Crisi climatica e pratica del comune di Beppe Caccia

Capitolo primo Common e-book "Verso Cancun: cambiare il sistema, non il clima - teorie e pratiche per la giustizia climatica"

17 / 9 / 2010

I due temi che un nuovo ciclo di movimento “per la giustizia ambientale e sociale” da Copenhagen a Cancun, passando per una molteplicità di conflitti globali e locali, impone all’attenzione di una più precisa analisi politico-teorica sono quelli della crisi climatica, come terreno paradigmatico di una crisi che investe la Umwelt - l’ambiente in cui viviamo - nel suo insieme, e della definizione, per successive approssimazioni, di una nozione ecologica del comune. Per semplificare cercheremo di procedere per tesi, cercando di dimostrarne la validità e compiendo anche qualche incursione sul terreno definitorio.

 1. Gli anni che separano Kyoto (1997) da Copenhagen (2009), non a caso in parallelo con il declino dell’ipotesi unilateralista di comando unico statunitense sui processi di globalizzazione, ipotesi che oggi possiamo considerare definitivamente tramontata, vedono anche la regressione del discorso “negazionista” intorno al surriscaldamento globale e ai cambiamenti climatici più in generale. E’ diventato oggi difficile, con un’accelerazione anche di fronte alle evidenze scientifiche ed esperienziali emerse nel corso degli ultimi due anni, trovare chi sostenga in termini scientificamente e ragionevolmente fondati che non sia in corso, da tempo, un processo di innalzamento delle temperature medie del pianeta e di conseguenti drammatici cambiamenti climatici. E’ diventato altrettanto difficile trovare chi oggi si azzardi a negare che sia in corso una crisi ecologica globale, intesa come crisi delle stesse condizioni che hanno fin qui consentito la riproduzione delle forme di vita all’interno della biosfera. E’ diventato, infine, difficile trovare chi oggi non ammetta che causa agente di tale crisi siano, in primo luogo, le attività produttive e riproduttive umane e la loro interazione con l’ambiente.

 2. Dal nostro punto di vista, però, questa crisi ecologica globale, e la crisi climatica che ne riassume tutte le caratteristiche, non può essere affrontata con le categorie temporali, il linguaggio (e la retorica) della catastrofe. Cerchiamo di chiarire questo punto: uno dei vizi del dibattito attuale sulla crisi ecologica è il suo rinvio ad una dimensione temporale che è quella del futuro, e di un futuro spesso lontano. Complici di tale rinvio sono le previsioni, anche quelle scientifiche più serie (si pensi al fatto che gli stessi rapporti della IPCC, l’International Panel on Climate Change, organismo delle Nazioni Unite, ci propongono - ed è il gioco caratteristico di tutti i tentativi previsionali che con i temi ambientali si misurano - scenari futuribili da qui a cento anni, da qui a centocinquanta anni). Sembra allora che i possibili esiti della crisi climatica dipendano dall’avverarsi o meno delle previsioni in esclusiva conseguenza dell’adozione o meno di macro-politiche su scala planetaria, e non invece – come è sotto gli occhi di tutti -  dagli sviluppi di processi che sono in corso. Gli studi più seri sull’immissione in atmosfera di anidride carbonica (CO2), e cioè del gas responsabile più di altri del surriscaldamento del pianeta, mostrano un grafico in cui la curva che rappresenta la produzione di CO2, dopo secoli di andamento relativamente stabile, schizza verso l’alto a partire dalla metà del Diciottesimo secolo, cioè dall’avvio del processo di rivoluzione industriale in Inghilterra, già con l’affermarsi della prima fase della manifattura. E da allora questa curva non ha più smesso di crescere.

