Napoli - Movimenti GENERAZIONE ZERO

21 / 1 / 2011

Dopo le occupazioni delle aule, gli studenti dell'Orientale e della Federico II si prendono uno spazio nel centro storico. Nasce così Zone d'Esperienza Ribelle Zero (ottantuno), il primo centro sociale d'Italia figlio del movimento studentesco del 2010. «Vogliamo avere rapporti con il territorio, il nostro modello è l'autogestione»

Una piccola folla di ragazzi sistema panche e vivande tra palazzi e monumenti diroccati e l'ingresso della mensa dell'università Orientale a piazza Banchi nuovi, cuore antico di Napoli. Monumenti e mensa sono stati dismessi dalla modernità: nessuno si cura dei primi, chiusa la seconda. Antieconomico. E allora arrivano gli studenti antigelmini, la generazione anni zero, per cercare di rifunzionalizzare struttura, ateneo e quartiere. La prima attività, dopo l'occupazione dello spazio, è stata il pranzo sociale di martedì scorso (stasera festa di autofinanziamento a Palazzo Giusso) mentre si lavora alla totale copertura della rete wireless interna, rassegna stampa, aula studio. Naturalmente anche a riavviare l'attività di mensa aperta a tutti. Il nome scelto è Zero - Zone d'Esperienza Ribelle zero (ottantuno), 081 come il prefisso di Napoli, «perché da qui non ce ne andiamo».
Giovanni si è iscritto all'Orientale nel 2005, Scienze politiche, sono in cinque in famiglia, casa in affitto, due stipendi da impiegati, niente lussi, eppure rientra nella fascia medio alta, paga di tasse circa 700 euro. Chi ha i genitori liberi professionisti, che magari evadono un po', ha tasse più basse. Cinque anni fa sognava di rimanere all'università, fare il dottorato di ricerca. Si è iscritto il primo anno di introduzione del 3+2 e quello che ha trovato è stato un mondo sconvolto da una riforma che non è servita né a formare né a trovare lavoro: «Otto esami l'anno, un percorso più lungo ma dequalificante. Ti fanno studiare su dispense, frammenti di libri a cui incollare i crediti, sanno solo che devi fare presto. Ogni anno cambiano il percorso di studio cercando di far funzionare una cosa che non funziona, poi ti dicono adesso fai la tesi, 50 pagine, non ci mettere tanto che comunque non serve a niente. Ai cortei antigelmini c'erano tanti studenti medi, la sola cosa che sanno è che non vogliono fare la nostra fine».
Il senso delle riforme era sfornare laureati e non formare studenti, come se l'unico problema dell'università fossero i fuori corso. L'ossessione dei presidi avere sulla carta alti rendimenti in modo da ottenere una fetta maggiore di fondi, procedendo lungo una strada che, se non si inverte la rotta, porterà alla cancellazione delle facoltà umanistiche, di cui si è già proposto di abbassare il titolo a un rango inferiore. Gli atenei del sud, poi, sono travolti dalla crisi del territorio. Per la generazione zero hanno completamente cessato la funzione di 'ascensore' per la scalata sociale. Funzione affidata alle università private, che ti vendono il loro mondo di relazioni economiche o l'illusione di esse. La formazione è sparita dall'agenda in ogni caso. «I professori di ruolo all'epoca dell'Onda erano in piazza con noi, cercavano di difendere i fondi statali. Poi però la nostra critica al baronato e la loro capacità di mediare con i vertici li hanno tenuti lontani quest'anno».
Mario, anche lui iscritto a Scienze politiche, spiega come le generazioni precedenti non riescono a capire le loro proteste: «Mio padre faceva due lavori per mantenersi agli studi. A 27 anni ha avuto un contratto a tempo indeterminato in un ospedale come tecnico di laboratorio, adesso sarebbe impensabile. Ha continuato a fare anche il parcheggiatore fino alla laurea. Per lui fare sacrifici significava spezzarsi la schiena per un certo numero di anni fino a sistemarsi. Oggi quella fase si è dilatata fino a inghiottirci». Mario e Giovanni lavorano in un bar, 30 euro a sera dalle 18 alla chiusura. Il proprietario è un compagno e li paga meglio della media, 20/25 euro. Qualcuno, per mantenersi, vende occasionalmente erba, è il loro welfare. Elena è una loro collega, paga 223 euro uno stanza con altre tre persone, si mantiene lavorando anche lei in un bar: dalle 10 alle 19 a servire in un locale senza acqua calda per 31 euro al giorno, se deve restare di più niente straordinario, niente extra per i festivi, peggio di Marchionne. Queste sono le condizioni in tutta la piazza, bei bar di moda che fanno soldi anche con la crisi. «Se fai storie c'è un esercito di ragazzi disposti a prendere il tuo posto. Abbiamo indetto una riunione tra noi camerieri sfruttati, proveremo a portare avanti la vertenza» racconta Elena sorridendo e, intanto, si informa se, una volta rimessa in funzione la mensa, può venire a lavorarci.
Sono i ragazzi generazione zero, sono quelli che nelle aule occupate dell'Orientale e della Federico II organizzano seminari con ricercatori e professori che la ricerca la fanno sul serio, via Skype mettono su di battiti sulla crisi da Londra e Atene, in agenda la Palestina e la Tunisia. Con Luigi Lo Cascio, Claudio Santamaria e gli orchestrali del Teatro San Carlo discutono di tagli alla cultura. Il 14 dicembre erano a Roma, uniti contro la crisi. Ieri discutevano di come bloccare la riforma Gelmini e dello sciopero del 28 gennaio. Se chiedi loro cos'è l'università oggi ti dicono che è un guscio vuoto, «la possono pure chiudere per come è ridotta». Qualcuno è emigrato, loro però non vogliono andare via. Pretendono di contribuire alla costruzione di percorsi formativi reali, l'ateneo come luogo dove sviluppare rapporti con il territorio, con le comunità in lotta come a Terzigno e Chiaiano, è il luogo dove cominciare a costruire il futuro che ora non hanno. «Faremo come in Argentina con l'autogestione delle fabbriche chiuse dalla crisi, riapriamo spazi, investiamo soldi e lavoro, chi voleva fare il formatore può organizzare doposcuola. Non per il profitto ma per l'esistenza».

