“Benevoles sans frontieres”: chi sono?

Tunisi/Ras Jadir A/R: un viaggio dentro la rivolta

13 / 4 / 2011

La carovana parte da Tunisi sabato mattina alle 03.30 del mattino. E' guidata da una macchina furgonata seguita da due pullman e un TIR che trasporta il container carico di aiuti da portare al campo profughi. Nel secondo autobus noi italiani siamo solo in 18, gli altri sono tutti tunisini. Alla partenza è ancora buio, ma c’è già un’aria euforica. L'entusiasmo per questo viaggio con gli “italiani” capiamo subito essere qualcosa di molto forte e per tutto il tragitto, quasi che la stanchezza fosse una benzina, si alimenterà fino a raggiungere livelli inverosimili. Un ragazzo molto giovane, Chakib studente universitario di Informatica applicata alla Gestione, prende il microfono e dice frasi in arabo. Gli altri rispondono tutti insieme con slogans e cori, poi ridono a crepapelle. Ci spiegano che il ragazzo sta facendo l’imitazione di Ben Ali.

Zied, è seduto davanti. E’ lui la persona con cui per telefono avevamo preso contatti per organizzare la spedizione. Ha 39 anni. Parla italiano perfettamente, dice che lo ha imparato guardando la televisione. Ha una impresa import-export che commerciava con la Libia. E’ lui che coordina l’attività di “Benevoles sans frontieres” l’associazione di volontari che raccoglie a Tunisi gli aiuti e li distribuisce nei campi profughi. Il giorno prima ci aveva fatto visitare il magazzino in cui tutti i materiali raccolti vengono preparati prima di essere spediti: sono due stanzoni dove c’è di tutto. Medicine, strumentazioni mediche, latte e pannolini per bambini, coperte, materassi, detersivi e disinfettanti, casse di bottiglie di acqua, alimenti, vestiti, ecc.

La notte prima di partire nel centro di raccolta c’era una grande frenesia, era pieno di persone di tutte le età che hanno caricato il camion fino alle due. Molti sono partiti con noi senza neanche dormire. Zied ci spiega che il nome “Benevoles sans frontieres” è nato solo una settimana prima, quando avevo telefonato dicendo che avevamo bisogno di dichiarare un'associazione destinataria per far arrivare gli aiuti dall’Italia. E così si sono formalizzati. Fino a quel momento era solo un gruppo informale o meglio un movimento spontaneo di cittadini tunisini. Farah è una studentessa in Commercio Internazionale. Ci racconta che tutto è iniziato il 17 Febbraio, quando si è sparsa a Tunisi la notizia dei bombardamenti di Gheddafi sui rivoltosi. In molti, spontaneamente si sono diretti per manifestare sotto l’Ambasciata libica. Per giorni e giorni hanno gridato slogans e presidiato il palazzo che ora è circondato da filo spinato. Sono loro che hanno appeso la nuova bandiera della Libia alle finestre. Così si sono conosciuti e hanno deciso che non era sufficiente dimostrare solo a parole il dissenso: volevano fare qualcosa di concreto.

Zied ha creato uno spot televisivo con l’immagine del suo volto e il proprio numero di telefono sotto, in cui chiedeva di raccogliere aiuti per i profughi che arrivavano dalla Libia e di portarli al presidio di fronte all’Ambasciata. Mohamed ci dice che da subito in tantissimi hanno iniziato a portare di tutto. La gente passava con le macchine e lasciava quello che aveva raccolto. Adesso il magazzino è proprio a fianco dell’Ambasciata libica. Sami, studente in giurisprudenza che gestisce un bazar e un shisha cafè, ci dice che nell'Associazione nessuno viene pagato per quello che fa, e che non raccolgono soldi, ma solo materiali. Sono semplicemente mediatori tra le richieste che arrivano e le risposte che partono. Ciò che serve viene comunicato loro dai campi profughi tramite la Mezza Luna Rossa.

Attraverso la rete dei volontari si raccolgono materiali e si organizzano le spedizioni. La rete di volontari è molto estesa. Tra questi ci sono anche imprenditori che donano i prodotti della loro attività. Ci racconta che pochi giorni prima avevano spedito decine di macchine per cucire. Infatti gli aiuti vengono mandati anche ai paesini poveri della Tunisia. Uno dei prossimi progetti riguarda la ristrutturazione di una scuola. Monia, una donna con il velo, è un’operaia in una fabbrica di materiale edile, vicino a lei siede una sua amica che è stata appena licenziata proprio il giorno prima, da una azienda che fabbrica cucine. Certo adesso l’edilizia è ferma e gli effetti della crisi si vivono anche dentro il nostro pullman.

La nostra inchiesta tra i compagni di viaggio viene spesso interrotta da canti e balli a cui ci costringono a partecipare nonostante le ristrettezze dello spazio e nessuno di noi riesce a sottrarsi. Una studentessa prende il microfono e inizia a cantare “la vie en rose” così bene che scherzando ci diciamo di aver scoperto un “X Factor”. Un suo amico suona in un gruppo la batteria. Tra gli applausi generali ci spiegano che durante la dittatura molti avevano la possibilità di esprimersi solo sul piano artistico, e così scopriamo che nell’autobus in molti hanno sviluppato veri e propri talenti e a turno si passano il microfono. Ci chiedono di cantare: prende il microfono un compagno Ultras della Civitanovese e dopo poco tutto l’autobus ha già imparato il coro della curva. Alla fine del viaggio si cantava “Bella Ciao!” tutti insieme!

