La guerra comincia al porto: la lotta dei portuali di Genova contro le navi della Bahri

Intervista a Riccardo Rudino, del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali di Genova

19 / 2 / 2020

Lunedì 17 febbraio una massiccia mobilitazione ha bloccato per diverse ore il porto di Genova per contestare l’arrivo della Bahri Yanbu, la nave saudita carica di  armamenti destinati alla guerra in Yemen. Luca Sholl di Radio Sherwood ha intervistato Riccardo Rudino, del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali, per approfondire quanto sta accadendo.

Al di là della risonanza mediatica di questi giorni, come si contestualizza la lotta al porto di Genova contro le navi militari?

Ieri (lunedì 17 febbraio ndr) è il prosieguo di una battaglia in corso da quasi un anno, con i primi blocchi della nave Bahri Yanbu verificatisi a maggio del 2019. La Bahri è una grande compagnia di navigazione di proprietà dell’Arabia Saudita, specializzata nella logistica militare, che ha un collegamento diretto con varie compagnie di navigazione europee di dimensioni più piccole.

In realtà la protesta contro questa compagnia è iniziata diversi anni fa, quando c’era più che altro l’esigenza di capire e inchiestare quanto stesse accadendo al porto di Genova. L’esigenza scaturiva dal fatto che avevamo iniziato a vedere che c’erano alcune navi che, assieme al carico normale, mettevano in stiva carri armati, semi-cingolati e altri mezzi del genere.

La protesta è partita lentamente, anche perché all’inizio faceva un po’ paura mettere le mani in questioni delicate come il traffico d’armi. In un secondo momento, grazie anche a chi ha deciso di vederci più chiaro, la protesta ha preso sempre più corpo.

Abbiamo iniziato con piccole azioni e con un lavoro di documentazione che nella prima fase si poteva fare tranquillamente, perché si poteva salire a bordo e vedere ciò che le navi caricavano, cosa che adesso è impossibile. A maggio del 2019, come dicevo, c’è stato il primo vero sciopero, appoggiato anche dalla Cgil, ma soprattutto da varie organizzazioni politiche e sociali e da singole persone che in porto non erano mai neppure entrate, ma che hanno subito capito l’importanza della battaglia.

Il primo sciopero ha avuto un largo successo ed ha consentito di boccare il carico dei “generatori”, dispositivi che danno energie a varie apparecchiature militari, tra cui droni da combattimento  e postazioni avanzate. Con il tempo siamo diventati anche esperti di tecnologia militare, perché mentre la battaglia montava ci siamo formati e documentati al meglio, coinvolgendo ad esempio l’Osservatorio sulle armi.

Ieri (lunedì 17 febbraio ndr) è stata un’altra “puntata” di questa lotta iniziata a maggio. Anche se non è andata esattamente come volevamo, è stata una giornata importante, che può segnare comunque uno spartiacque nella vicenda.

Una delle cose interessanti è che questa lotta non è solo genovese, ma ha una dimensione europea. Ci spieghi meglio?

Assolutamente si. Per essere sinceri, i primi che hanno posto la questione sono stati i compagni e i lavoratori portuali di Bilbao. Con lo slogan “la guerra comincia qui” hanno iniziato a leggere la vicenda delle navi da guerra in chiave politica. La cosa si è allargata subito ad altre città portuali d’Europa, fino ad arrivare agli ultimi mesi, in cui si può realmente dire che la battaglia è europea a tutti gli effetti.

Il fatto che non sia localizzata lo abbiamo sentito da subito, quando la solidarietà alla nostra lotta arrivava anche da paesini di montagna che vivono una situazione assai distante da quella di una qualsiasi città di porto. A questo si aggiunge il fatto che realtà politiche molto diverse tra loro – dagli autonomi, agli anarchici, ai pacifisti, alle grandi organizzazioni – hanno partecipato alle mobilitazioni, unendosi sotto lo slogan “basta traffici di armi nei porti”.

