materiale. L’aumento della capacità estrattiva del capitale, all’interno della relazione triplice con oikos e bios, è alla base dell’impoverimento sistemico di miliardi di individui in tutto il pianeta. Per contrastare la povertà occorre dunque debellare o quantomeno diminuire la forza estrattiva del capitale.

Per questa ragione le battaglie che si mettono in campo per opporsi all’esproprio di comune e riappropriarsi di beni e ricchezza non possono eludere il tema della lotta politica e contenere dentro di loro elementi di costruzione di un potere che è allo stesso tempo destituente e costituente. Un potere che deve sostituire le istituzioni della governance con quelle del comune e che, in questa fase, non sembra vedere nella rappresentanza un possibile terreno di espansione. Ovviamente non si tratta di preclusione dottrinale alla questione della rappresentanza politica, ma di una semplice lettura di fase. Nonostante alcune interessanti anomalie, determinatesi più che altro a livello locale (come nel caso di Ada Colau a Barcellona e Manuela Carmena a Madrid), le esperienze degli ultimi mesi (in primis quella greca) ci dimostrano l’impossibilità di una reale alternativa alle oligarchie politico-finanziarie europee se lo spazio è quello dello Stato-nazione ed il tempo quello della democrazia rappresentativa.

Dal punto di vista tattico-strategico le battaglie per il reddito di cittadinanza da un lato e la costruzione di forme territoriali di neo-mutualismo dall’altro rappresentano momenti essenziali per dare vita a forme attive di liberazione dalla povertà. Se nel primo caso si tratta di lotte che i movimenti stanno conducendo, con più o meno intensità, da quasi due decenni, il secondo è un campo di intervento ancora da sperimentare. Intervento che spesso si avvale di un lavoro rodato, fatto nei nostri centri sociali e nei nostri quartieri, ma che per diventare realmente incisivo deve ambire a costruire dal basso ed in forma di rete un vero Welfare del comune. In generale la questione della riappropriazione di Welfare rappresenta uno dei principali punti di rottura per gli equilibri sistemici, perché da un lato contrasta in maniera diretta la rendita capitalista, dall’altro contiene in sé i germi per una liberazione, autodeterminata e collettiva, dalla povertà e dalla miseria. Prova ne è l’intensificazione di sgomberi di abitazioni occupate, spazi sociali ed altri luoghi di produzione di nuovo Welfare, spesso con l’utilizzo sproporzionato ed a scopo deterrente della violenza poliziesca e dell’azione giudiziaria. Se il potere costituito agisce in questa direzione e con questi mezzi vuol dire che si sta formando una forza in grado di metterlo in discussione.


[1] La rilevazione è stata effettuata su circa 1/3 della totalità dei centri d’ascolto presenti in Italia, per un numero complessivo di utenti pari 170.803 (una media di circa 142 persone a centro). Il 44,8 % ha fatto riferimento a centri ubicati presso regioni del Nord Italia, il 34,3% a CdA del Centro e il 20,9 % a strutture del Mezzogiorno.

[2] L’indicatore a cui fa riferimento il rapporto è quello utilizzato dall’Eurostat in Europa. Anche se simile concettualmente la povertà alimentare è differente dalla “scarsità alimentare”, ossia la condizione di oggettiva mancanza di apporto calorico e principi nutrizionali rispetto alle esigenze fisiologiche. Pur tenendo conto delle variazioni dipendenti dal genere, dall’età e dal tipo di sforzo fisico abitualmente condotto, le tabelle dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) individuano in 2400 calorie giornaliere la soglia al di sotto della quale si ha denutrizione

[3] I dati sono stati resi pubblici il 3 agosto 2015

[4] Per “povertà assoluta” si intende la condizione di povertà nella quale non hanno a disposizione risorse primarie per il sostentamento umano, come acqua, cibo, vestiario ed abitazione (per la Banca Mondiale tale condizione è riferita a chi vive con meno di 1,25 dollari al giorno)

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