In mezzo alla confusione più totale si discute di tutto e in tutte le lingue: arabo, italiano francese e inglese. La voce dell’arrivo degli italiani a Tunisi da giorni corre per la città, così scopriamo che con noi non ci sono solo i volontari dell'Associazione ma anche altri che si sono voluti aggregare alla carovana: Mario, docente di Letteratura italiana all'Università di Tunisi, italiano sposato con moglie tunisina; Nadia, tunisina insegnante di italiano e Maurizia, italiana che parla benissimo in arabo, ricercatrice e profonda conoscitrice della cultura orientale e nordafricana. Con loro nasce una discussione a cui poi si uniscono tutti, e tutte le lingue si fondono in un caos che non si può descrivere. Si parla dell'origine della rivolta, delle cause, delle relazioni delle mobilitazioni attuali con gli scioperi dei minatori nel 2008, della composizione sociale protagonista del tumulto, del ruolo delle giovani generazioni a cui viene sottratto il futuro e della loro capacità di utilizzare Internet come un'arma.

Ci comunicano anche le difficoltà della fase attuale, della ricostruzione sociale, politica ed economica tutta da affrontare. Ci dicono che gli alberghi non hanno prenotazioni per Pasqua (i primi ad annullarle sono stati gli italiani) e sanno benissimo che il turismo è una delle più importanti risorse per il paese, così tirano fuori deplians sulle più belle località tunisine e ci chiedono di far sapere che in Tunisia non ci sono pericoli e di invitare gli Italiani a tornarci in vacanza. Hanno paura del fenomeno emigratorio che fa allontanare risorse umane preziose dal paese, ma sono anche consapevoli che libertà significa anche libera circolazione e quindi criticano il governo Berlusconi che non rispetta i diritti dei loro fratelli in viaggio verso l'Europa. La sensazione è quella di vivere dentro una rivoluzione in atto, che è ancora in corso, per cui tutto ci appare confuso e non ancora definito. Non è come studiare su un libro di storia dove ormai il fenomeno è schematizzato e ordinato con bolscevichi da una parte e menscevichi dall'altra. Qui è tutto in movimento, e le contraddizioni pesano e sono il lastricato del percorso, per questo ci camminiamo sopra e non possiamo farne a meno se vogliamo stare con i piedi per terra.

Mentre discutiamo il viaggio si ferma per il blocco stradale di agricoltori che vivono in un villaggio in mezzo alle distese di olivi. Si scende e si va a parlare con i manifestanti: siamo della carovana degli italiani....e così ci fanno passare. Ci sono ancora tanti scioperi e manifestazioni di quella parte della società che non vede ancora risolti i suoi problemi, che è povera e precaria e che pensa che la libertà debba trovare anche la risposta ai problemi materiali del lavoro e del mangiare.

Forse gli schemi con cui siamo arrivati qui non sono quelli giusti per capire. Dobbiamo scrostarceli di dosso, aprire le nostre menti e cercare di capire mettendoci all'ascolto.

In questo autobus sembra di essere in viaggio con un pezzo di Tunisi, una sorta di campione della rivolta: sono sedute con noi persone di ogni età, anche quattro bambini. Ci sono imprenditori, studenti, intellettuali, commercianti, disoccupati, precari, operai. “Benevoles sans frontieres” non è un'associazione nata per affinità ideologica. Assomiglia più, forse, ad una Associazione di scopo. Dopo l'abbattimento del regime e la conquista della libertà, oggi si costituisce per aiutare i profughi in fuga dalla guerra, per portare aiuti, autorganizzando la risposta ai bisogni.

La solidarietà, la dignità, la giustizia sociale: queste sono le parole che ascoltiamo. Non sono parole ideologiche e noi italiani che ossessivamente per tutto il viaggio continuiamo a chiederci “chi sono”, che vogliamo sapere se sono islamisti, comunisti, democratici o altro, che abbiamo sempre il bisogno di classificare tutto nelle nostre categorie, alla fine capiamo che se la domanda è sbagliata non avremo mai la risposta giusta: quello che la libertà ha prodotto a livello sociale è semplicemente questo. Non è chiaro ma è reale. Intanto stiamo bene tutti insieme. Intanto uniti per la libertà arriviamo a scaricare il nostro tir di aiuti al campo profughi, mentre vediamo alla frontiera arrivare altre famiglie con bambini che scappano dalla Libia senza sapere dove andare.

E noi, come i “Benevoles sans frontieres”, abbiamo preso comunque una decisione: non vogliamo stare solo a guardare. Intanto mettiamo in campo i nostri aiuti e continuando a farlo costruiamo anche nuove relazioni, forse contraddittorie , ma reali, che sono le fondamenta per costruire insieme nuove prospettive possibili.

Enza Amici

Uniti Per La Libertà

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