Istituzioni del comune. Autogoverno in tempi di guerra e riscaldamento globale

Report del dibattito tenutosi a Reset-Fest (Vicenza) con Toni Negri, Ilenia Caleo, Francesco Pavin e Marco Baravalle

19 / 10 / 2022

Il 2 ottobre, all’interno di Reset_Fest, si è tenuto il dibattito Istituzioni del comune. Autogoverno in tempi di guerra e riscaldamento globale, con il filosofo e politologo Toni Negri, Ilenia Caleo, ricercatrice e performer, Francesco Pavin di Caracol Olol Jackson, coordinato dal ricercatore e attivista Marco Baravalle. È proprio Marco Baravalle a introdurre il dialogo, dando alcuni spunti di analisi della congiuntura complessa in cui ci troviamo. La pandemia non è ancora del tutto terminata, e il contesto di guerra e delle ultime elezioni non restituiscono sicuramente una situazione rassicurante. Nonostante questo, i movimenti esistono e producono iniziativa. Basti pensare alla giustizia climatica, a tutte le esperienze di mutualismo dal basso e al movimento transfemminista. Per sviscerare e comprendere meglio la fase di empasse politico e sociale dentro la quale vivono i movimenti verranno affrontati due macrotemi.

Il primo è il tema della convergenza; in tempi difficili le lotte non si possono permettere il lusso di non pensare in modo intersezionale.  «Non è cosa facile, ma per aiutarci a fare questo ci si può rifare alle scintille di convergenza che abbiamo visto accendersi in questo anno. Una di queste possiamo trovarla ricordando il Venice Climate Camp 2022 a cui hanno partecipato i compagni del collettivo di fabbrica GKN, che nella sua lotta propone un modo per andare oltre al ricatto storico tra lavoro e salute. In ambito europeo un recente esempio di convergenza sono state le recenti mobilitazioni contro il nuovo governo conservatore britannico, che hanno visto intrecciarsi movimenti e campagne contro il carovita come “Enough is enough”, movimenti per la giustizia climatica come “Just stop oil” e alcuni scioperi del settore pubblico. A poterci dare ispirazione ci sono infine esperimenti di intrecci tra il campo della mobilitazione sociale e il campo delle iniziative istituzionali e della rappresentanza. Ci riferiamo al Pacto Histórico che ha portato al governo in Colombia un presidente come Gustavo Petro e una vicepresidente afrocolombiana femminista come Francia Márquez».

Il secondo tema è quello delle istituzioni del comune. «È un tema centrale su cui riflettiamo da molto tempo come militanti, un’esperienza significativa è stata quella del Teatro Valle di Roma per la scrittura del diritto dei commons allo scopo di immaginare una normazione che non fosse schiava del diritto privato, ma che fosse una forma di diritto per i beni comuni. È poi da ricordare la concettualizzazione fatta da Toni Negri e Michael Hardt in “Comune. Oltre il privato e il pubblico”, dove si individua nella volontà di diritto ciò che distingue un processo di rivolte da un processo rivoluzionario. La volontà di diritto arricchisce la rivolta e fa produrre alla rivolta un proprio diritto e delle proprie istituzioni che servano a mettere al sicuro le conquiste delle lotte. Pensando alle fonti teoriche che spingono a guardare all’istituenza come un’arma di conflitto e di movimento si può infine pensare a un altro grande filosofo, Gilles Deleuze affermava come “una società è democratica se ha poche leggi e molte istituzioni”, perché le istituzioni non sono solo quelle che bloccano, che controllano, che reprimono e disciplinano ma sono anche un modo per organizzare il nostro modello di libertà e democrazia».

Toni Negri interviene sul concetto di convergenza, provando a dare una lettura di questo tempo, segnato dalla radicale impasse che ha di fatto seguito, almeno negli ultimi due anni, alle mobilitazioni transfemministe ed ecologiste.

Un primo dato riguarda il continuo delle lotte che hanno comunque attraversato la pandemia e i mesi successivi alla fine della sua fase acuta. Lotte sui luoghi di lavoro, lotte per i diritti, lotte sul terreno della sanità e della scuola, lotte sul più ampio terreno della riproduzione sociale. Allo stesso tempo, le politiche europee si sono poste forse per la prima volta il problema della mutualizzazione del debito, aprendo nuove possibilità di significativi aumenti di spesa, mobilitando risorse per ricostruire società ed economie ridotte allo stremo dai due precedenti anni. Questa proliferazione delle lotte non è però stata capace di fare realmente presa, mancando l’occasione di criticare, radicalizzare e riorientare contenuti e proposte del piano Next Generation UE.