La crisi climatica, per il carattere globale e sistemico che ha assunto, per questo suo essere effetto di processi già in corso da tempo, si articola già ora nel verificarsi di una miriade di “piccole” catastrofi quotidiane: la desertificazione dei suoli e fenomeni metereologici di crescente violenza, con il ripetersi di alluvioni e inondazioni, l’impoverimento di intere popolazioni e il fenomeno dei profughi ambientali, il destino già segnato di gran parte delle zone costiere del pianeta, sono processi già in corso, che già determinano una serie di micro e macro eventi catastrofici con cui dobbiamo misurarci. La crisi climatica ci impone allora strumenti concettuali ed analitici che ci permettano di coglierne appieno la portata, le cause e gli effetti e di trarre da ciò adeguate conseguenze politiche.

 3. Anche dal punto di vista storico, come abbiamo visto, la crisi ecologica non può più essere considerata lo sfondo, o addirittura una “contraddizione seconda” rispetto al conflitto capitale-lavoro (il riferimento è qui agli scritti di James O’Connor e, più in generale, a come la prospettiva teorica “ecomarxista” è stata sviluppata a partire da metà degli anni Ottanta). Essa invece deve essere integralmente ripensata proprio all’interno del e a partire dal conflitto capitale-lavoro.

Negli ultimi vent’anni, per comprendere a fondo le trasformazioni produttive e sociali del capitalismo contemporaneo, è stato per noi fondamentale il concetto marxiano di “sussunzione reale”. A partire dalle pagine dei Grundrisse che gli sono dedicate, abbiamo lavorato intorno ad una progressiva estensione, in fasi diverse dello sviluppo capitalistico, di tale concetto: dalla sussunzione dei rapporti sociali di produzione pre-capitalistici nel rapporto di capitale, alla sussunzione dell’intera società alle dinamiche della valorizzazione capitalistica, fino al tentativo di spingere il dominio del capitale alla vita stessa, in tutti i suoi aspetti, approdando alla definizione del carattere “biopolitico” degli attuali rapporti di sfruttamento. E’ forse oggi maturo il tempo in cui integrare questa definizione con un’ulteriore qualificazione “eco”. Si tratterebbe in tal modo di riferirsi al fatto che non è oggi pensabile alcuna dimensione “naturale”, neppure quella di un’immaginaria wilderness,  che sia sottratta all’interazione con l’attività umana, che sia estranea ad un’incessante attività produttiva e riproduttiva. E, dal momento che l’attività umana è interamente sussunta nei rapporti di sfruttamento capitale-lavoro, fino ad investire la vita stessa, non vi è “natura”, non vi è “ambiente” che sfugga al conflitto sociale, di classe, implicato in tali rapporti. Insomma, e ci sia perdonata la sintesi e la prima approssimazione con cui affrontiamo questo tema, le lotte contro la crisi climatica aggrediscono un nodo centrale nella qualificazione eco-bio-politica dei contemporanei rapporti di dominio.   

 Ecco allora che la crisi complessiva che segna l’epoca presente, proprio per il carattere strutturale, e permanente nella sua dinamicità, che ha assunto, non può essere letta solo attraverso le categorie dell’economico. Si presenta piuttosto come un “insieme di crisi”, concatenamento sistemico rispetto al quale dovremmo cercare di problematizzare aspetti che potevano apparire finora scontati.

