"Black Trans Lives Matter", vite orgogliosamente vissute

5 / 6 / 2020

Già dal suo inizio il movimento Black Lives Matter ha fissato chiaramente dei canoni innovativi di intersezionalità e intreccio delle lotte. La nascita di questo movimento, se vogliamo dare una rinfrescata alla memoria, è la risposta alle molteplici e sistematiche uccisioni a stampo razzista di membri della comunità nera americana da parte della polizia. La grossa novità è come il movimento BLM attraverso i suoi canali d’informazione indipendenti chiarisca subito qual è la comunità nera cui esso fa riferimento. 

Parliamo della comunità nera nella sua interezza, perché se è vero che ogni vita conta è vero che alcune vite sembrano contare meno di altre per questo tipo di società, per questo attraverso comunicati e slogan questo movimento invita ad unire le lotte, e pone una particolare attenzione alle vite delle persone transgender afroamericane, che vengono spezzate in modo sistematico dal razzismo e dalla transfobia imperante.

Molti dei leader più in vista del movimento fanno parte anche di un'altra comunità, quella LGBTQ+: quello che ne deriva, purtroppo, sono molteplici forme di oppressione da parte della società liberista, strutturata di fatto sullo sfruttamento delle persone non bianche, delle donne e delle soggettività non conformi. 

La necessità di dare voce alla rabbia per le immotivate uccisioni di membri della comunità nera ha portato alle rivolte di questa ultima settimana, in un contesto in cui i disoccupati sono più di 40 milioni, la violenza sulle donne è sistematica e brutale e se la tua pelle non è bianca il tuo diritto alla salute ne è seriamente inficiato (l’America è uno tra i paesi con il più alto numero di morti per Covid-19, la maggior parte dei quali erano persone con un reddito basso o nullo che non potevano accedere alle cure, una gran parte di questi erano neri). 

Tutto è iniziato con George Floyd il 25 maggio scorso. Il suo nome e la sua ignorata richiesta di aiuto sono stati gridati da centinaia di piazze americane, da centinaia di migliaia di persone. 

Due giorni dopo un altro uomo afroamericano viene ucciso nello stato della Florida, aveva 38 anni e temeva per la sua vita già da un po’ a causa del suo essere un uomo transgender, questo forse il motivo per cui girava armato, si chiamava Tony McDade e viene colpito da alcuni colpi di pistola sparati da un agente di polizia la mattina del 27 maggio. Tony (che inizialmente viene identificato con il suo nome e il suo sesso anagrafico da giornali e polizia) è la dodicesima persona transgender morta negli Stati Uniti da inizio gennaio 2020. 

Le dinamiche della morte di Tony non sono chiare, ma l’opinione pubblica è meno incline a chiedere giustizia per questo ragazzo, perché Tony aveva una storia di incarcerazione alle spalle e perché in possesso di un arma da fuoco. Questo succede perché l’opinione pubblica americana pretende dai neri che essi siano docili e sottomessi al loro destino, e quando non lo fanno allora non può che essere che gli uomini e le donne in servizio nelle forze dell’ordine operino per contrastare l’innata propensione dei neri alla delinquenza. 

Un discorso pericoloso e razzista. Come lo è anche quello di molti che condannano le rivolte perché “con la violenza non si risolve nulla”. Ma la comunità nera e tutte le persone che hanno preso parte alle proteste rivendicano questi atti come forma di difesa dal razzismo, necessari per liberarsi dallo sfruttamento e dall’oppressione che si abbatte su una parte della comunità americana. 

Tony McDade, Nina Pop, Iyanna Dior. Sono tre nomi di persone transgender afroamericane che hanno perso la vita solo nelle ultime tre settimane perché volevano essere libere di vivere il loro corpo come meglio gli piaceva. 

Da sempre la comunità transgender afroamericana guarda al movimento Black Lives Matter come uno spazio dove far sentire la propria voce, nella convinzione che quando una sezione della comunità viene oppressa e discriminata per le proprie caratteristiche questo debba interessare tutta la comunità. 

Per questo sul loro sito si può leggere chiaramente che l’interesse del movimento è affermare che le vite degli uomini cisgender neri contano, che quelle delle donne cisgender nere contano, che contano le vite delle persone transgender e queer nere, quelle delle persone disabili nere, quelle dei neri senza documenti e tutte le vite dello spettro di genere esistente. 

Il movimento che oggi scende in piazza in America chiede giustizia anche per le centinaia di vite transgender spezzate da quella transfobia ripugnante che il movimento trans internazionale definisce epidemica, e che va spazzata via ora, senza altri tentennamenti. 

Nelle piazze e nei cortei di questi giorni notiamo una costante presenza della comunità LGBTQ+, che ha la forte necessità di comprendere e affiancare le lotte degli oppressi contro gli oppressori. Tra l’altro la coincidenza con il “Pride Month” porta a ricordare quella che rimane una pietra miliare della storia della liberazione sessuale in America. 

Marsha P. Johnson era una donna trans afroamericana che dà inizio nel giugno 1969 ai moti di Stonewall, ribellandosi alla brutalità della polizia e alle leggi ingiuste. È lei a scagliare un mattone contro una volante della polizia, in quanto è lei ad essere oggetto oppresso di una società razzista, sessista e transfobica. Una serie di ingiustizie e discriminazioni che Marsha e le sue sorelle non volevano più vivere, e vale oggi come allora: senza giustizia la rabbia prenderà sempre il sopravvento, e finché non ci sarà giustizia non porta nemmeno esserci pace. 

Il fatto che il movimento Black Lives Matter abbia una vocazione inclusiva verso l’identità di genere e le diverse forme di espressione della sessualità è sicuramente un punto di forza, perché ha ben chiaro che serve un approccio intersezionale per smantellare l’oppressione sociale e sistematica che permea questa comunità. Di questo fortunatamente sembra rendersi conto anche la comunità LGBTQ+, e il mondo dell’associazionismo presente al suo interno. In una lettere aperta di pochi giorni fa 75 associazioni LGBTQ+ americane si rivolgono “soprattutto alle persone non nere” si legge, con l’invito a “fare meglio” per sostenere le proteste in corso. 

La lettera supporta la rivolta invitando i membri della comunità LGBTQ+ che condannano le violenze di piazza a farsi un ripassino della storia del loro movimento, spiegando che senza i moti di Stonewall e altre proteste simili i diritti di cui la comunità gode oggi non esisterebbero. 

Le organizzazioni LGBTQ+ invitano i loro membri a lottare insieme per porre fine al razzismo sistematico e alla supremazia bianca: “non come corollari necessari alla nostra missione, ma come parte integrante dell'obiettivo della piena uguaglianza per le persone LGBTQ+". 

E ancora "celebriamo giugno come mese dell'orgoglio, perché commemora, in parte, le nostre resistenze alle violenze e alla brutalità della polizia a Stonewall a New York City e in precedenza in California, quando tale violenza era comune e normale. Lo ricordiamo come un momento decisivo in cui ci siamo rifiutati di accettare l'umiliazione e la paura come prezzo per vivere pienamente, liberamente e autenticamente. Comprendiamo cosa significa sollevarsi e respingere una cultura che ci dice che siamo meno, che le nostre vite non contano. Oggi ci uniamo di nuovo per dire Black Lives Matter e ci impegniamo per l'azione richiesta da quelle parole."

** Ph. Credit: Dirty Diana

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