Un secondo dato riguarda la guerra, in particolare la realtà di un’economia di guerra che ridefinisce integralmente gli scenari sul medio e sul lungo periodo. Non soltanto per l’evidente scarto imposto alle politiche economiche – dal previsto incremento della spesa per il welfare agli investimenti sul riarmo; dalla mutualizzazione del debito alla socializzazione dei costi della crisi energetica; dall’espansività monetaria alle politiche deflattive –, ma anche per la subalternità dell’UE alla NATO, che ha ridotto ulteriormente i suoi ambiti di manovra.

Parlare di convergenza delle lotte, assumendo il dato materiale delle loro difficoltà di articolazione, è stato in questa fase utile e necessario. Ma bisogna forse pensare la convergenza in termini più radicali e costituenti. Convergere può voler dire confluire, cioè unificare traiettorie su di un obiettivo già determinato. Un secondo significato di “convergenza «è un insieme di forze che si uniscono creando una forza collettiva sullo stesso piano. Le esperienze di nuovo municipalismo in Europa e Nord America e dei nuovi blocchi progressisti in America Latina (come il Pacto Histórico in Colombia) ci mostrano che convergere vuol dire anche impegnarsi nella costruzione di costellazioni politico-istituzionali nelle quali sperimentare modalità nuove di incontro tra forme classiche della rappresentanza politica e movimenti emergenti del comune».

Ciò che è fondamentale in questa fase, continua Negri, è la capacità dei movimenti di accedere alla seconda delle due accezioni qui riportate. Non è solo questione di reciproco riconoscimento o di intersezionalità; ciò che entra in gioco è la necessità di tracciare un comune piano di consistenza e una comune pratica dell’obiettivo, che possa consentire di passare dalla difesa all’attacco. Rifiuto della guerra, lotta per il reddito e per i diritti sociali, ridefinizione del posizionamento geopolitico europeo, devono diventare comune matrice di produzione di soggettività e comune grammatica per la coniugazione delle lotte.

Secondo Toni Negri è necessario assumere tre punti per poter costruire questa convergenza. Il primo: la convergenza non è semplice sommatoria di posizioni, ma la capacità di ridescriverle e di puntare oltre. Possiamo riconoscere un esempio dell’attuazione di questa necessità nell’esperienza latinoamericana di Non Una Di Meno e nell’incrocio tra mobilitazioni operaie e lotte ecologiste rivendicato ad esempio dal collettivo di fabbrica GKN.

Il secondo punto riguarda il rifiuto della guerra, e la possibilità di trasformare lo stesso pacifismo in potenza costituente. Rifiutare la guerra significa rifiutare il piano sul quale il capitale globale combatte le proprie battaglie per l’egemonia.

Il terzo punto riguarda la forza della convergenza, che è fatta da salti e rotture. Deve essere in grado di trasformare le identità e rendere concreta l’interdipendenza della composizione di classe. Ci sono alcune esperienze che si stanno muovendo in questo senso, come la convergenza tra lotte antidiscriminazione, lotte per il salario e movimenti Don’t Pay. Questa esperienza, come molte altre, pone le basi per trasformare le posizioni, inaugurare pratiche e spazi inediti, sedimentare contropotere, capacità di attacco.  

È necessario, conclude Toni Negri, realizzare un effettivo contropotere, contro la guerra e contro la logica binaria aggressore-resistente, vincitore-vinto. È necessario sapersi porre in opposizione alle scelte di politica economica che caricano i costi della crisi energetica sul lavoro dipendente e sui poveri, soprattutto su donne e migranti. In questo senso deve darsi una riscrittura dal basso di un nuovo welfare del lavoro e del non lavoro. Il contropotere deve essere in grado di attaccare la reiterata difesa della rendita finanziaria e di rivendicare servizi sociali efficienti, una sanità pubblica radicalmente ristrutturata, il diritto alla casa e alla formazione.

«Tutto questo rimane parola, se non si costituisce intorno alle istituzioni del comune, che altro non sono che gruppi di compagni che sviluppano una capacità effettiva di resistenza e soprattutto di donazione di sé al movimento e alla lotta».

