Libia. Il «Paese guida» sconfitto a Tripoli

5 / 9 / 2018


Da Nena.news un approfondimento di Alberto Negri sulla nuova crisi politico-militare che sta colpendo la Libia, l’ennesima dal febbraio 2011, quando iniziarono le prime rivolte contro il regime di Mu'ammar Gheddafi, nel solco di quella Primavera Araba che ha cambiato le sorti di tutto il mondo arabo-mediterraneo.

Tripoli addio? Sarà anche colpa delle ambizioni francesi sulla Cirenaica, dell’incapacità dell’Ue di marciare unita nel Mediterraneo, del sostanziale disinteresse americano, ma l’instabilità e gli errori che commettiamo in Libia sono anche italiani e derivano da due realtà che facciamo fatica a riconoscere sette anni dopo la caduta di Gheddafi.

1) L’Italia qui ha subìto la sua più grave sconfitta dalla seconda guerra mondiale e poi ha contribuito ad abbattere il suo maggiore alleato nel Mediterraneo partecipando ai raid della Nato.

Sulla sponda Sud siamo quindi poco credibili: abbiamo abbandonato al suo destino il «nostro» raìs, che sei mesi prima, il 30 agosto 2010, ricevevamo a Roma in pompa magna ingolositi da affari per miliardi.

2) La Libia non è più da un pezzo un solo Paese ma almeno due e la Cirenaica del generale Khalifa Haftar va per conto suo sostenuta da Egitto, Francia, Russia, Emirati, avversari dei Fratelli Musulmani che a Tripoli puntellano il governo di Fayez al Sarraj. Nonostante quello di Tripoli sia il governo libico internazionalmente riconosciuto, nella realtà non lo appoggia quasi nessuno, se non l’Italia perché costretta a venire a patti sui flussi dei migranti.

Il ritornello dei governi italiani, anche di quello attuale, è che sulla Libia siamo più informati di tutti e siamo pure il «Paese guida»: di che cosa non si sa. È vero che con l’Eni siamo il maggiore produttore di petrolio ma questo accade perché siamo stati obbligati a venire ad accordi con le milizie armate, non con Sarraj. Gli Stati Uniti hanno così illuso i governi Renzi, Gentiloni e ora pure quello di Conte con finte investiture di un nostro ruolo libico assai contestato.

A Tripoli ci sono stati da poco due ministri italiani, Salvini e Moavero, ma non sembra che si siano accorti di nulla. Il ministro degli Interni ha proclamato: «Trattiamo solo con i governi riconosciuti». Ecco vada un po’ a chiedere adesso una mano a Orbán per rimettere piede in Libia.

Andiamo male come Paese perché da un pezzo la nostra classe dirigente non solo è arrogante e ignorante (nel senso che ignora le situazioni) ma pure sorda perché non ascolta, non legge, non si informa.

L’unico punto su cui l’Italia ha ragione è stato quello di opporsi alla convocazione di elezioni il 10 dicembre perché in Tripolitania non ci sono le condizioni: ma questa dichiarazione è venuta soprattutto dal nostro ambasciatore Giuseppe Perrone e gli è costata l’ostilità degli attori principali, interni ed esterni, che agiscono in Cirenaica.

È vero le condizioni per elezioni credibili non ci sono in Tripolitania, ma intanto Bengasi e Tobruk a dicembre andranno per conto loro con l’appoggio di Parigi, Mosca e soprattutto del Cairo, interessato con il generale-presidente Al Sisi a farsi la sua «fascia di sicurezza» al confine.

Da questo punto di vista anche il viaggio di Di Maio in Egitto, dove è stato sepolto Regeni una seconda volta, è servito a poco. Il raìs egiziano si è trovato gli alleati giusti: i francesi che hanno i loro interessi petroliferi in Cirenaica, i russi che puntano a nuova basi nel Mediterraneo, gli stessi Stati Uniti che vedono come fumo negli occhi i Fratelli Musulmani (che un tempo appoggiavano) ostili all’Arabia Saudita, insieme a Israele maggiore alleato di Washington nella regione.

In queste condizioni geopolitiche sfavorevoli, l’Italia fa accordi con un governo di Tripoli ridotto a un ectoplasma: in un anno ci sono stati una decina di tentativi di buttarlo a mare (da dove era venuto con le nostre navi).

Eppure a questo governo da operetta consegniamo, con un voto in Parlamento a stragrande maggioranza, 12 motovedette italiane in linea con quanto fatto dal precedente governo Gentiloni, il primo a stringere accordi con la controversa Guardia costiera libica, accusata di essere legata ad attività criminali, tra cui il traffico di esseri umani, ormai un’industria concentrata in aree a ovest di Tripoli, tra Sabratha e le cittadine circostanti, o immediatamente a est, tra Misurata e Gasr Garabulli.

Come tentare di riprendere in mano la situazione libica? Trasformando gli attori militari in politici o almeno veicolando le loro istanze nelle trattative. Uno studio dell’Ispi di Milano sostiene che bisogna ripensare al ruolo delle milizie nei negoziati: è giunto il momento di chiedersi se non sia l’intero processo politico a dover essere rivisto, coinvolgendo in particolare quegli attori che sono spesso stati esclusi o almeno formalmente relegati ai margini. Ben sapendo che questo, come dimostra il precedente della Somalia, comporta interrogativi e pericoli che devono essere attentamente valutati dai responsabili politici di una diplomazia della quale non si vede traccia.

Altrimenti il rischio nelle riunioni internazionali è quello di confrontarsi con esponenti che hanno un controllo inesistente del territorio: per questo gran parte degli accordi rimane carta straccia e la Libia continua a presentarsi alla comunità internazionale e soprattutto all’Italia come un ingovernabile «scatolone di sabbia», una sorta di maledizione secolare. 

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