Vaccino e conflitti in Spagna e in Italia, appunti per un confronto

8 / 11 / 2021

Per la rubrica “Note sulla pandemia” Tommaso Baldo, Anselmo Vilardi e Vanessa Carbone hanno tracciato una comparazione tra Italia e Spagna su diversi aspetti riguardanti la diffusione, l’incidenza e la gestione della Covid-19. La traduzione dei testi in spagnolo è di Vanessa Carbone.

La Spagna è oggi uno dei paesi più vaccinati al mondo contro il Covid-19. Alla prima settimana di ottobre risultava vaccinato con la prima dose l'80,7% della popolazione e il 78,7% con la doppia dose. In Italia eravamo rispettivamente al 76,8 e al 72,6. I dati fanno riferimento al totale della popolazione.

Se invece andiamo a vedere solamente le persone “vaccinabili”, cioè chi ha più di 12 anni, secondo il Ministero della Salute spagnolo l'89,6% della popolazione aveva ricevuto almeno una dose di vaccino, mentre l'87,4% ha completato il ciclo vaccinale. In Italia la popolazione “vaccinabile” vaccinata con la prima dose era invece l'84,35% e quella vaccinata con entrambe le dosi il 79,61%. In entrambe i paesi la composizione demografica è simile con un 11% della popolazione spagnola sotto i 12 anni nel 2020 e un 10,60% in Italia.

In Italia, con 60 milioni di abitanti, abbiamo avuto (sempre alla prima settimana di ottobre) 131.157 di vittime Covid. In Spagna, con 47 milioni di abitanti, hanno avuto 86.678 vittime. Il 6 ottobre 2021 sono stati registrati 3.235 nuovi casi in Italia e 2.303 in Spagna.

A fronte di risultati simili, tra i due paesi vi è una differenza non da poco su come sia stata condotta la campagna vaccinale: in Italia da agosto vige l'obbligo di Green Pass per accedere all’interno dei locali pubblici e dal 15 ottobre anche al proprio posto di lavoro; per alcune categorie, come i sanitari, è scattato l'obbligo vaccinale.

La Spagna è invece spesso presentata come «il paese senza Green Pass».

Abbiamo provato a capirci qualcosa ragionandoci su, sfogliando la stampa spagnola e parlandone con Ruth García López, docente di storia dell'arte presso l'Università di Barcellona.

È proprio lei a spiegarci che in realtà non esiste nessun paese UE «senza Green Pass» in termini assoluti:

«Nella mia comunità autonoma, la Catalogna, possiamo scaricare il nostro certificato COVID digitale dell'UE per viaggiare all’estero e il nostro certificato vaccinale dal sito dell’azienda sanitaria catalana La Meva Salut. Invece, per i viaggi all’interno del territorio nazionale, per recarci alle isole Baleari anche noi dobbiamo presentare il nostro certificato vaccinale, dimostrare di essere guariti dal Covid oppure fare un tampone rapido prima della partenza».

Per accedere all'interno dei locali pubblici non vige alcun obbligo nazionale di esibire il Green Pass, ma se ne è discusso nelle comunità autonome e quella della Catalogna, insieme alle Baleari, ha deciso di introdurlo a partire da venerdì 8 ottobre. Già ad agosto i tribunali avevano respinto il tentativo di altri governi regionali (quelli della Galizia, dell’Andalusia e della Cantabria) di introdurre il certificato.

Per accedere a concerti e festival viene invece chiesto agli spettatori e alle spettatrici di effettuare un tampone rapido.

«Sulla proposta di rendere il vaccino obbligatorio per alcune categorie di lavoratori c’è un dibattito ancora aperto che ha scatenato una gran polemica tra i cittadini. Fino ad ora però non è stato approvato nessun obbligo vaccinale».

Quindi ciascuno è libero di decidere autonomamente?

«Non conosco personalmente nessuno che sia stato obbligato a vaccinarsi per poter continuare a svolgere la sua professione o accedere al proprio luogo di lavoro, però credo che ogni azienda privata possa stabilire regolamenti interni, anche se per legge nessun cittadino può essere obbligato. Non è legale chiedere a una persona se ha avuto il COVID-19 oppure se è vaccinata durante un colloquio di lavoro, come non è legale porre altre domande personali, però come purtroppo ancora spesso accade tali domande vengono ancora poste, anche se la persona può sempre avvalersi del diritto di non rispondere a domande non pertinenti».

