Francia - La lunga marcia per i diritti

Parigi - La manifestazione anti-razzista del 30 novembre ha cristallizzato la memoria trentennale della "Marche des Beurs" per l'uguaglianza dei dirittti e contro il razzismo.

2 / 12 / 2013

 In piazza migliaia di cittadini per respingere il nuovo razzismo. 

Commemorazione e orgoglio sì, ma tenere gli occhi aperti è d'obbligo. Dopo l'indignazione resta il rischio dell'oscurantismo, non si evoca più la biologia per argomentare la differenza ma piuttosto si elogia la differenza culturale e nel contempo si proclama l'incompatibilità di usi e costumi. Mentre il vecchio razzismo opponeva esseri superiori e inferiori, quello attuale distingue tra assimilabili e non-assimilabili. Così il razzismo ordinario si diffonde e confonde le idee. 

La messa in causa dell'islamofobia  segnala quanto sia grande la confusione, infatti evolve insieme al razzismo dottrinale, scavalcando il contesto economico e politico per focalizzarsi sull'indentità culturale e religiosa.

Ne consegue che qualsiasi donna con il velo islamico è potenzialmente sospettata di odiare la Francia e i suoi valori, prioritariamente nazionali. Simmetricamente, i cittadini che si autodefiniscono "laici" quando criticano il velo considerato simbolo di oppressione sono ritenuti "razzisti". 

Le persone "di origine immigrata" cresciute nelle cités si sentono "francesi prima di tutto". Molti nonni e padri hanno lasciato l'Algeria poco dopo la guerra d 'indipendenza ma in classe i richiami alla storia dell'immigrazione magrebina in Francia sono occasionali e rari sono gli allievi che conoscono La Battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo. Pochissimi gli studenti che conoscono la Marcia del 15 ottobre del 1983: un piccolo gruppo di immigrati organizzati da Toumi Djaïdja, abitante di Minguettes, lasciano La Cayolle, un quartiere di Marsiglia, e si mettono in cammino attraversando la Francia per denunciare il razzismo. La notte vanno a dormire nelle palestre delle scuole di ogni villaggio che incontrano sulle strade di provincia. Al loro arrivo a Parigi, il 3 dicembre, il gruppo si è ingrandito, centomila persone li aspettano a Montparnasse e François Mitterand li riceve all'Eliseo. 

Oggi, gli immigrati in Francia, sia giovani che adulti, non si ricordano della Marche des Beurs, riduzione fatta dai media a quel tempo.

Come è possibile che due generazioni non abbiano sentito parlare di questa maratona pacifica per dire che il tempo dell'uguaglianza era arrivato, e dei giovani immigrati che marciavano per conoscere e farsi riconoscere dalla Francia? 

È arrivato il momento di rendere giustizia a questi maratoneti soprattutto oggi. 

Trent'anni di recupero politico ad opera di SOS-Racisme aiutano a capire che la manina gialla protettrice Touche pas à mon pote -  "non toccare il mio amico" - ,  che il francese 'd'origine' arborava sui cartelli o indossava come gadget per soccorrere l'amico (uno solo?) straniero, è stato un messaggio che ha infantilizzato l'immigrato o il francese di origine straniera per troppo tempo. 

Per i più giovani la Francia è Voltaire ma anche quella degli anni 80, quando si incidevano svastiche con il coltello sulla pelle dei giovani magrebini e, per paura delle aggressioni organizzate, i fratelli maggiori andavano a cercare i più piccoli all'uscita di scuola. Una Francia dove i cani della polizia assalivano i ragazzini delle cités e si poteva uccidere un "arabo" gettandolo per gioco dal treno Bordeaux-Ventimiglia.  

"Esistere, significa esistere politicamente", scriveva Abdelmalek Sayad nel 1985 facendo un bilancio sociale della Marche des Beurs: se la pratica politica non cambia, se gli immigrati e i figli dell'immigrazione non hanno "il diritto di avere diritti", senza ruolo politico, "la lotta contro il razzismo si limita ad essere una questione morale". Sayad allertava già allora sul fatto che "l'anti-razzismo, nonostante le buone intenzioni che lo animano e la buona volontà, rischia, per pura reazione, di riattivare e incoraggiare il razzismo".  

La crisi ha sistematizzato l'immobilità sociale, la ghettizzazione già ben installata al punto da suscitare rivolte e storicizzare rigetto e violenza,  non è più vissuta con vergogna come in passato ma l'intolleranza resta umiliante.  

L'integrazione è un fenomeno avanzato che rigetta il comunitarismo ma fatica ad integrare il cambiamento. Si dovrebbe ripensare la lezione della Marcia del 1983: la lotta antirazzista è inseparabile dalla lotta contro la discriminazione sociale. La mobilitazione politica è infatti l'unica forma di continuità che ha senso rivendicare,  il resto è mitologia. 

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