 4. Proviamo a partire da un autore come Nicholas Georgescu-Roegen, un economista di origine rumena scomparso nel 1994, da cui è stato mutuato il termine di “bioeconomia” che è per lui sinonimo di economia ecologica. Che cosa sostiene Georgescu-Roegen e perché è interessante partire dal suo discorso? Egli sostiene che qualsiasi scienza che si occupi del futuro dell’uomo, come la scienza economica, deve tener conto dell’ineluttabilità delle leggi della fisica e in particolar modo del secondo principio della termodinamica, secondo il quale alla fine di ogni processo la “qualità dell’energia”,  cioè la possibilità che l’energia possa essere utilizzata da qualcun altro, è sempre peggiore rispetto all’inizio, e cioè diminuisce la possibilità per altri soggetti di utilizzare quell’energia. Qualsiasi processo economico che produce merci materiali diminuisce la disponibilità di energia per il futuro e quindi la possibilità futura di produrre altre merci, altre cose materiali. In sostanza, Georgescu-Roegen ritiene che nel processo economico anche la materia si degradi, cioè diminuisca tendenzialmente la sua possibilità di essere usata in future attività economico-produttive. Una volta disperse nell’ambiente le materie prime, precedentemente concentrate in giacimenti nel sottosuolo – e qui siamo al tema dei combustibili fossili, cruciale per comprendere la crisi energetica e il suo concatenamento con quella climatica -, possono essere impiegate nel processo economico in misura molto minore e a prezzo di un più alto dispendio di energia. Materia ed energia, quindi, qui sta il punto fondamentale del suo discorso, entrano nel processo economico con un grado di entropia relativamente bassa e ne escono con un grado di entropia più alta. La conseguente proposta di Georgescu-Roegen era di ripensare radicalmente la scienza economica, rendendola capace di inglobale il principio dell’entropia e, in generale, la dimensione ecologica come vincolo. Scrive nel suo lavoro Ecologia e miti economici, tradotto in Italia nei primi anni Ottanta, un testo che fa piazza pulita di ogni idea “naturalistica” dell’interazione tra attività produttiva umana e fattori ambientali: «Il processo economico non è isolato e autosufficiente, esso non può sussistere senza un interscambio continuo che provoca cambiamenti cumulativi sull’ambiente, il quale ne è a sua volta influenzato».

Secondo lo studioso rumeno, l’orientamento di tutte le scuole economiche, degli economisti classici e di quel Malthus - a cui tanto devono le concezioni catastrofiste della temporalità della crisi - in particolare, ma anche il marxismo tradizionale, è stato dominato da un concetto fondamentale, quello analizzato principalmente da Arthur Cecil Pigou: “In condizioni stazionarie i fattori di produzione sono stock di quantità non variabile, da cui emerge un flusso continuo, anch’esso non variabile, di quantità di reddito reale.” Lo stesso concetto sarebbe alla base del diagramma di produzione semplice di Marx, quello illustrato nel Secondo libro del Capitale. Per Georgescu-Roegen, Marx sosteneva che la natura ci offrisse tutto gratis, mentre gli economisti classici aderivano a questo dogma senza esplicitamente affermarlo. Nel solco dell'insegnamento di Marshall, l’originalità del contributo di Pigou nella sua "Economia del benessere" sta nell’introduzione del tema delle “esternalità”, positive e negative che siano. E che si potrebbe cercare di sintetizzare in questi termini: nei processi economici e produttivi le azioni di ogni soggetto non sono isolate, ma condizionano, nel bene e nel male, altri soggetti economici circostanti, apparentemente "esterni" a questi processi ma che da questi stessi sono influenzati. Se una unità produttiva è collocata in prossimità di altre, come nel caso dei distretti industriali, ne trae vantaggio perché tutte mettono in comune servizi, strade, aeroporti e ciascuna trae beneficio da questa integrazione. D'altra parte ogni attività di un soggetto produttivo può provocare "diseconomie esterne", cioè danni e costi ad altri soggetti e all’ambiente in cui sono inseriti.

 Ecco allora che trova qui un’ulteriore conferma, sotto il profilo concettuale, il tentativo che stiamo compiendo di superare la rigida distinzione tra dimensione “naturale” ed “artificiale” di ciò che è comune. Nell’analisi reale, sotto il profilo eco-bio-politico, dei commons, dei beni comuni del Ventunesimo secolo, l’idea che esistano dei beni comuni presupposti naturali, altri cioè dal comune come dimensione continuamente prodotta e riprodotta dall’attività umana, e da una attività umana che è marchiata in maniera indelebile dai rapporti di dominio e sfruttamento che cercano di imbrigliarla, risulta sempre più scientificamente forzata e del tutto inadeguata politicamente. Se si parte invece presupponendo che esistano, in termini rigidamente separati, risorse naturali e beni artificiali, si rischia di finire fuori strada.

