Assalto alla Casa Bianca: colpo di Stato, insurrezione o “dramma barocco”?

19 / 1 / 2021

Nessuno al mondo avrebbe previsto di vedere in diretta il “popolo” e le milizie fasciste e razziste armate di Donald Trump irrompere senza ostacolo alcuno nel “tempio della democrazia liberale. Lo sappiamo, l’abbiamo sempre saputo: la democrazia borghese, nella sua evoluzione storica, non è altro che uno strumento del dominio di classe. Democrazia formale e rappresentativa che sotto la bandiera del “diritto eguale”, maschera e nasconde le diseguaglianze reali, lo sfruttamento della forza lavoro e del “vivente” nel suo complesso, la discriminazione di genere e di razza.

L’evento clamoroso e di grande impatto mediatico a cui abbiamo assistito dimostra fino in fondo la crisi irreversibile di questa democrazia, proprio in uno dei suoi centri nevralgici.  L’impossibilità di costruire una governance globale, mediando tra interessi di classi contrapposti, va di pari passo con l’impossibilità di trovare una via di uscita dallo stato di eccezione permanente, che si configura come vera e propria tecnologia di dominio.

Come diceva Machiavelli, i conflitti sono la linfa vitale della vera democrazia, ciò che permette di mantenere un potere costituente sempre aperto e che trasforma e rinnova rispetto alle contingenze storiche. La rimozione del conflitto non porta altro che la corruzione dei principi, la catastrofe sociale e politica degli stati e dei governi, il caos nichilistico che contraddistingue la nostra epoca.

Il pseudo-assalto a Capitol Hill e le sue conseguenze politiche, tra cui il possibile impeachment  per Donald Trump, porteranno a una inevitabile frattura storica nel partito repubblicano e già sentiamo esultare i corifei e apologeti della democrazia rappresentativa. Certo, Trump è un nemico di classe, e la sua destituzione non può che farci piacere, anche se per la prima volta probabilmente verrà votato l’impeachment per un ex Presidente, cosa che rende tutto ancora più surreale e barocco.

Ma la lo schema binario “Trump fascista” da un lato e “democrazia” dall’altro rischia di occultare la domanda essenziale: cos’è questa democrazia? Sembra molto simile a quello che accadeva in Italia alcuni anni fa, con il fronte democratico “di sinistra” contro il “fascista” Berlusconi: cosa ha prodotto? Sono forse migliorate le condizioni di vita dei lavoratori, del proletariato o delle classi medie impoverite dalla crisi sistemica e strutturale di questo modo di produzione?  

Lo stato attuale della governance neoliberale è l’esempio più lampante della sua fine e della sua crisi. Una democrazia vuota e in questo vuoto si apre sempre la possibilità che «il sovrano sia chi decide sullo stato di eccezione», un potere cioè che si colloca al di fuori di ogni legittimazione giuridica, al di fuori del diritto, che decide della sua sospensione. In parte, nel dramma barocco dell’assalto a Capitol Hill, pur nella sua esagerata teatralità (che comunque è costata 5 morti), tra le varie maschere che sono comparse sulla scena dello spettacolo globale traspare proprio quella di chi sospende il diritto, dell’ormai ex presidente che provoca lui stesso l’eccezione, invece di risolverla. Non è tanto la farsa e la sua breve durata temporale a dover essere considerata, ma il fatto stesso della sua possibilità, del suo farsi evento, del suo accadere.

Non insurrezione o tentativo di colpo di stato - come quelli che il gioco delle immagini potrebbe evocare in America Latina o nei paesi dell’Est dopo l’89 -, ma pure immagini che si inseriscono in quello che Guy Debord definiva come “spettacolarizzazione della politica”, qualcosa di pre-moderno che fa cortocircuito nel post-moderno, un gigantesco teatro mediatico, in cui si intrecciano il dramma, la commedia, le maschere da carnevale, effetti persino clowneschi.

Non insurrezione, non colpo di stato, bensì una sorta di allegoria barocca, un patchwork quasi pop, un intreccio di linguaggi e messaggi dall’America bianca profonda, suprematista, fascista e razzista, che trova il suo “sovrano” in Donald Trump. Detto questo, non sottovalutiamo le masse reazionarie che stanno dietro a tutto ciò, un vero e proprio” blocco sociale” che si nutre di miti e ideologie fasciste e razziste e in cui imperversa la cultura negazionista, dai cambiamenti climatici al Covid-19. I 74 milioni di elettori di Trump lo stanno a dimostrare e si capisce bene il suo messaggio apparentemente folle: possono mobilitare una massa enorme e creare una instabilità permanente, guerra civile o comunque un suo simulacro. Salta ogni criterio di verità e trionfa il puro gioco linguistico, l’immagine, il mito, la “fede” dei seguaci di Trump , quasi dogma religioso, al di là di ciò che è vero o falso: ipse dixit.

