All we will care

Padova: dalla cura dei quartieri al welfare del comune.

25 / 2 / 2021

Pubblichiamo l’intervento conclusivo dell’assemblea di presentazione di All You Can Care, tenutasi sabato 20 febbraio al CSO Pedro di Padova.

Ho sentito dire che a New York

all’angolo della 26a strada e di Broadway

nei mesi invernali ogni sera c’è un uomo

e ai senzatetto che si radunano

pregando i passanti procura un giaciglio per la notte.

Con questo il mondo non cambia,

la relazioni fra gli uomini non migliorano,

l’epoca dello sfruttamento non è per questo più vicina alla fine.

Ma a qualcuno non manca un giaciglio per la notte,

il vento viene tenuto lontano da loro per una notte,

la neve destinata a loro cade sopra la strada.

Non deporre il libro tu che leggi, uomo.

A qualcuno non manca un giaciglio per la notte,

il vento viene tenuto lontano da loro per una notte,

la neve destinata a loro cade sopra la strada.

Ma con questo il mondo non cambia,

la relazioni fra gli uomini per questo non migliorano,

l’epoca dello sfruttamento non è per questo più vicina alla fine.

Bertolt Brecht, i giacigli per la notte

Il mutualismo è un’intuizione antica, viene da lontano: infatti il poeta tedesco elogia il gesto di tendere la mano. Ma la poesia finisce con un ammonimento: il gesto di solidarietà, l’aiuto, il mettersi a disposizione generosamente e disinteressatamente verso l’altro, per quanto possa individualmente essere prezioso, non cambia la natura delle cose, se non accompagnato da una netta direzione nel nostro agire verso la costruzione di comunità.

Il gesto, cioè la nostra opera di mutualismo è una scintilla. Saperla coltivare, darle spazio, aria ossigeno e combustibile per farla forte e brillare nel buio della notte dipende da noi. Dipende dalla nostra capacità di intessere relazioni per costruire, a partire da quello che registriamo nella nostra azione quotidiana, quartiere per quartiere, persona per persona, una verticalità all’orizzonte dei viventi che è tale non tanto per eguaglianza, ma per sfruttamento e soggezione.

Quella del mutualismo è una tradizione antica: mutue operaie, casse di mutuo soccorso, le stesse case del popolo, erano luoghi dove la cooperazione era la base dell’agire politico. Uno dei simboli più antichi del movimento operaio sono le due mani che si stringono, richiamato anche dal nostro. Pino Ferraris indicava bene la necessità di saldatura tra mutualismo e azione politica, entrambi necessari per sfuggire alla condizione di minorità: “La solidarietà mutualistica è una solidarietà per, quella sindacale una solidarietà contro. La solidarietà positiva della mutualità si radicava negli ambiti di vita e tendeva a una sorta di pratica dell’obbiettivo da realizzare nel basso e nel presente”. E aggiungiamo: la solidarietà mutualistica deve avere l’obbiettivo di trasformare la vita quotidiana. Questa è la nostra differenza con la solidarietà “disinteressata” dei circoli filantropici: che questo mondo non ci va giù e ogni ora di sportello, ogni insalata recuperata è utile nella misura in cui costruisce comunità e distrugge isolamento e impotenza dalla nostra parte.

Abbiamo dipanato il filo che questa estate, dopo il lockdown e la nostra disponibilità, avevamo individuato: cioè la sedimentazione della collaborazione tra realtà sociali, associative, sportive che già operavano nei quartieri alludendo anche ai nostri fortini contro l’impoverimento come “distretti della cura”.

Cura in italiano ha un sapore preciso: parla di salute, di farmaci, di ospedali e camici bianchi. Non certo per passione per gli anglicismi (siamo meticci, amiamo tutte le lingue), ma piuttosto per rendere meglio il nostro concetto di cura che abbiamo scelto di valorizzare il verbo inglese to care. Riflette sì il preoccuparsi per l’integrità fisica, ma comprende meglio il concetto di prendersi cura di.

Parafrasando Spinoza, che cosa può una rete?

In un’ottica federativa, essa è stata la forma che abbiamo trovato per tessere i primi contatti tra quelli che sarebbero diventati i nodi della nostra azione cittadina.

Ma una rete, solida, resistente alla tensione come le reti intessute meticolosamente dai pescatori tornati dal mare, deve avere delle maglie attraverso cui venire in contatto con chi attraversa i nostri quartieri: insieme siamo più efficaci per dare forma a quell’oceano ribollente che è l’enigma della composizione sociale con cui ci confrontiamo ogni giorno. Dal mettere in comune le nostre pratiche stiamo imparando a costruirne di nuove, cooperando e collaborando.

I nodi, restando nella metafora marinaresca, sono anche la misura della velocità a cui ognuno di noi corre. Ci sarà chi è più lento, chi ora ha bisogno di un aiuto, di qualcosa per andare avanti, e chi riesce a mettersi a disposizione: entrambi sono indispensabili per andare avanti insieme. Lasciare qualcun* indietro non è solo un delitto morale, ma un gravissimo errore politico.

Proiettandoci a un futuro prossimo, i nodi della nostra rete devono espandersi sempre più nella terza dimensione: viviamo nella terra ma sogniamo il cielo. Abbiamo molte idee, in questi mesi sempre più singol* e associazioni si sono avvicinati: dovremo diventare la costellazione della solidarietà.