 5. Vediamo la questione ancora da un altro angolo di visuale. Ci sono autori che in questi anni hanno introdotto la definizione di antropocene. Paul Crutzen, chimico vincitore del premio Nobel nel 1995, ha proposto di ribattezzare antropocene l’era geologica che si è aperta con la rivoluzione industriale della seconda metà del Settecento, guarda caso nel momento in cui il grafico della produzione di anidride carbonica e di sua emissione in atmosfera schizza verso l’alto. Cosa afferma Crutzen insieme ad Edward Wilson, che è il fondatore della sociobiologia come disciplina ? Che quella umana è la prima specie ad essersi trasformata in una sorta di forza geofisica in grado di alterare il clima della terra. Detta in altri termini, in questa era l’uomo è diventato un attore ecologico globale. Sulla Terra infatti il cambiamento ambientale è vecchio quanto il pianeta, circa quattro miliardi di anni, il genere homo esiste da circa quattro milioni e in questo periodo ha modificato il sistema terrestre più che nei miliardi di anni precedenti,  ma questa modifica non è mai stata così veloce e profonda come quella che si è verificata nel Ventesimo secolo, a partire – aggiungiamo noi - dalla progressiva estensione globale del modo di produzione capitalistico. Ecco perché è oggi impossibile, di fronte alla costante dinamica interazione tra fattori umani e fattori ambientali, distinguere tra “risorse naturali” e “beni artificiali”. Anche dal punto di vista ecologico, l’idea del comune come  produzione, del comune come esito permanente, e permanentemente mutevole, dell’attività umana è un’idea cui è oggi impossibile rinunciare.

 Ma la nostra è anche l’epoca in cui questa attività umana, le forme stesse di vita che la caratterizzano, sono integralmente “messe al lavoro” e la stessa precarietà della vita, con cui i differenti concatenamenti della crisi ci costringono a fare i conti (precarietà nell’esposizione agli effetti dei cambiamenti climatici, così come la precarietà del reddito e dell’insieme dei fattori riproduttivi e così via), non può che essere inscritta all’interno della sussunzione del bios ai rapporti sociali di sfruttamento capitalistico. Un bios nel quale, per quanto affermato finora, sono divenuti indistinguibili e tanto meno inseparabili le dimensioni del naturale e dell’artificiale, e che si rivela come forma di vita, esito continuamente ridefinito di un’interazione dinamica, di un rapporto complesso tra attività umana sfruttata e dominata, da un lato, e fattori ambientali, cosiddetti “naturali” che vi concorrono, dall’altro.

 6. Il nodo ulteriore che il tema della crisi climatica e della definizione di un comune ecologico ci costringono ad aggredire è quello dello sviluppo e del limite.

Nella nostra tradizione di pensiero critico siamo stati abituati a leggere il ciclo capitalistico, gli antagonismi che lo mettevano in moto, attraverso uno schema di successione, conflittuale ma  lineare, tra lotte, crisi, ristrutturazione e sviluppo. Se guardiamo alla nostra matrice culturale, per chi proviene dal marxismo critico, dal pensiero “post-operaista”, in qualche misura siamo sempre stati abituati a leggere e interpretare la realtà secondo questo schema che, per molti aspetti, rimaneva dialettico, anche quando ne negavamo l’andamento dialettico nella prospettiva della rottura rivoluzionaria. Secondo questo schema, le lotte operaie – ed oggi le lotte della composizione sociale moltitudinaria del lavoro vivo - producono crisi, la crisi davanti al conflitto che l’ha generata e l’attraversa, viene affrontata e risolta dal capitale - inteso come rapporto sociale - in termini di rilancio sul terreno di nuovo sviluppo, di un salto di qualità che è, al tempo stesso, scientifico-tecnologico e nell’organizzazione sociale del lavoro, in una prospettiva comunque espansiva, sia dal punto di vista del mercato sia del rapporto di sfruttamento, che spinge ad un più alto livello la contraddizione capitale-lavoro, e cioè la contraddizione intesa classicamente in senso marxiano tra lo sviluppo delle forze produttive - oggi diremmo della cooperazione sociale, della crescente produttività sociale che essa determina e della sua autonomia - ed i rapporti sociali di classe che mettono in gabbia, che catturano questo livello più maturo raggiunto dalle forze produttive della cooperazione sociale.