Nella farsa e nel grottesco di questa “scena drammatica” sono stimolanti le riflessioni di Walter Benjamin sull’origine del dramma barocco tedesco. In primo luogo, la premessa gnoseologica del testo benjaminiano, che è una critica radicale allo storicismo, cioè a una concezione lineare e deterministica della storia, ci permette di creare connessioni tra diverse epoche storiche, inediti e sorprendenti. “Costellazioni”, le chiama Benjamin, rapporti basati non sull’eterno ripetersi degli eventi, ma sulla loro affinità che permette di recuperare ciò che è stato occultato e rimosso dal “discorso del padrone”.

Benjamin non è il primo a sottolineare la somiglianza dell’epoca barocca con la nostra. Il ‘600 è un secolo cruciale: la Controriforma, le guerre di religione che hanno devastato l’Europa nel terrore, la peste, il senso di catastrofe che pervade l’intera epoca, la nascita della sovranità assoluta. Sullo sfondo del dramma barocco, nella sua forma eccessiva e nella sua esagerata teatralità, riluce lo splendore del sovrano e della sua corte, un Dio in terra, una trascendenza mondana, il potere assoluto sulla vita e sulla morte.

Da Thomas Hobbes viene sistematizzato e teorizzato proprio questo, la sovranità assoluta come unico antidoto al bellum omnium contra omnes spacciato come stato di natura, in realtà per evitare lo stato di eccezione della guerra civile, delle rivolte di masse sempre impoverite dai processi di accumulazione originaria del capitale e dell’affermazione  dell’individualismo proprietario. Il “teologico-politico”, ovvero la trascendenza del politico, è il paradigma dell’autonomia del politico, che passa nella democrazia rappresentativa e riverbera nella sua crisi epocale.

In Carl Schmitt, principale giurista del nazional-socialismo, il paradigma hobbesiano viene portato alle estreme conseguenze proprio per giustificare la dittatura hitleriana. Uno stato di fatto determinato puramente dalla decisione sovrana, l’orizzonte di una emergenza permanente che si fa norma. Interessante da questo punto di vista il dibattito a distanza tra Schmitt e Benjamin, il “marxista eretico” riscoperto dai francofortesi. Per Schmitt, rispetto alla crisi della Repubblica di Weimer, è necessario sospendere il diritto per restaurare la norma, per ritornare alla normalità: un potere assoluto extra giuridico per ristabilire, con la violenza, il diritto stesso, una contraddizione in termini. Benjamin. nella tesi n.8 di Tesi di filosofia della storia scrive all’opposto: «la tradizione degli oppressi ci insegna che lo ‘stato di emergenza’ in cui viviamo è la regola». Dobbiamo giungere a un concetto di storia che corrisponda a questo fatto. Avremo allora di fronte, come nostro compito, la creazione del vero stato di emergenza. Ma cos’è la “vera emergenza” per Benjamin? La resistenza, le lotte di liberazione degli sfruttati ed oppressi di ogni tempo e ogni luogo, la rivoluzione, la distruzione del “diritto” e dello Stato per una comunità a- venire.

Ma questo tipo di ragionamenti coglie anche un altro aspetto fondamentale, quello della critica radicale all’autonomia del politico, la sua origine mitico-teologica. Connessa alla critica del diritto è quella alla democrazia parlamentare, in cui il rappresentante agisce in nome di un Popolo-Uno, che è invece diviso in classi e interessi in conflitto ed è un fantasma prodotto dalla rappresentanza stessa, con cui essa cerca di legittimarsi. In effetti la delega si autonomizza, non è più controllata e agisce in nome di una fittizia universalità. La democrazia rappresentativa cela il germe di un regime autoritario, proprio nella trascendenza e autonomizzazione del potere sovrano.

Ed è su questo terreno, più ampio e complesso, che va letta la vicenda Trump e del popolo che lo sostiene, i più di 70 milioni di elettori. Questo il problema, che va colto sotto la superficie del “politico”, in profondità, nella crisi della società americana, come paradigma della crisi organica e sistemica dell’occidente e delle sue istituzioni), e nelle dinamiche di classe la attraversano. Sono dinamiche di rottura e scissione, emerse dalla crisi economica di lungo periodo, dall’impoverimento generalizzato, dalle macroscopiche diseguaglianze e ingiustizie sociali, dalla questione razziale esplosa alcuni mesi fa in pressoché tutte le città americane.

L’uno si divide in due, dicevano i rivoluzionari cinesi, e ogni mediazione è impossibile. Questo è particolarmente evidente nella polarizzazione esistente all’interno della società americana odierna, tra il “popolo” di Trump e le lotte di Black Lives Matter, le mobilitazioni contro i cambiamenti climatici, le piazze e le battaglie femministe. Certo, le condizioni che si configurano sono quelle della “guerra civile”, più o meno strisciante, intesa in senso ampio, tra antagonismi irrisolvibili e non mediabili, ma che comunque cominciano ad essere percepiti dalla coscienza comune.

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