Le aziende possono mettere in atto altri tipi di pressione?

«La legge spagnola sulla prevenzione dei rischi lavorativi stabilisce che il datore di lavoro ha l'obbligo di garantire la salute e la sicurezza dei suoi dipendenti e per farlo deve adottare le misure necessarie. Tuttavia, questo non significa che il datore di lavoro possa pretendere che i suoi dipendenti si sottopongano a un tampone molecolare o a un test sierologico, però può renderli disponibili, come già avviene per le visite mediche e, come previsto per queste ultime, sarà necessario il previo consenso del dipendente al fine di rispettare la sua privacy».

Forse un qualche tipo di pressione può essere venuto anche dalle assicurazioni sanitarie?

Sono molto utilizzate in Spagna in quanto permettono a chi ne usufruisce, spendendo relativamente poco, di accedere a visite mediche specialistiche, accertamenti, visite dentistiche, interventi a costi contenuti, evitando il calvario dei lunghi tempi di attesa della sanità pubblica; inoltre sono spesso offerte dal datore di lavoro, che mediante queste assicurazioni offre anche controlli medici gratuiti per il proprio personale, a volte anche alla sua famiglia oltre che un’indennità per malattia e infortuni.

Non ci sono notizie di assicurazioni private per la salute che obbligano chi ha stipulato il contratto assicurativo a vaccinarsi, ma le assicurazioni hanno dichiarato pubblicamente il loro essere favorevoli alla vaccinazione e hanno spinto i propri assicurati a vaccinarsi.

Mapfre, una delle compagnie assicurative leader nel panorama spagnolo, la scorsa primavera sul quotidiano spagnolo La Vanguardia manifestava la propria fiducia nei confronti dei vaccini contro il coronavirus; per accelerare il processo di vaccinazione, il presidente della compagnia di assicurazioni, Antonio Huertas, ha offerto "tutte le risorse sanitarie" del gruppo per immunizzare la popolazione nel più breve tempo possibile.

Anche Egarsat, altro importante ente assicurativo spagnolo, spesso contattato dalle aziende per la copertura sanitaria dei propri dipendenti in quanto collaboratore della previdenza sociale spagnola, si dichiara fortemente favorevole alla vaccinazione. Sulla sua pagina afferma che nonostante il vaccino COVID-19 non sia obbligatorio, la campagna di vaccinazione ha raggiunto un alto tasso di partecipazione tra i sanitari.

Anche in Spagna si dibatte infatti sull’obbligo di vaccinazione per alcune categorie professionali, come ad esempio i sanitari impiegati presso ospedali, RSA ecc. Sul sito della televisione spagnola RTVE si risponde alla domanda «vaccino o Green Pass obbligatorio per lavorare: cosa dice la legge spagnola?». Le autorità sanitarie spagnole sono inclini a mantenere la profilassi “non obbligatoria”, almeno per ora. Ma imporre l’obbligo vaccinale sarebbe possibile in Spagna? Unai Sordo, segretario generale della confederazione sindacale spagnola Comisiones Obreras, afferma che in Spagna non sarebbe legale spingere i lavoratori a farsi vaccinare come è successo in Italia, ricorrendo al Green Pass. Però non tutti i giuristi la pensano allo stesso modo. Nell’intervista con RTVE, Ekain Payán, ricercatore di Diritto e Bioetica dell'Università dei Paesi Baschi, suggerisce la possibilità di interpretare l'articolo 3 della legge spagnola del 1986 in materia di misure speciali di salute pubblica a sostegno di una tale decisione. Si tratta di un testo giuridico che autorizza l'autorità sanitaria ad "adottare le misure appropriate" per fermare la trasmissione di una malattia, come nel caso del COVID-19. Afferma che «sarebbe quindi tutta una questione di interpretazione».

Come sempre non è il semplice testo legislativo a fare la realtà, ma la volontà di interpretarlo in un senso anziché in un altro. In Spagna la scelta di governo e magistratura è stata di evitare l'introduzione del Green Pass e di qualunque tipo di obbligo.

Perché?

Forse pesa il fatto che la Spagna sia un paese che è rimasto sottoposto a una dittatura sino al 1975. Ma di sicuro la popolazione si è vaccinata in massa. Lo hanno fatto convintamente? E se sì, per quale ragione?