Viene da chiedersi se oggi questo schema lotte-crisi-ristrutturazione-sviluppo sia ancora valido, se possa da solo spiegare il concatenamento della crisi. I dubbi sono fortissimi e si dovrebbe provare a metterlo in discussione, come agli inizi degli anni Novanta si ebbe la capacità, il coraggio di contestare la vigenza della legge del valore.

 Le evidenti difficoltà, da parte capitalistica, nell’individuare e nel praticare un’unica risposta, strutturale e risolutiva, alla crisi, con il differenziarsi di molteplici polarità di governance politica imperiale, che implicano una obiettiva diversificazione delle risposte da fornire alla crisi, mostrano più in generale che sono stati forse raggiunti tout court i limiti della possibilità d’espansione dello sviluppo capitalistico. E non ci riferiamo qui, come accade per tanta parte del pensiero ambientalista, ad una concezione “morale”  del limite. Né alla pura e semplice registrazione dei limiti geografici e fisici, per così dire “naturali”, nello sfruttamento delle risorse energetiche in particolare, che sono stati materialmente toccati. Ma anche a quei limiti, ormai evidenti, nella capacità di organizzazione dello sfruttamento, nell’organizzazione di un comando che sia in grado di ingabbiare nell’arbitrarietà della norma capitalistica e di ricondurre ad un’artefatta misura del valore quegli eccezionali livelli di produttività, determinati da una cooperazione tendenzialmente matura ed autonoma e dalla centralità ormai assunta dall’intelletto sociale generale, dall’intelligenza collettiva e dai suoi beni, come forza produttiva.

Ecco perché la crisi climatica, se la intendiamo correttamente come uno dei punti di precipitazione di un insieme, di un concatenamento sistemico di crisi, è crisi dello sviluppo capitalistico nella misura in cui è crisi del limite raggiunto dalla sussunzione reale.

 7. Così come si tratta di superare una distinzione rigida tra dimensioni del “naturale” e dell’ “artificiale” e di riarticolare i concetti di “sviluppo e di “limite”, proponiamo qui anche di oltrepassare la contrapposizione tra paradigmi della scarsità e dell’abbondanza. Questo potrebbe aiutare nella ricerca di una prospettiva altra dagli approcci che rischiano invece di monopolizzare le culture politiche che si confrontano sui temi ecologici.

Che cosa, infatti, può e deve essere salvato dello schema lotte-crisi-ristrutturazione-sviluppo? Il fatto che sono state le lotte contro lo sfruttamento e contro i tentativi del capitale di catturarne, imbrigliarne la spinta verso forme di vita più libere e più giuste ad averci condotto fino a qui. Il motore che ha trasformato il mondo, che lo ha portato, nel bene e nel male, fino a questo punto è stata la dialettica tra lotte sociali e sviluppo capitalistico. Ed è stato questo permanente conflitto tra il desiderio di liberazione e i rapporti di dominio ad aver generato quei profondi cambiamenti nelle forme di produzione e della riproduzione sociale, che possiamo dare come patrimonio acquisito. Questa dialettica, però, e il suo approssimarsi al limite che abbiamo individuato, ci ha pure condotto al grande paradosso contemporaneo, sul quale non è più rinviabile la discussione. Ossia, la convivenza di abbondanza e di scarsità. Abbondanza nell’immaterialità di idee, conoscenze, affetti e relazioni, anche quando queste sono applicate a risorse naturali rinnovabili. Qui dovremmo cercare di recuperare, dal lavoro di ricerca e dal dibattito degli anni Novanta, la possibilità di applicare la categoria dell’ “immateriale” non esclusivamente alle forme del lavoro contemporaneo, ma alla generalità dei fattori decisivi che concorrono alla produzione sociale. Oggi l’abbondanza sul terreno dell’immaterialità (vale per conoscenze, idee, affetti, relazioni, ma è necessario utilizzare questa categoria anche a proposito delle fonti energetiche rinnovabili, ovvero non esauribili) coesiste con la scarsità  che riguarda invece la materialità delle risorse cosiddette “naturali”, una volta verificata la limitata disponibilità di queste in quanto finite e non rinnovabili.

