Divenire inflattivi contro il capitalismo della rendita

Reddito & salario minimo orario

6 / 8 / 2014

Qual'è la stato dell'arte della crisi? Dipende, questa è la risposta più vera e corrispondente al vero.

Dipende dove geograficamente puntiamo l'obbiettivo, dipende per chi e come misuriamo i suoi impatti.

Se scansioniamo lo stato di crisi concentrandosi sulla sezione produttiva cioè dei processi di produzione del valore e ci limitiamo al sud europa troviamo tutti gli indicatori al minimo storico: disoccupazione (giovanile e non ai tassi massimi), ore di CIG a milioni, saldo dell'apertura/ chiusura di imprese negativo, dinamicità di sistema zero assoluto, qualità del lavoro indecente e senza prospettiva.

La crisi c'è e l'intero complesso produttivo (primario, secondario, terziario) è in ginocchio.

L'insieme della ricchezza disponibile da lavoro e da capitale impiegato è decresciuto nel ciclo della crisi, non vi sono credibili segnali di ripresae diversi analisti, stanno facendo notare che la ricchezza rent (accumulata ex ante o ereditata e ri/valorizzata con eccellenti condizioni nei mercati di capitale) è cresciuta. In ogni caso i numeri dimostrano che il loro rapporto è crescente in favore del capitale accumulato.

Di norma la quotaparte di ricchezza sociale elargita nei processi produttivi per ricompensare il lavoro è (non giusta ma) superiore a quella che viene pubblicizzata tassando il capitale accumulato.

Questo non è per forza sempre vero, a volte la tendenza non è stata questa – si pensi al policy making di Roosevelt- ora e qui è evidentissimo, non ultimo per le differenti aliquote fiscali che competono ad investimenti “finanza su finanza” o al de/progressivizzazione delle imposte o alla detassazione delle eredità1

Il risultato del processo di divergenza tra ricchezza prodotta e ricchezza accumulata è uno dei contributi che ha portato ad aumentare in maniera gigantesca la disuguaglianza economica in quasi tutte le aree geografiche più importanti economicamente ed oggetto del ciclo di crisi.

Piketty dimostra questa tesi con metodo e precisione, argomentando la tesi che “it is the result of natural forces operating within market-based ecomomies. […] It is important to note that the fundamental r>g inequality has nothing to do with any market imperfection”.

Se vogliamo osare possiamo dire che l'austerity della Troika è stata l'insieme dei processi governamentali sul livello transnazionale di questa politica economica, ne ha fissato i paletti, ne ha garantito la strutturazione legale e fiscale -il mercato su cui non è stata fatta politica economica è quello dei capitali permettendo il dumping al ribasso tra e nei paesi intraeuropei, vedasi la migrazione di FIAT a FCA, l'elusione fiscale di tutte le più grandi corporation come Unicredit, Eni, Google, ect.- insomma: ha guidato la crescita di r su g dove r è il tasso di crescita dell'accumulazione privata di capitale e g è l'indicatore di crescita della ricchezza prodotta in un territorio.

Se si proiettiano i dati della serie storica “the global capital/ income ratio will quite logically and continue to rise and could approach 700 percent before the end of the twent-first century, or approximately the level observed in Europe from the eighteenth century to the Belle Epoque. In other words, by 2100, the entire planet coul look like Europe at the turn of the twentieth century, at least in terms of capital intensity”.

Vogliamo dirlo più direttamemte? I cani da guardia dei capitalisti hanno fatto un colpo di stato, sono soliti al comando dell'area atlantica ed hanno garantito grande prosperità ai loro padroni.

Le iniziative per il reddito di cittadinanza afferiscono sostanzialmente la ricchezza non impiegata e non generata nei processi di valorizzazione produttiva: ogni attacco alla rendita è non solo giusto, ma economicamente salubre e può essere inteso come l'imposta sociale addizionale di abbattimento del rateo r/g.

Vi è però il tema che l'accumulazione è un processo continuo, che non può affrontarsi separatemene dalla lotta alla rendita, e di cui dobbiamo occuparci: dove si lavora, tra chi lavora è lo spazio politico decisivo per la soggettività che ambisce a trasformare radicalmente lo stato di cose presenti.

In questi giorni sia l'Economist che il Financial Times sono ripartiti all'attacco delle politiche deflattive della BCE, evidenziando come esse siano ipoteca sulla ripresa e, aggiungiamo noi, come siano un valido strumento di difesa del valore netto dei titoli di debito ovvero del capitale.

L'idea è di fare quanto dicono i custodi del liberalismo- che almeno per il FT sono acerrimi nemici delle tesi di Piketty-, ma con leve diverse: non sui prezzi delle merci, non con politiche di money printing, ma sul lavoro, ovvero rendere inflattivo il lavoro vivo, e questo si fa rendendo (tutto) il lavoro vivo rigido dal punto di vista salariale: per meno di 10 euro all'ora non si lavora.

Non mi riferisco ad una specie di lavoro, ma a lavoro comunque, lavoro produttivo in senso esteso e sociale e pertanto abbracciando dal facchino delle coop spurie allo stagista di Biennale, dal “volontario” Expo al precario/intermittente/intermediato.

Il successo di una battaglia di questo carattere premerà di necessità su una maggiore pressione fiscale proprio sulla rendita di cui abbiamo parlato prima e può sfociare in una inflazione attiva non sui prezzi, ma sull'attacco di sistema alla parassitarietà di parte capitalistica.

Alcune campagne tematiche su questo tema sono già state fatte in Germania, 8€/per stunde è uno dei capisaldi del programma della Grosse Koalition, in Usa il movimento Fight for 15 da mesi sta confliggendo per un salario orario lordo minimo di 15$ (ora è 6/8$)

Perchè non provarci anche noi? Perchè non superare il blocco ideologico del sindacalismo confederale che avoca a sé la negoziazione sul costo del lavoro che vogliono si svolga solo all'interno dei contratti nazionali di categoria? Perchè non riportare sulla terra il tema decisivo ed irrinunciabile della lotta per la redistribuzione della ricchezza socialmente prodotta e dargli materialità e corpo anche partendo dai nostri luoghi di lavoro? Insomma, perchè separare reddito e salario?

Reddito e salario minimo sono del tutto complici in quest'autunno e sono i capisaldi del lessico comune con cui intrecciare i molteplici luoghi della produzione, provare a fare leva ricompositiva sulle differenze di composizione di classe e meticciare le lotte delle soggettività produttive collocandosi immediatamente sul terreno europeo e transnazionale.

Nessuno in spagna o grecia, francia o germania, italia o USA deve lavorare per meno di 10€ all'ora. Ci proviamo? Sarebbe anche un'ottima proposta per connettere le lotte europee con quelle statunitensi e pensare in maniera esattamente opposta al TTIP: dalla piattaforma commerciale alla Comune d'Atlantico.

1http://piketty.pse.ens.fr/files/capital21c/pdf/G14.2.pdf

Bookmark and Share