America India e Latina: trasformazioni politiche e nuove resistenze nel continente latinoamericano

Un contributo dall'incontro del 16 giugno allo Spazio Comune Autogestito Tnt - Jesi

22 / 6 / 2016

Il testo che qui proponiamo è una sintesi del dibattito con Renato Di Nicola - dell'Associazione Kabawil - El otro soy yo e della campagna Stop devastazioni e saccheggio dei territori - sulle trasformazioni in atto in America latina, svoltosi lo scorso 16 Giugno allo Spazio Comune Autogestito TNT di Jesi. 

Il continente sud americano ha visto da sempre la stretta collaborazione tra governo politico e sistema economico; sin dagli anni ’70 l’imposizione del modello neoliberista è stato sostenuto attraverso l’istituzione di dittature, appoggiate dalle potenze mondiali (Stati Uniti su tutte), così da reprimere ogni forma di opposizione e protesta sociale. Questo il caso dell’uccisione di Victor Jara subito dopo il golpe di Pinochet in Cile o il caso delle Madres de plaza de Mayo i cui figli sono stati continuamente fatti sparire in Argentina per creare un clima di terrore e paura. Così, reprimendo ogni forma di protesta e organizzazione sociale (lavoratori, studenti, cittadini), si è potuto procedere alla spoliazione delle ricchezze del territorio e imporre il modello economico neoliberista. Al tempo stesso, pur non riuscendo ad emergere con forza, movimenti di opposizione si sono riorganizzati, producendo un accumulo di forze che è riuscito definitivamente ad imporsi con la fine del periodo delle dittature, più o meno manifeste. La successiva sperimentazione di governi progressisti che sono saliti al potere più o meno in tutto il sud America tra la fine e l’inizio del nuovo millennio, ha rappresentato in qualche modo l’espressione – escluso il caso del Brasile in cui al potere è salito un “classico” partito di sinistra - di quest’accumulo di forze sociali, catalizzatesi nelle figure di presidenti come Morales, Correa e Kirchener, solo per citare i più famosi.

Qui sotto l'intervista integrale:

 

Questi governi progressisti e di sinistra hanno avviato una serie di azioni volte a distribuire la ricchezza e ridurre i livelli di povertà: nazionalizzazione delle materie prime, sviluppo dell’impianto welfaristico e assistenziale; alloggio, cibo e sanità sono stati garantiti a moltissime persone che fino a quel momento non ne avevano accesso, producendo un relativo aumento della ricchezza e dei consumi, oltre che un miglioramento delle condizioni di vita.

Ovviamente, essendo il sud America un paese ancora scarsamente industrializzato, i soldi per sostenere queste manovre derivavano prevalentemente da misure di nazionalizzazione, dal petrolio agli altri beni presenti nei territori e precedentemente in mano alle multinazionali, a seguito dell’inferenza decennale delle potenze occidentali, Stati Uniti in primis. Il limite più grande però di questi governi, che ha determinato il fallimento degli stessi e i cambi di governo ora in atto, è stata l’incapacità di inserire tutte queste misure all’interno di un processo più generale, con un cambio di prospettiva tanto economica che politica. Si è data una distribuzione della ricchezza, ma non una redistribuzione; è mancata la capacità di coinvolgere la popolazione nel processo di cambiamento, migliorandone le condizioni di vita attraverso processi meramente assistenziali.

Finché si è mantenuta una situazione di crescita e sviluppo non vi sono stati problemi, ma al momento dello scoppio della crisi a livello mondiale e con la conseguente diminuzione della ricchezza, i vari governi si sono trovati nell’impossibilità di continuare con le misure di aiuto messe in campo fino a quel momento e alla necessità di invertire la rotta.

L’incapacità dei governi progressisti di promuovere un diverso modello di sviluppo ha aperto la strada al ritorno di una visione neoliberale e capitalista dell’economia. Si è visto il riemergere della prospettiva neoliberale con ancora maggiore forza e voracità, secondo quella nuova forma del capitalismo denominata “estrattivista”; l’appropriazione delle risorse, la devastazione e il saccheggio dei territori e i conflitti volti alla repressione del dissenso e delle proteste per favorire la massimizzazione dei profitti ritornano ad essere i protagonisti della quotidianità del continente latinoamericano.