La crisi climatica ci avverte però, in forma pressante ed urgente, che - come avviene per la distinzione tra “naturale” ed “artificiale” - così non è possibile separare questi due elementi, abbondanza dell’immateriale e  scarsità del materiale. Non è più possibile concepire di consumare fino al loro esaurimento, pena il venir meno delle stesse condizioni di riproduzione del genere umano in quanto tale, le risorse finite, cosiddette “naturali”, a favore del pieno godimento delle libertà offerte dall’immateriale; così come non ha oggi alcun senso riferirsi alla dimensione dell’immateriale come a qualcosa di secondario, degno di minor considerazione, proprio perché nella sua abbondanza si traduce l’infinitezza del desiderio umano, la potenza dell’intelletto e della cooperazione sociale, che apre al godimento degli illimitati territori della conoscenza e della libertà.

E’ qui che la crisi climatica mostra la contraddizione più profonda ed avanzata di questo modello di accumulazione capitalistica. La crisi ecologica si conferma non come una delle tante conseguenze di una più generale crisi economica, ma come il suo cuore, quello che spiega anche la crisi della finanza e i suoi effetti sociali. Al suo interno stiamo infatti ritrovando il precipitato di un nuovo bios, di un bios che è stato ontologicamente mutato da un processo di sfruttamento che ha sussunto in sé la vita e tutti i fattori ambientali e sociali della sua riproduzione, in quanto tali. E’ da questo punto di vista che dovremmo registrare la fine della centralità di vecchi paradigmi, legati alla previsione di una illimitata possibilità di sviluppo espansivo, strutturalmente fondata su ciò che è scarso (ovvero risorse cosiddette “naturali” finite) e che oggi, tra le altre cose, non può più cosiderato pacificamente oggetto di un processo di privata appropriazione, dal momento che è socialmente percepito e difeso come “bene comune” (si vedano, ad esempio, le dimensioni globali e territoriali raggiunte del conflitto intorno all’acqua). Gli effetti della crisi climatica stanno obbligando i settori più avanzati delle oligarchie capitalistiche - come nell’ipotesi di un New Deal costruito intorno alla green economy, cioè alla riconversione in senso ecologico del sistema produttivo - a prospettare un nuovo ciclo espansivo fondato su ciò che è oggi effettivamente abbondante, cioè sui beni immateriali, sia su quelli prodotti dall’intelletto e dalla cooperazione umana, sia su quelli “naturali” rinnovabili. Qual è il limite di questo approccio dal punto di vista capitalistico? Che all’idea di uno sviluppo fondato sullo sfruttamento dell’immaterialità intendono imporre l’applicazione una logica che è quella della scarsità, che è quella della privata appropriazione, della forzata riconduzione dell’immateriale al limite rappresentato dalla misura capitalistica. Pensiamo al paradosso: mentre le risorse “naturali” esauribili vengono utilizzate come se fossero infinite,  ai beni immateriali, prodotti e condivisi dalla cooperazione umana o liberamente disponibili in ambiente in quanto rinnovabili, a quei beni cioè che sono invece tendenzialmente inesauribili perché traducono l’infinitezza del nostro desiderio di vita e libertà, si vuole forzatamente applicare la logica della limitata appropriazione, del controllo e del confinamento, della misura e del limite.

Questo spiega anche le difficoltà fin qui incontrate dalla prospettiva della Green economy, la sua impossibilità a funzionare come volano di un nuovo ciclo di sviluppo destinato a superare la crisi.

