Grazie Manu, ci siamo battuti bene (Sandra)

Attitudine maggioritaria

29 / 11 / 2014

Il film candidato Oscar di Luc e Jeanne Pierre Dardenne non racconta solo di una formidabile riattivazione personale di una giovane proletaria francese al tempo della crisi; certamente è la storia magistrale di una resistenza prima singolare, poi di coppia, quindi famigliare, infine di fabbrica nella cornice di una periferia europea triste e povera, in cui il welfare è bello che finito.

Il film è un dispositivo che disvela la difficoltà di comporre il discorso della resistenza nella crisi, mette a nudo l'assenza della classe in sé, dissolta nella proliferazione dei mille rivoli carsici della sofferenza, e l'inattualità del linguaggio di sinistra.

Sono piuttosto certo che molti attivisti avrebbero impostato la campagna in fabbrica con lessico e pratiche diverse da Sandra, avrebbero invocato l'unità operaia, convocato assemblea in sala mensa e via comiziando, impugnato il licenziamento, chiamato uno dei tanti sindacati in essere -quelli dei precari pare profilichino.

Tutte tattiche sacrosante. Tutte tattiche inadeguate.

Perchè Sandra (sandrà) sposta gli equilibri accettando la sfida di mettersi a nudo, parlando del sé prima che del dover essere universale degli (su gli) altri, non impone il rifiuto del bonus, ma, con sapienza ed umiltà, afferma il suo diritto al salario dopo la malattia, compone e non separa, ascolta prima di asserire, parla del proprio diritto alla vita degna ed in questo unisce.

Ed il viaggio di due giorni ed una notte divengono un'intensa inchiesta nella crisi di classe, nelle sue incertezze, nella diffusione del lavoro nero, degli straordinari, della violenza maschilista, nell'assenza dell'autonomia di classe.

La battaglia di Sandra è però anche una meravigliosa esemplarità di come si possa fare.

Bisogna innanzitutto rinunciare agli antidepressivi, non andare a letto presto, rifiutare ogni vittimismo consolatorio, evitare di avere (auto)narrazioni tossiche di chi sta di fianco a te; bisogna far su le maniche della camicia, indossare gli stivali e girare le periferie del lavoro nella crisi, capirne le contraddizioni impresse sulla carne viva, parlare lo stesso linguaggio, affrontare fino in fondo la complessità della vita.

Bisogna provare a muovere equilibri, costruendo una nuova visione della classe per sé e provando a vincere, non a drogarsi di sconfitte.

Per arrivare ad 8 ad 8 in assemblea in mensa Sandra deve mettere insieme precari e indeterminati, G1 e G2, uomini e donne, facendo lievitare il senso collettivo e complessivo per ognuno -e, quindi, per tutti- della lotta ed ha bisogno del marito, della collega - che coglie l'occasione per liberarsi anche dello stronzo di uomo che aveva.

Fate finta che Sandra siamo noi.

Noi allora dobbiamo cambiare, avere una vocazione meno settaria, minoritaria, statica, conservativa, autoconsolatoria -mai abusare di Xanax!- ma operare a spartito libero ed in mare aperto, avendo la vocazione a mettere insieme e non a separare, a coalizzare e non a rappresentare minoritarismi, facendo programmi e non partitini bizantini.

La storia di Sandra dice che cosi facendo ci battiamo bene, ci torna il sorriso e che non importa se non si vince sempre perchè la dignità è nella lotta e non nella briciola di ricompensa.

Avanti tutta verso #12D!

#siamoil43%

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