Ilenia Caleo interviene parlando della posizione transfemminista, unica visione che ha aperto uno spiraglio nella pandemia dando alcune chiavi di lettura che possiamo usare ancora adesso: la lettura del virus usato come nemico incarna una retorica statuale di difesa contro qualcosa utilizzando una metafora della guerra che ha poi predisposto ad una guerra materiale che è accaduta effettivamente in Europa.

Una letteratura materialista femminista consente invece di vedere il virus come corpo tra i corpi e quindi come non qualcosa da cui immunizzarci ma con cui convivere, infatti il corpo virus agisce fuori dallo schema che usiamo per dividere i nostri corpi, il limite della pella umana.

«Noi non siamo separati, non siamo ermetici. Il virus ci ha dato una mappa precisa delle disuguaglianze: impattando i corpi si è visto come i corpi sono costituiti: sesso, razza, classe. Non tutt3 siamo vulnerabili allo stesso modo, non tutt3 siamo colpit3 allo stesso modo: la gestione delle politiche sanitarie può avere un impatto molto forte sui alcuni corpi più che altr3». Si è così potuto creare una mappa delle diseguaglianze unendo alle categorie più vulnerabili dal virus altre lotte dei lavoratori e dei lavori di cura. È nel periodo di pandemia che è diventato visibile in modo incontrovertibile la crisi della cura e del lavoro sociale.

Altra parola fondamentale è il discorso sulla vulnerabilità: bisogna pensare a questo concetto in modo collettivo, radicale e politicizzato perché è qui che si formano forme di suprematismo. Pensare la vulnerabilità per costruire le lotte, senza partire da un soggetto già configurato, pensare in una dimensione transcorporea.  

Per parlare di come si potrebbero costruire istituzioni a partire da queste parole, in modo che ci sia un’interdipendenza tra corpi e istituzioni corporative, Ilenia Caleo utilizza la parola convergenza portando ad un’esperienza personale che ha avuto nell’aprile del 2021 con una breve occupazione a Roma di 5 giorni al Globe Theatre.

In questa occasione si è dovuto tenere insieme una lotta per un reddito incondizionato che sembrava impossibile fino a poco prima, dentro a un lavoro di cura, riproduzione e lotte femministe.

Questa convergenza ha fatto incontrare il tema della violenza e quello di precarietà: i soggetti femminilizzati e i corpi razzializzati non sono precarie allo stesso modo, e queta precarietà sta sempre più aumentando.

Sempre in questa occasione, anche se breve, si è cercato di tenere insieme questi elementi in una forma anche sperimentale: ad esempio un tavolo sulla violenza di genere, da cui sono emersi punti interessanti. Ci sono stati elementi trasformativi anche dentro la comunità.

Questa esperienza, dice Ilenia, lascia qualcosa di vivo, vivo anche nel corpo. Le istituzioni sono pratiche corporee, tutte le dimensioni del corpo e non del corpo sono incluse. Questa caratteristica è nel DNA dei movimenti italiani, basta pensare al movimento femminista che è forte di proliferazioni e di nuove istituzioni: dai consultori agli spazi presi negli ospedali.

In conclusione, Caleo parla nuovamente di convergenza come un concetto diverso dalla sommatoria di lotte. Fare istituzioni, fare pratiche istituenti in cui si creano nuove forme di vita e non solo si coordinano i soggetti già esistenti, ma si creano anche pratiche per la costituzione di soggetti imprevisti.

La convergenza esiste se c’è mescolanza, se c’è creazione di nuove corporeità e istituzioni del comune.

Interviene infine Francesco Pavin, dicendo che prendere spunto dall’intervento di Toni Negri è molto importante per definire il Festival Reset. Festival che è costruito all’interno di ciò di cui parlava Negri in precedenza: il rifiuto della guerra.

Oggi c’è una grande difficoltà nell’essere soggetti attivi nella costruzione del movimento contro la guerra, basti pensare alle differenze con il movimento No War durante la guerra in Iraq; la manifestazione a Roma del 2003 con 3 milioni di persone, il blocco dei treni trasportanti armamenti, le mobilitazioni contro l’ampliamento della base USA a Vicenza. Il movimento no war era la prima forza politica al mondo.