Alcuni sociologi si sono posti queste domande. Le risposte sono varie.

Secondo Carlos Enrique Falces, docente universitario di Psicologia Sociale, è accaduto lo stesso fenomeno che ha portato a smettere di fumare nei locali pubblici al chiuso, ovvero il generale consenso della società verso la vaccinazione ha orientato le scelte dei singoli.

«Ogni cittadino ha percepito che la posizione della maggioranza era quella di volersi vaccinare. L’unica preoccupazione era quella di non riuscire a vaccinarsi in tempi brevi».

Come egli stesso ammette vi è però ancora un 10% circa della popolazione vaccinabile che non ha voluto o potuto vaccinarsi. Tra questi vi sono chi fino a ora ha solo rimandato, chi è preoccupato per le ricadute sulla propria salute, chi vive in una condizione di irregolarità che non gli consente di vaccinarsi e i veri e propri «No Vax».

Ma poco più di un anno fa l’orientamento dell’opinione pubblica appariva più sfaccettato e molto simile a quello italiano. Nel settembre 2020 il sociologo Josep Lobera affermava:

«In Spagna abbiamo avuto diversi livelli di accettazione dei vaccini rispetto al resto d'Europa: l’opinione è molto favorevole, la gente pensa che siano sicuri. Tuttavia, durante la mia ricerca, mi sono scontrato con un paesaggio decisamente più aspro. La gente ha meno fiducia, in linea con gli altri paesi. Un terzo si farebbe vaccinare domani, poi un altro terzo è refrattario ma recuperabile, e poi un po' meno di un terzo è estremamente restio. Ed è all'interno di questo gruppo che troviamo una minoranza del 7% che è totalmente contraria alla vaccinazione. La società spagnola si presenta piuttosto frammentata in termini di opinioni, cosa ben diversa rispetto a quello che era successo con i vaccini per l'infanzia, dove prevaleva il consenso favorevole della maggioranza. Ora la frammentazione è maggiore, ci troviamo in una terra di mezzo dove prevale il grigio ed è nel grigio che si giocherà la battaglia: chi riuscirà a convincere quel terzo che si trova nella terra di mezzo farà la differenza in termini di raggiungimento dei livelli di vaccinazione di cui abbiamo bisogno».

Ora sappiamo che la «battaglia» per la conquista della «zona grigia» è stata vinta senza l’introduzione di alcun obbligo. Come?

«La chiave sembra risiedere nella solidità del sistema sanitario nazionale e nel rapporto di fiducia tra pazienti e medici. in termini di salute, noi spagnoli, in generale il Mediterraneo, siamo ancora molto vecchio stampo", sostiene Juan Ayllón, capo del dipartimento di salute pubblica presso l'Università di Burgos, spiegando le variabili. "In altri paesi, come la Francia, l'autonomia del paziente ha guadagnato peso, il che è in parte un bene, ma ha portato a una crescente sfiducia. L'esempio più emblematico è quello degli Stati Uniti, dove si pratica la medicina difensiva, il medico ha paura che il paziente lo denunci", aggiunge il virologo. In Francia ci sono problemi legati allo scetticismo nei confronti dei vaccini. In certe aree degli Stati Uniti, sono stati ideati dei concorsi a premi per incentivare le persone a vaccinarsi. Questa "vecchia relazione" tra paziente e medico che esiste in Spagna, che può essere interpretata in senso negativo come "paternalistica", la ritroviamo nei sistemi sanitari nazionali solidi, come il nostro Sistema Sanitario Nazionale, che resiste come istituzione tra la comunità nonostante i tagli subiti negli anni che lo hanno indebolito. "Le cure primarie si fanno sentire vicine alle persone, generiamo fiducia e gli utenti hanno fiducia nel sistema e in noi", continua Ayllón, riferendosi anche alla rete di centri sanitari che si distingue dagli altri paesi».

Questo conferma il fatto che un Sistema Sanitario Nazionale solido, capace di garantire un rapporto medico paziente basato sulla fiducia è la miglior garanzia di una campagna vaccinale di successo. Né il «mercato» (modello USA), né l’azione coercitiva dello stato sembrano efficaci quanto l’effettiva possibilità di usufruire di una sanità vissuta come un bene pubblico.

