Con l'atomo non si cambia

Una riflessione dell'Assemblea di Scienze in Agitazione di Pisa sul nucleare, la crisi dell'attuale modello energetico e le prospettive per il futuro

11 / 6 / 2010

Riproporre il nucleare in Italia? Una risposta istintiva, dettata da facili entusiasmi da un lato, o da una presa di posizione ideologica dall'altro, non è quello di cui abbiamo bisogno. E' invece opportuno esaminare accuratamente e onestamente il problema, riflettendo su quello che significherebbe per l'Italia, e non solo, la scelta del nucleare.
In Italia più che in ogni altro paese la logica sconsiglierebbe di avviare un ritorno al nucleare: tra il rischio sismico diffuso e la possibilità di esondazioni (come nel caso della centrale di Sessa Aurunca, attiva a cavallo tra gli anni '70 ed '80 e coinvolta in almeno tre esondazioni [1]) trovare un luogo sicuro sul nostro territorio è impossibile (senza citare l'ulteriore problema dello smaltimento delle scorie, che necessita di siti geologicamente stabili e al riparo di infiltrazioni di acqua per centinaia o anche migliaia di anni).
Questo fatto, anche da solo indurrebbe a guardare altrove per un rilancio energetico italiano, assolutamente non giustificato da un’inesistente mancanza di energia elettrica in Italia: nel 2008 la potenza elettrica installata ammontava a 96.670 MW a fronte di 56.800 MW di picco massimo di domanda[2], nonostante questo oltre l’11% dell’energia elettrica effettivamente utilizzata risulta importata, perché con l’alto costo della corrente prodotta in Italia (ricollegabile alla privatizzazione degli enti di produzione e alla pessima gestione della rete elettrica) conviene non sfruttare al massimo le centrali e comprare elettricità all'estero (Francia, Austria, Svizzera).
In più i lunghi tempi per l'entrata in funzione delle centrali (tra i 5 ed i 10 anni), l'assenza di un piano credibile e la totale mancanza di esperienza italiana nel settore, inducono a pensare che un qualsivoglia “progetto nucleare” in Italia sarebbe l'ennesimo tentativo di drenare fondi pubblici su un'incompiuta “grande opera”.
Il ritorno del nucleare non è però solo un fenomeno italiano: mentre si diffonde sempre più la coscienza del danno fatto dall'uomo sulla biosfera, il panorama è da qualche decennio quello di un sistema produttivo che nella sua corsa sfrenata è ormai vicino al baratro della fine delle risorse, a pochi passi da quei "picchi di produzione" che considerati in un ottica dove “ la crescita è tutto” sono un punto di non ritorno. Parallelamente ad un pianeta che vistosamente non riesce più a "reggere" l'uomo, si determina quindi la necessità del sistema di riorganizzarsi, di trovare una nuova spinta propulsiva, di sostituire tutto quel modello energetico che sta per trovarsi privo di materie prime. A questo punto, nel tentativo di determinare un rilancio economico attorno alla parola d'ordine "green", si è inserito il discorso sul nucleare: la forma d'energia su cui investire, l'energia non inquinante che "pulirà" il pianeta. L'inganno è immediatamente evidente.
Prima di tutto il peso ambientale di un "modello nucleare" non è affatto ridotto come ci raccontano, cambia il tipo di danni cosicché un confronto col "modello fossile" non può essere lineare, ma l'aggressione all'ambiente continua: in una prima fase avremmo che le emissioni di CO2 si riducono, ma il nucleare è ben lontano dalle “emissioni zero” se teniamo conto del ciclo d'estrazione, ed il dato muterà in al più 30 anni, con la fine delle riserve di uranio di più facile estrazione che porterà ad un bilancio della CO2 pari a quello attuale se non peggiore. Parallelamente è problematica anche la questione dell'inquinamento radioattivo dell'ambiente: anche senza voler parlare dei ben noti grandi incidenti (come Chernobyl e Three Mile Island, ma la storia del nucleare civile mondiale è disseminata di innumerevoli piccoli malfunzionamenti che hanno rilasciato nell'atmosfera sostanze radioattive [3]) e dei danni alla salute in prossimità delle centrali [4], resta la spinosa questione delle scorie, oggi attualissima e irrisolta. Il problema è particolarmente grave in un paese, come quello italiano, dove l'azione delle ecomafie è fortissima, e l'ipocrisia nel definirlo un problema di poco conto è dimostrata dal fatto che, dopo oltre vent'anni di inattività delle vecchie centrali italiane, i rifiuti radioattivi (compresi quelli ad alta attività) si trovano ancora provvisoriamente depositati all'interno delle stesse o vengono trattati all'estero in attesa di un deposito definitivo che ancora non esiste, neanche sulla carta!.
Ma il problema che nemmeno i più forti sostenitori del nucleare riescono ad occultare è quello dell'esauribilità dell'uranio, che rende in tutta la sua evidenza la differenza sostanziale, sia di principio che di efficacia a lungo termine, tra il nucleare e le energie rinnovabili: l'una mira a consumare in pochissimo tempo riserve di energia accumulate dalla natura in miliardi di anni, succhiando la Terra fino all'ultima goccia e in piena linea con quanto si sta facendo oggi con i combustibili fossili, l'altra a vivere nel pianeta e con il pianeta, parte dell'equilibrio del sistema e non al di sopra di esso. Fonti nucleariste non parlano mai di riserve di uranio per più di altri 100 anni, contro stime più credibili che invece ne prevedono per meno di 60 anni, ai ritmi attuali. La battaglia, in questo caso, si gioca tutta attorno al limite in cui l'estrazione viene considerata “economicamente conveniente” a fronte di una bassa incidenza del prezzo del minerale sul costo finale dell'energia. Tutto quello che possiamo ottenere col nucleare è di prolungare per qualche anno la sofferenza del pianeta, investendo nel posto sbagliato ingenti risorse che potrebbero dare un sostanziale contributo alla riconversione del sistema energetico in una veste rinnovabile, che sia una soluzione davvero a lungo termine.