Sportellistica per il supporto digitale, per la casa, doposcuola, scuola di italiano, recupera di frutta e verdura (e tanto altro, e un’embrionale lavoro sul recupero dei vestiti): già facciamo molto.

Ma sappiamo che non è abbastanza, anche se le nostre forze per ora non ci consentono di più. Ma vediamo come le buone pratiche instaurino un circuito virtuoso. Man mano che costruiamo partecipazione aggreghiamo, sulla base della condivisione, segmenti sociali prima difficili da raggiungere, liberando cosi anche energie, intelligenze e nuove idee.

Per l’Organizzazione Mondiale della Sanità: “La salute è uno stato dinamico di completo benessere fisico, mentale, sociale e spirituale, non mera assenza di malattia.” Siamo totalmente d’accordo: per questo leggiamo questa nuova fase, caratterizzata dall’espandersi del contagio da covid con un approccio sindemico, ovvero riconoscendo che la pandemia sconvolge non solo i corpi, ma investe le strutture sociali, invera nuovi rapporti o intensifica vecchi sfruttamenti (pensiamo alle piattaforme), impoverisce e crea nuovo isolamento sociale, per non parlare dell’innegabile deflazione psicologica che ha investito i singoli e le collettività.

Tornando al concetto di cura: abbiamo necessità di criticare l’attuale modello di sanità, che è intesa semplicemente come riparazione del corpo (fisico e psicologico) per rimetterlo al lavoro o al non-lavoro.

Per noi la cura deve tutelare la salute nella sua interezza, come dicevo prima. Nei distretti della cura, nei nodi della nostra rete ci immaginiamo ambulatori popolari, con sportelli psicologici di assistenza oltre all’assistenza medica.

Se siamo di fronte a un evento sindemico, che sconvolge tutta la vita, ci dobbiamo allora servire di un approccio intersezionale nel leggere i problemi che definiamo.

Quanto sono aumentate le violenze domestiche verso le donne in questa situazione per esempio? L’aver insistito sul distanziamento sociale, e non fisico, non ha fatto altro che lasciare le donne ancora più sole. Da quando esiste, il capitalismo ha portato un attacco serrato ai legami comunitari con cui le donne hanno resistito alla violenza patriarcale. Come ci ricorda Silvia Federici in Reincantare il mondo: “la riorganizzazione del lavoro riproduttivo, e quindi la riorganizzazione della casa e dello spazio pubblico, non è una questione di identità, è una questione lavorativa e, possiamo aggiungere, una questione di potere e sicurezza

Per non parlare della soggettività migrante: sotto ricatto del permesso di soggiorno, dei licenziamenti (della difficoltà a trovare casa: solo mercoledì scorso abbiamo denunciato questa bestialità sotto Palazzo Moroni) e del razzismo sistemico, siamo coscienti che queste persone rischino o siano già cadute nell’invisibilità, che significa solo essere alla mercè del più forte.

Questione di classe e questione ambientale: tutto è legato. Salute è avere una casa, è avere il cibo in tavola, ma è anche respirare dell’aria pulita (no alla nuova linea dell’inceneritore!) e bere dell’acqua non inquinata dai PFAS.
Il nostro agire è naturalmente teso verso la costruzione del comune. Il welfare dal basso che costruiamo non ci basta: la vertenzialità è l’essenza del mutualismo tanto quanto la solidarietà. Non ci interessa il subappalto sulle spalle degli attivist* di quel che resta dello stato sociale novecentesco, assistenzialista e lavorista. Necessitiamo di reddito, di servizi, di spazi e soprattutto di luoghi di decisionalità politica decentrata dove poter governare insieme queste risorse. Questo governo non ci fa ben sperare: il reddito di cittadinanza era una misura con molti problemi, ma era un piccolo passo verso la redistribuzione.
Sappiamo bene che i livelli di governo sono molteplici e a volte non lineari: dipendono da decisioni prese a livello nazionale, ma la Regione Veneto e soprattutto l’amministrazione comunale di Padova sono la nostra immediata interfaccia per decentrare poteri, decisionalità e risorse (a partire dagli spazi pubblici abbandonati o da quelli dove operiamo aspettando una regolarizzazione e stabilità).

Senza una base, scordiamoci le altezze. Questa rete sappiamo benissimo che è perfettibile, ma la perfezione appartiene agli dei. Noi ci accontentiamo di migliorare, di aggregare di più, di connettere (offline) le persone sempre di più. La resilienza, che è una bella parola, ma abusata, ormai significa solo: devi mantenere la tua integrità anche di fronte ai continui disastri della tua vita, che però sono dovuti alle crisi del capitalismo. Sicuramente noi abbiamo l’ambizione di essere l’ombrello per fermare la grandine, ma oltre alla resilienza noi costruiamo comunità di resistenza. Per andare all’attacco: Todo para todos. Nada para nosotros.

“È delle città come dei sogni: tutto l'immaginabile può essere sognato ma anche il sogno più inatteso è un rebus che nasconde un desiderio oppure il suo rovescio, una paura. Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure.”

“L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”

Italo Calvino, le città invisibili

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