Ma accanto a ciò occorre ricordare che la Spagna, come abbiamo visto, è un paese che non è stato certo risparmiato dalle politiche liberiste, segnato dal diffuso ricorso ad assicurazioni sanitarie private. Senza dubbio la sanità pubblica spagnola è stata fondamentale per raggiungere queste percentuali di vaccinazione ma ci pare tutto da dimostrare il fatto che sia migliore e più accessibile di quella italiana.

Lasciamo volentieri il compito di analizzare questo tema agli esperti di organizzazione dei sistemi sanitari e concentriamoci su uno degli aspetti culturali toccati da Ayllón, ovvero la relazione «vecchio stampo» tra medico e paziente. Questo significa un rapporto di fiducia tra i due soggetti che consente di far arrivare alle persone comuni quanto è stato elaborato dalla «comunità scientifica», traducendolo in comportamento individuale, ovvero in adesione alla vaccinazione.

Questo ci pare il punto del problema. In Italia, come in molti altri paesi occidentali, si è diffusa in una parte della popolazione non la messa in discussione dell’uso e delle forme di sfruttamento economico che si fa delle scoperte medico-scientifiche (cosa spesso più che giusta e sempre legittima), ma la sfiducia ideologica nei confronti delle stesse e del metodo scientifico in quanto tale. In Spagna questo sembra essere avvenuto in maniera molto minore.

«Il sociologo spagnolo Josep Lobera aggiunge che i messaggi anti-vax in Spagna sono arrivati molto dopo, e sono arrivati meno rispetto agli altri paesi dove iniziati negli anni '70 e '80. In Spagna sono arrivati per la prima volta solo alla fine degli anni '90, e il paese ha dimostrato una buona resistenza».

Del resto la dittatura franchista ha segnato la Spagna anche dal punto di vista sanitario, con migliaia di bambini e bambine morti e centinaia di migliaia di infetti e disabili a causa della Poliomielite ancora per tutti gli anni Cinquanta. Una vicenda questa che è riemersa negli ultimi decenni all'interno della ricostruzione storica dei crimini del fascismo spagnolo.

Ma anche il «peso della storia recente» non basta di per sé a spiegare il successo della campagna vaccinale, o meglio, i diversi elementi vanno ricomposti nel quadro d'insieme del dibattito pubblico spagnolo e nei conflitti che attraversano il paese, nella sua cultura politica.

Stiamo parlando di un paese che ha subito dieci anni fa una dura crisi economica e la consueta «cura» a base di politiche liberiste, che ha mostrato nei confronti dell'indipendentismo catalano e nella gestione delle migrazioni tutto il peso del proprio passato franchista. Del resto la bandiera che sventola sugli uffici pubblici non è il rosso-giallo-viola della Repubblica antifascista, ma il rosso-giallo-rosso con lo stemma monarchico, la stessa bandiera dell'esercito di Franco.

Quindi il discorso pubblico non sembra molto diverso da quello italiano, anzi lì non abbiamo neppure la memoria di una resistenza vittoriosa e una costituzione scritta dalle forze politiche che l'hanno guidata. Per di più anche nel parlamento spagnolo abbiamo un partito fascista che strizza l'occhio ai No Vax (Vox), che si presenta come “antisistema”.

Ma solitamente i temi su cui ci si scontra nella vita politica e sociale spagnola sono gli stessi del 1936: centralismo contro autonomie locali e indipendentismo, lavoratori e lavoratrici contro alta borghesia, laicità (e a volte laicismo) contro clericalismo, internazionalismo contro nazionalismo, parità di genere contro patriarcato.

Basta prendere i meme di oggi sui social, assomigliano molto ai manifesti della guerra civil.

La destra fascista spagnola rimane tale anche quando non rifiuta la vaccinazione. Ad esempio il quotidiano spagnolo Público analizza la questione dei migranti tagliati fuori dalla vaccinazione, che sprovvisti di tessera sanitaria non rientrano nei registri della sanità pubblica spagnola e non hanno quindi accesso al vaccino anti Covid-19. Sempre il Público riporta la toccante testimonianza di un medico di famiglia di Madrid che ha assistito a scene in cui i migranti irregolari sono stati liquidati con una sola frase: «Non vi vaccinerete finché tutti gli spagnoli non saranno vaccinati».