Ciò che appare tristemente evidente, anche nelle ipotesi di rilancio “green”, è il persistere di un'aggressione continua sul pianeta e sulla vita. Il nodo centrale per un'alternativa diventa quindi sfuggire all'aggressione cambiando non solo le fonti di energia, ma l'intero paradigma attorno a cui ruota il modello energetico.
Attualmente negli Stati Uniti oltre il 25% dell'energia prodotta non viene utilizzata per problemi nella rete di distribuzione: questo esempio mostra chiaramente che non basta cambiare le fonti di energia, ma che le origini della scarsità di risorse risiedono in una logica che non tiene conto degli sprechi e dei bisogni reali. È proprio questo il punto chiave che risponde alle critiche di chi, accecato dal dogma della crescita, liquida come impossibile una riconversione del sistema energetico nel pieno rispetto del pianeta, poiché insufficiente a soddisfare i «bisogni” dell'umanità: questo sistema energivoro non risponde ai nostri bisogni, semplicemente sfrutta l’energia e la biosfera.

La battaglia deve essere quindi quella di riconquistare questi beni con un cambio sostanziale nel modello energetico, che deve essere incentrato sulla riduzione degli sprechi e sulla decentralizzazione del sistema di gestione, lavorando sul terreno dell'indipendenza energetica: perché l’attenzione sia posta sul risparmio e sulla riduzione dei consumi sono necessarie politiche territoriali mirate e un'effettiva riappropriazione dal basso del bene comune energetico. Una rete decentralizzata è inoltre fondamentale per una vera riduzione degli sprechi, perché il controllo sulla distribuzione aumenta enormemente. Per quanto riguarda la riduzione degli sprechi su larga scala, poi, il caso italiano è ricco di situazioni esemplari: le emissioni di CO2 italiane provengono per circa un terzo dal trasporto su gomma e semplicemente l'utilizzo in maniera più efficiente di una malgestita rete ferroviaria, garantirebbe un risparmio energetico (e qui non stiamo parlando solo di energia elettrica) che farebbe impallidire qualsiasi “progetto nucleare”.
Nella prospettiva, che cerchiamo di tratteggiare, di indipendenza energetica dei territori, l'obbiettivo deve essere quello di costruire una rete di produzione e trasporto dell'energia diffusa ed efficiente, di mettere alla base di questa rete una struttura di piccoli impianti di autoproduzione e di lavorare sulla riduzione degli sprechi anche su piccola scala. Oltre a ciò, naturalmente, c'è bisogno di un investimento massiccio in energie rinnovabili e nella ricerca connessa, ed in questo l'Italia è fanalino di coda in Europa nonostante le potenzialità del nostro paese siano elevatissime, soprattutto per quanto riguarda l'energia solare.
Casi come quello tedesco e quello giapponese, con centinaia di migliaia di “tetti fotovoltaici” connessi alla rete elettrica nazionale, o come quello della società elettrica tedesca EWS, nata all'indomani dell'incidente di Chernobyl nel paesino di Schoenau con l'intento di produrre energia da fonti rinnovabili, che oggi fornisce energia con piccoli impianti decentralizzati a 75000 utenti tedeschi, mostrano un modello di quella rete che nel futuro potrà davvero gestire l'energia come un bene comune e non come un bene di mercato da fagocitare.

Attorno a questo progetto c'è oggi la possibilità di pensare politicamente un nuovo rapporto con l'energia e con l'ambiente. I discorsi sul nucleare sembrano l'ultimo tentativo di perpetrare una crescita infinita in cui non abbiamo più nessuna fede.

[1] dati forniti dall'ENEA (Ente Nazionale Energia Atomica), in seguito a studi condotti tra il 1980 ed il 1982
[2] Angelo Baracca, L'Italia ritorna al nucleare, Jaka Book Milano, 2008
[3] Dossier di Legambiente: i problemi irrisolti del nucleare a vent'anni dal referendum
[4] Danni alla salute documentati da molti studi scientifici come quelli citati dal Prof. Angelo Baracca nella scheda di approfondimento al seminario di autoformazione “L’Energia del Futuro?” www.tijuanaproject.it/dmdocuments/varie/NUCLEARE_BARACCA.doc

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