Oltre alla discussione sulla legge 185/90, che vieta il transito di armi verso i “teatri di guerra”, c’è anche una vertenza sindacale nei vostri blocchi?

Tieni conto che nel nostro Collettivo Autonomo molti sono delegati sindacai, perlopiù della Cgil. Per questa ragione tutte le questioni che accadono in porto sono questioni sindacali. I lavoratori devono sapere quello che fanno e soprattutto devono essere a conoscenza di tutto quello che succede nel loro luogo di lavoro. Questo, anche per una questione di sicurezza, perché le navi che caricano mezzi militari e contenitori di esplosivo creano un grande problema di sicurezza sul lavoro. C’è inoltre l’aggravante che il porto di Genova è una lingua di terra con delle abitazioni molto vicine e il flusso continuo di queste tipologie di navi mette a rischio l’intera zona.

I conflitti globali sono diventati uno dei volani dell’economia marittima e non solo e la compagnia Bahri è l’emblema di un mercato di armi che gira per il mondo, finisce in Medio Oriente e serve teatri bellici che caratterizzano quel contesto geopolitico. Quello che ha contribuito a far montare la rabbia è il fatto che queste navi portano le armi alle milizie filo-turche e jihadiste in Siria del Nord. Noi abbiamo sempre solidarizzato con chi combatte in quei territori, con chi difende il Rojava e questa è una componente fondamentale di una battaglia che rende visibile il fatto che le articolazioni della guerra globale abbiano ricadute in tanti territori.

In tutto questo risulta anche che la Procura di Genova ha aperto un’inchiesta sui movimenti della nave…

Non proprio su questa, ma su una nave simile libanese, benché di più piccole dimensioni. Nulla a che vedere con la potenza navale della Bahri, ma di certo una nave che ha svolto il medesimo ruolo. Ci sono delle intercettazioni che dimostrano il fatto che la nave abbia caricato armi e mezzi miliari dal porto di Genova dirette verso Tripoli, consegnandole alle stesse milizie filo-turche di cui si parlava prima.

Mi sembra chiaro che dietro tutti questi movimenti ci sia proprio la Turchia, che sta facendo due operazioni – in Libia e Siria del Nord – che utilizzano bande armate jihadiste e che coinvolgono in qualche modo anche il nostro porto. E noi, come lavoratori portuali, questa cosa proprio non la mandiamo giù.

Una delle cose che mi colpiscono, rispetto a quello che dici, è proprio lo slogal “la guerra comincia qui” che utilizzate molto anche sui vostri social…

“La guerra comincia qui”, come dicevo, è lo slogan lanciato a Bilbao, quando i lavoratori hanno individuato nella logistica militare uno dei nodi cruciali della guerra contemporanea. Si tratta di uno slogan che funziona, perché coinvolge direttamente quelle industrie nazionali coinvolte in questo processo. La guerra comincia a casa nostra: comincia a Genova con Leonardo, Finmeccanica, con altri stabilimenti che producono armamenti; a Bilbao inizia dalle fabbriche di munizioni e bombe che vengono prodotte in quel distretto e così via. La guerra inizia a casa nostra e poi ci passa sotto il naso con le navi e con altri mezzi.

Per questo non possiamo pensare che il problema non ci tocchi: dobbiamo organizzarci, strutturarci, probabilmente cambiare passo, ma il problema va affrontato partendo proprio dalla dimensione locale.

Quali saranno le vostre prossime mosse?

Il futuro per noi è innanzitutto continuare a spiegare alle persone quello che continua a succedere, in particolare ai lavoratori. A me interessa in modo particolare che siano i lavoratori portuali che abbiano coscienza di quello che fanno e quello che accade.

Queste navi continuano ad arrivare, ne arriverà una a fine mese. Non sappiamo se riusciremo nuovamente a mettere in campo una mobilitazione così numerosa, ma di sicuro all’arrivo di ogni nave qualcosa ci inventiamo, la fantasia non ci manca. Sicuramente l’ultimo periodo è stato stancante, ma continueremo perché di mollare non ci pensiamo minimamente.

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