Quindi non si può dire che in Spagna vi siano meno “analfabeti funzionali”, meno “ignoranza”, meno fascisti, ecc. Eppure nel discorso pubblico l'opposizione al vaccino in quanto tale appare indubbiamente meno forte, meno attrattivo, meno capace di condizionare le scelte dei singoli e delle singole. Perché?

Secondo noi questo potrebbe essere forse connesso al fatto che nel paese iberico il conflitto politico-sociale appare più ancorato sull’asse tradizionale destra/sinistra, con un minore spostamento sull'asse competenza/populismo, professoroni/università della vita, e ora Pro Vax/No Vax.

L'impressione è che uno dei fattori che abbiano contribuito a che ciò avvenisse in Italia sia stata proprio la pretesa da parte della classe dirigente “progressista” o comunque “europeista” di rappresentare “la scienza”, “la cultura”, la “buona amministrazione”.

Niente ideali, niente interessi di classe, solo “efficienza” e presunta superiorità “culturale”.

Ma se si nega il conflitto, se si depoliticizza il discorso pubblico affermando che non si tratta di scegliere tra ideali e interessi diversi, ma solo tra “scienza/competenza” e “ignoranza”, fatalmente non si otterrà una riduzione della conflittualità, ma la sua perversione attraverso la politicizzazione del rapporto delle masse con la scienza e la cultura in quanto tali.

Che si trattasse di gestire la crisi economica o quella sanitaria, la soluzione trovata davanti a qualunque problema è stata sempre attuare politiche e provvedimenti presentati come «emergenziali» e «senza alternative». Il risultato? Una società sempre più frammentata, confusa e preda dell'irrazionalismo, cose che naturalmente vengono poi usate per giustificare nuove «emergenze».

Eppure si continua imperterriti con le narrazioni che ci hanno portato fino a qui. Repubblica, che non ha certo svolto riguardo ai vaccini quella comunicazione «più inclusiva e “didattica”» che la ricercatrice da noi intervistata sul tema invocava (ricordiamo il loro titolo in prima pagina del 12 marzo 2021 «Astrazeneca, paura in Europa»), va oggi a caccia di «opposti estremismi». Il suo direttore Maurizio Molinari paragona i No Tav ai fascisti che hanno assaltato la sede nazionale della CGIL e Gianni Riotta deforma ad arte le posizioni dei Wu Ming e delle persone che scrivono su Giap per poterli etichettare come «antiscientifici».

Noi contestiamo la scelta di chi, pur rifiutando tutta la paccottiglia No Vax e complottista, ha deciso di stare nelle piazze No Green Pass cercandovi spazi di azione politica anticapitalista. Ma troviamo importante cercare di analizzare il malessere sociale e politico di cui quelle piazze sono uno dei sintomi. La strada per curarlo crediamo ci venga indicata dagli operai della GKN in lotta, che il 15 ottobre hanno scritto sulla loro pagina Facebook:

«Il rischio è che il disagio profondo che si vive si scarichi esclusivamente sul tema green pass sì, green pass no. Invece tale discussione va riportata al centro di un programma complessivo che tocchi temi come appalti, delocalizzazioni, salari, licenziamenti, precariato, pensioni, sicurezza sul lavoro, sanità pubblica. 

Se oggi in Italia il mondo del lavoro rischia di essere attraversato quindi da logiche divisive e lo scontento rischia di scaricarsi interamente sulla questione del green pass, la colpa per quanto ci riguarda sta in capo a chi ad oggi si rifiuta di prendere in considerazione una lotta aperta, a tutto campo [...] per unificare le lotte e dare a questo profondo scontento uno sbocco organizzato e di classe».

Combattere le posizioni “complottiste” può essere fatto efficacemente solo facendo lo stesso con le posizioni "pseudo-positiviste" del neoliberismo, che pretende per sé la legittimità indiscutibile di unica strada possibile. Le une e le altre convergono nel negare i conflitti reali, quelli per l'emancipazione di classe, la parità di genere, la liquidazione del fascismo e dello stato-nazione, la lotta per la giustizia climatica e ambientale.

Solo i conflitti reali possono farci uscire dal folle dibattito odierno.

Solo un popolo che lotta per il proprio domani può davvero dare valore a scienza e cultura.

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