Questa nuova accezione “estrattiva” del capitalismo - introdotta da David Harvey – comporta l’appropriazione privata di ciò che viene prodotto collettivamente e costituisce la base delle strategie capitalistiche. Si assiste così alla privatizzazione dei beni comuni sia naturali, come l’acqua e le ricchezze del suolo, sia artificiali come il sapere, la conoscenza e i servizi (evidente se si pensa allo smantellamento del welfare o alle norme rispetto alla proprietà intellettuale). Quella che viene messa in campo è una sistematica espropriazione dei valori e delle ricchezze prodotte collettivamente attraverso forme autoritarie della gestione del potere e pratiche egemoniche nella società. Il capitalismo estrattivo necessita allora del connubio di economia e politica, il controllo simultaneo tanto dei processi di produzione, del consumo e dei nuovi strumenti della finanza, quanto del controllo politico dei territori in cui agisce. In questa nuova situazione ritrova nuovo vigore ed incidenza il potere di pochi rispetto alla moltitudine delle popolazioni e le classi dominanti possono imporre nuovi poteri forti anche con mezzi violenti ed illegali.

Di fronte a questo attacco del capitale i governi progressisti non riescono a difendersi cedendo terreno ad un ritorno, anche sul piano politico, di governi di destra convintamente neoliberisti.

Come si spiega questo cambiamento nell’elettorato, anche tra coloro che hanno ricevuto benefici e miglioramenti dai governi progressisti? Proprio con quanto detto prima, e cioè per il fatto che tali miglioramenti non sono stati inseriti all’interno di un processo di riconfigurazione generale dell’economia e dello sviluppo, ma si sono limitati a distribuire aiuti secondo un modello assistenziale. Così, una volta sopravanzata la crisi e venuti meno i fondi per garantire welfare e aiuti, le persone hanno perso fiducia nei governi, votando i nuovi governi di destra e neoliberisti nonostante sapessero che le promesse fatte non sarebbero poi state mantenute.

Questo ritorno a governi di destra espressione dell’ideologia neoliberista produce sin da subito effetti dirompenti sia sul piano politico che economico; sin da subito si assiste ad una ripresa della privatizzazione delle risorse, al ritorno della corruzione e il progressivo impoverimento della popolazione. Si assiste nuovamente all’uso sistematico della violenza per la repressione del dissenso, a continue intimidazioni e provocazioni così da scatenare delle reazioni che possano giustificare misure restrittive della libertà. Anche il piano culturale e dell’istruzione ne risulta colpito (basti guardare a cosa sta succedendo in questi giorni in Messico dove gli insegnanti stanno protestando contro la disastrosa riforma della scuola) con tagli e riduzione progressiva degli investimenti, oltre che a tutta una serie di misure volte a soffocare le abitudini culturali e folkloristiche dei territori (come per esempio nell’Argentina di Macri dove in alcuni casi è stata proibita la murga). Ovviamente tutte queste azioni messe in campo dai governi servono ancora una volta a favorire, rendendo la popolazione docile, la devastazione e il saccheggio dei territori e delle ricchezze.

Si assiste anche al ritorno dell’inferenza delle potenze mondiali in Sud America, come gli Stati Uniti e le nuove potenze come Cina e India, il cui ingresso era stato favorito proprio da quei governi progressisti in modo da bilanciare l’inferenza nordamericana. Queste potenze non si limitano ad un intervento materiale, come lo sfruttamento delle risorse o gli investimenti in servizi e infrastrutture, ma agiscono anche con investimenti sul piano finanziario, tanto privati quanto a sostegno delle finanze pubbliche così da tenerle sotto scacco (esemplare è il caso dell’Equador dove la presenza cinese è così radicata da avere nelle proprie mani la possibilità di mettere lo stato in ginocchio nel caso di una diminuzione degli investimenti nel paese).

Nonostante questo quadro però le lotte e le azioni dei movimenti a difesa dei diritti comunitari, di quelli sociali e delle conquiste degli ultimi anni si moltiplicano, sperimentando sempre nuove forme di resistenza e dando vita a percorsi di costruzione di spazi di alternativa. La partita è aperta e gli scenari che emergono nel continente latinoamericano sono importanti e decisivi anche per noi che viviamo e lottiamo dall’altra parte dell'Oceano. Non solo per solidarietà o per un interesse teorico, ma perché la battaglia contro la devastazione dei territori e dei diritti sociali e politici può avere prospettive concrete e possibilità di successo solo se agita, allo stesso tempo, territorialmente e globalmente.