Articolo di Adriana Pollice

Napoli i No Gelmini escono dall'ateneo 

Francesca Pilla intervista Giso Amendola

Si sono riuniti martedì per la prima volta all'Istituto Orientale di Napoli e hanno provato a costruire qualcosa di opposto al modello Gelmini, liberare il sapere, decompartimentarlo, unirsi per collettivizzare le informazioni e non renderle funzionali alla privatizzazione. L'iniziativa è andata bene, ed è stata accolta da un'aula magna stracolma ed entusiasta all'idea di creare uno «spazio dove sviluppare un discorso capace di attraversare la linea immaginaria che unisce tutti i sud dell'Italia, dell'Europa, del globo terreste». Si chiama Libera università studi suddalterni (Luss) ed è una rete di ricercatori, studiosi e rappresentanti dei movimenti che si riuniscono sul confine del fuori e dentro gli atenei. A curare l'iniziativa Antonio Musella dei centri sociali, Leandro Sgueglia dei collettivi universitari, Tiziana Terranova docente dell'Iuo di studi postcoloniali, e Giso Amendola, docente di sociologia del diritto a Fisciano, con cui proviamo a capire di più il senso di questo progetto collettivo.
Cerchiamo innanzitutto di spiegare: cosa sono gli studi subalterni?Si sviluppano in India nel territorio post-coloniale per contestare l'idea che la modernità sia un senso univoco e uno spazio vuoto, dunque non come un'esperienza residua, ma una presa di parola partendo dalla consapevolezza di essere stati parlati lungamente dalla lingua degli altri. Da qui il gioco di parole della Luss, dove subalterni diventa «suddalterni». Questo perché vogliamo leggere in maniera differente la categoria del Sud in generale, e in particolare per quello italiano per smontare diversi luoghi comuni.
Per esempio?L'intenzione è quella di mappare il Sud e cercare di comprendere se corrisponda a realtà il luogo comune generale, imposto dal discorso pubblico, che tende a rappresentarlo come un'economia arretrata per dimostrare l'ineluttabile necessità di seguire a tappe forzate il modello sviluppista. La domanda è: siamo davvero un tessuto marginale oppure esiste una produzione meridionale originale, specifica e sommersa? Questo ci darebbe la possibilità di critica verso un'idea del capitale precostituita che riesce a condizionare anche un certa sinistra, bloccata dal linguaggio maggioritario. Crediamo che sia fondamentale attraversare le categorie di modernità e sviluppo imposte e domandarci, per esempio, se nel conflitto sulla produzione non esistano altri modelli già presenti sul territorio che vengono ignorati. Un percorso che in ogni caso non può prescindere dalla critica sui confini dell'Europa, che non possono essere prestabiliti, anzi vanno ridisegnati senza limitazioni. Il nord Africa, solo per citarne uno, non è un altro mondo, ma è parte integrante del nostro Mediterraneo.
Dopo l'assemblea di martedì qual è il passaggio successivo?Ci siamo dati due priorità, iniziare il lavoro d'inchiesta e mappatura, nonché portare avanti un lavoro seminariale e di ricerca che sicuramente approderà ad altre assemblee di discussione e magari anche a delle pubblicazioni sul web. Ma non andremo avanti con metodi tradizionali, il Sud è stato sempre approcciato dal punto di vista emergenzialistico, usato come scusa per governarlo. Noi vogliamo guardarlo anche da un'altra angolazione per rielaborare le istanze del territorio non in chiave vittimista o marginale, ma con la capacità di prendere parola soggettivamente. Insomma basta con la solfa del Sud arretrato, bisogna smontare diversi luoghi comuni.
Come vi collegate con il movimento anti-Gelmini?Aprendo la costruzione di reti formate da studiosi e ricercatori sul confine del dentro e fuori l'Università, e in concreto ampliandola come una forma di vita che contraddice la compartimentazione funzionale del sapere culturale che è dentro la riforma. Proponiamo dunque un metodo di ricerca che coinvolga i ricercatori in orizzontale, escludendo quel rapporto di docente/discente che si instaura nei luoghi tradizionali di ricerca. Da qui la stretta interlocuzione con movimenti, la dialettica tra pratica e teoria, senza barriere o limiti.

Il Manifesto

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