Oggi invece il pericolo dell’uso delle armi tattiche nucleari è all’ordine del giorno: si è rotto un tabù rimasto silente dalla guerra fredda. Le due forme di imperialismo sono state raffigurate come due pugili stanchi che si prendono a pugni in un mondo che sta crollando. Cosa importa ai due pugili delle tonnellate di metano disperse in acqua dalla rottura di un gasdotto? Cosa importa del collasso a cui sta andando incontro il nostro pianeta?

Disarmo e diserzione sono due parole chiave che risuonano molto nelle manifestazioni. Il tema è rifiutare la guerra, rifiutare il sistema che la propone. «Siamo in una fase dove, come corpo collettivo che vive questo spazio, ci troviamo a doverci interrogare sul come affrontare la fase che stiamo vivendo: per me che non faccio politica da molto tempo, la più difficile. Mi piace il termine della convergenza come costellazione».  Non bisogna uniformare un pensiero ma unire diversi punti per costruire un cammino collettivo. Ma come c’è una convergenza interna, c’è anche una convergenza esterna.

Un esempio di istituzione del comune è il Caracol Olol Jackson; è stato aperto durante il lockdown come progetto di mutualismo. Il mondo chiedeva di essere individualisti, chiusi nelle nostre case, è stato invece scelto di essere comunità e di farlo attuando progetti di mutualismo. «Il mutualismo ed il muto soccorso, come diceva prima Toni Negri, senza un piano politico radicale, rischiano di dirigersi nella stessa direzione presa da realtà come la Caritas. Non è immediato trasformare in politico la consegna di un pacco, ma in questo modo è possibile rendersi conto di essere dentro il cammino dell’istituzione del comune».

Un altro esempio è la questione del TAV: in questo momento il CS Bocciodromo ed il Caracol Olol Jackson nei loro due quartieri, San lazzaro e Ferrovieri, stanno facendo informazione sul progetto dell’alta velocità. Quello che avrebbero dovuto fare le istituzioni, sta venendo fatto da tecnici che lavorano insieme alle realtà dal basso.

Un altro dato è che il Caracol apre col governo giallo-verde, col volersi riappropriare del concetto delle case del popolo, ripreso dalla metà del secolo precedente. Mettere insieme cultura e vita, costruire quel grande sogno che ha caratterizzato la seconda metà del ‘900. «Qui sta la differenza: noi non vogliamo solo consegnare un pacco ma costruire un desiderio. Ma come si può essere desideranti in una fase del mondo come questa? Quello che abbiamo fatto all’inizio è stato mettere delle cose dentro uno spazio di cemento: abbiamo messo un ambulatorio, uno sportello alimentare, una libreria ed uno spazio performativo».

Ma qui inizia anche il percorso verso la realizzazione di un melting pot, di costruzione di una dinamica di istituzione in grado di prendere decisioni anche in alterità con quelle delle istituzioni: essere contropotere. Ed essere contropotere non vuol dire essere in disaccordo sempre ma costruire una forma di potere alternativo. «Se fossimo in grado di esprimere nei quartieri una decisione contraria al progetto del tav, in contrasto con la decisione istituzionale, allora tra potere e contropotere si scatenerebbe un conflitto. Cosa sarebbe un posto come questo se non avesse l’ambizione di decidere le sorti del proprio quartiere?».

Francesco Pavin parla poi di convergenza esterna, di lavoro sul territorio. Il primo dato di convergenza è stato il Climate Camp del lido di Venezia. Una moltitudine di ragazz3 di tutta Europa che si sono trovat3 a discutere di come le pratiche anticoloniali, transfemministe, per la giustizia climatica potessero assumere una lente di lettura in grado di tenere al suo interno naturalmente la giustizia sociale ed il discorso del reddito. Questo sicuramente è un esempio di convergenza.

Pavin conclude infine ricordando l’appuntamento del 22 ottobre, lanciato dal collettivo di fabbrica GKN. Una data che non è solo un insieme di sigle, ma è, come indicava Toni prima, una possibilità di sperimentare qualcosa di diverso. «Dentro una crisi sistemica è necessario costruire luoghi di sovversione, ma non in una dinamica proprietaria, essi infatti non sono né pubblici né privati. Questi luoghi, questi spazi, fondamentali per la costruzione di potenza, dovranno interrogarsi su come liberarla, dovranno interrogarsi su come non accettare il presente, per andare in direzione ostinata e contraria».

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