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Note sul corteo del 4 maggio a Taranto

5 / 5 / 2019

Taranto non è sola! Abbandonata dalla politica locale e nazionale, saccheggiata e uccisa dai vampiri del capitalismo estrattivo che – dal Gruppo Riva alla Mittal – hanno sempre subordinato la salute dei tarantini ai loro profitti, ha ritrovato l’abbraccio di migliaia di persone, giunte da ogni parte d’Italia.

L’abbraccio a Taranto è innanzitutto una sfida al governo, che sulle questioni ambientali prosegue sulla strada tracciata dai precedenti esecutivi, ma è anche il segno dei nuovi intrecci tra lotte territoriali. Intrecci che si sono aperti e sedimentati nel corso del processo di costruzione della manifestazione nazionale dello scorso 23 marzo a Roma. Non esistono più vertenze che possano definirsi solo sul piano locale, ma un’unica grande battaglia nazionale e transnazionale: la bonifica delle terre avvelenate, la chiusura delle grandi centrali d’inquinamento, il risarcimento ai lavoratori e alle popolazioni colpite in termini di reddito, la lotta ai cambiamenti climatici.

«Eni is a killer» recita uno slogan disegnato su centinaia di bandiere giunte in piazza Gesù Divin Lavoratore, meeting point del corteo. Nonostante la pioggia battente sono tante le persone che hanno risposto all’appello degli organizzatori. Scrive su facebook Ancora Vivi, una delle realtà di base promotrici della manifestazione: «quello del 4 maggio 2019 non è stato solo un corteo ambientalista, ma una marcia per manifestare il dissenso nei confronti delle politiche dell'attuale governo e dei suoi predecessori, una marcia per palesare la necessità di uscire dalla monocultura dell'acciaio e cercare alternative sostenibili».

Il corteo ha camminato per oltre 3 chilometri sotto la pioggia, per la strada che collega il quartiere Tamburi a Statte. Giunto nei pressi dell’impianto siderurgico è iniziato l’assedio, fatto di urla liberatorie, di rabbia, di una disperazione non rassegnata. Il fatto che la polizia debba proteggere una fabbrica dalla collera dei cittadini la dice lunga su quanto sia il male fatto dall’ILVA in questa terra. L’acre odore dei lacrimogeni che la polizia usa per allontanare i manifestanti si mischiano con gli effluvi delle ciminiere, nauseabondi e incessanti.

Il corteo torna in piazza Gesù Divin Lavoratore. I manifestanti sono stanchi, ma fieri e dal microfono vengono lanciati i prossimi appuntamenti di una battaglia che non finisce qua, non può finire qua perché la posta in gioco è la vita e non le speculazioni dei mestieranti della politica.

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