È in quest’ottica che diventa interessante approfondire quelle che sono le esperienze di lotta dell’America india, ovvero delle popolazioni indigene capaci di mettere in campo una forza che costituisce un elemento di discontinuità rispetto alle classiche forme di lotta e resistenza con cui siamo abituati a confrontarci. Oltre che lottare e rivoltarsi contro il sistema che li opprime e li sfrutta, le popolazioni indigene mettono in campo delle resistenze che costituiscono anche una differente concezione di organizzazione sociale e di vita, in diretta opposizione al sistema dominante. Esse costituiscono una ricchezza che non riguarda solo le pratiche, ma anche la prospettiva organizzativa messa in campo.

Queste comunità in lotta che provengono dalle campagne e dai territori in cui la forza estrattiva del capitale si esprime in tutta la sua ferocia pongono nuovamente al centro della lotta la questione dei beni comuni, sia direttamente come risorse materiali, ma anche nella loro accezione più generale in cui va inserita ogni forma di produzione e di realizzazione comune, tanto materiale quanto intellettuale o sociale.

Una interessante pratica di lotta utilizzata da questi movimenti è la minga, ovvero una marcia che si snoda attraverso i luoghi interessati dalle proteste, anche differenti tra loro. In ogni luogo in cui la minga si ferma vengono costruite azioni più o meno radicali: da manifestazioni di memoria e di ricordo di stragi o altri eventi del passato, fino a pratiche di riappropriazione diretta o di occupazione delle risorse e dei territori espropriati. Durante il percorso, alla marcia si uniscono di volta in volta le persone dei territori in lotta, si conoscono tra loro, costruiscono una narrazione e una storia comune che lega insieme le differenti lotte territoriali, per poi giungere alle città con dei numeri altissimi (anche milioni di persone), coscienti della loro forza e della capacità di resistenza messa in campo, in grado di mettere paura e pressione ai governi ed ottenere così risposte alle richieste. Viene meno ogni discorso di delega e di rappresentanza, ma è la moltitudine in lotta tutta che marcia e pratica la lotta.

Ovviamente si danno in America latina anche forme di lotta più classiche come nel caso della lotta dei docenti in Messico, o forme di protesta in Argentina e in Brasile.

In Brasile è in moto un movimento denominato passage libre che chiede la gratuità dei trasporti pubblici, il diritto alla mobilità e il riconoscimento dei trasporti come bene comune, indispensabile alla vita di ogni individuo.

Se è vero che le esperienze di lotta non sono replicabili, al tempo stesso è importante confrontarsi con esse, indagarle e comprenderne motivazioni e pratiche. In un mondo sempre più globale, in cui la crisi investe ogni settore della società ed ogni territorio del pianeta, in cui il capitalismo nel suo divenire “estrattivo” procede alla totale mortificazione dei territori in cui agisce, fino a colpire gli individui che li abitano nelle loro vite e nel loro bios, è importante una riflessione e un confronto costante tra esperienze diverse per riuscire a sviluppare un discorso comune e costruire delle convergenze su specifici ambiti di lotta, individuando dei campi comuni. Il terreno dei beni comuni, dall’acqua alla terra, alle materie prime, ma anche ai servizi, ai trasporti così come tutto il campo del lavoro intellettuale e della conoscenza deve essere uno degli assi su cui costruire azione politica. È necessario articolare un discorso che intorno a questi temi sia in grado di produrre conflitto e organizzare resistenza di fronte ad un attacco del capitale che è sempre più congiunto e esteso ad ogni parte del globo, votato alla progressiva privatizzazione e espropriazione di tutti i prodotti comuni contro la volontà di chi produce e utilizza quotidianamente questi beni. Come è il caso in Italia della privatizzazione dell’acqua, privatizzazione che il governo Renzi e il Partito Democratico di cui è espressione sta portando avanti, nonostante un referendum popolare che ha sancito il divieto assoluto della privatizzazione di questo bene, contrastando direttamente la volontà dei cittadini.

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