8. Ed è forse qui la chiave per affrontare politicamente il nodo della crisi climatica. Abbiamo per la prima volta la possibilità di muovere definitivamente il terreno delle lotte dalla contesa attorno al valore di scambio, dal confronto intorno - per dirlo in termini marxiani - al salario necessario, da un conflitto che era e resta giocato solo attraverso meccanismi redistributivi e che rischia di essere anche l’asse esclusivo attorno alla quale si sta avvitando anche la discussione “a sinistra” sulle risposte da dare alla crisi, e spostarci invece sul terreno di riconquista del valore d’uso, del superamento della forma merce, delle modalità di alienazione dell’umano, per affermare la possibilità effettiva di una cooperazione tra liberi e uguali. Forse per la prima volta da decenni, nell’affrontare la crisi climatica, possiamo tornare concretamente al disegno e alla realizzazione materiale di alternative di vita reali e comuni. E’ questo il senso profondo che sintetizziamo nella formula ricompositiva della “pratica del comune”. E possiamo farlo non contrapponendo la “lotta ecologica” a quella “di classe” e, tantomeno, provando a sommare aritmeticamente conflitti ambientali e sociali, ma pensando e praticando lo scontro intorno ai nodi descritti dalla crisi climatica - senza mediazioni ulteriori - come conflitto sociale, come scontro di classe al cuore dei contemporanei rapporti di dominio e sfruttamento.

 Le alternative qui sopra descritte non possono consistere in una sommatoria di pure e semplici opzioni di comportamento individuale. E neppure in una prospettiva di riconversione ecologica del sistema produttivo da affidare, in ultima istanza, a scelte macro-politiche che chiamano inevitabilmente in causa un’entità statuale, sovrana, in grado di implementarle in termini di pianificazione e programmazione politico-economica e di intervenire su scala globale. Come la riconduzione della crisi climatica ai limiti della sussunzione reale capitalistica sul piano analitico, così questi ultimi due aspetti sul piano della prospettiva politica, costituiscono una differenza di fondo con tanta parte del pensiero ambientalista. Su questi snodi si misura, pur nella varietà e originalità delle sue declinazioni, il limite ontogenetico della proposta della “decrescita”, a partire dal tema della moderazione degli stili di vita, che agli inizi dagli anni ’70 è stato posto dal rapporto Meadows, dalla riflessione del Club di Roma sui “limiti dello sviluppo”, fino alle tesi di Serge Latouche.

 La capacità di progettare la pratica del comune, anche a partire dalla crisi climatica, comporta l’onere di cercare risposte collettive e sul terreno di una possibile ricomposizione sociale. E le alternative, cui dobbiamo pensare, provano la loro efficacia collettiva nella misura in cui sono veicolate da altrettanti percorsi di indipendenza, intesa come fattore di rottura nei rapporti sociali dati di dominio e sfruttamento. Cercare di praticare l’indipendenza nella gestione comunitaria e partecipata del ciclo integrato dell’acqua bene comune, contro la sua privata appropriazione e oltre il vecchio modello di un “pubblico” lottizzato, burocratizzato e inefficiente; o di praticare l’indipendenza energetica, nella condivisione delle conoscenze scientifiche, nel libero accesso delle soluzioni tecnologiche e nell’emancipazione da reti centralizzate di produzione e distribuzione dell’energia (anche di quella prodotta da fonti rinnovabili); o di praticare l’indipendenza alimentare contro la fame indotta dal mercato dei futures su generi di prima necessità e a difesa della biodiversità minacciata dalla contaminazione ogm; tutto questo, appunto, non è un esercizio da “pensiero debole” né significa misurarsi con una “contraddizione secondaria”, ma è pratica radicalmente democratica, esercizio di una sorta di permanente contropotere. E’ la pratica di qualcosa che va a configurarsi come difesa dello spazio politico e sociale in cui forme di vita indipendenti, libere, felici possano crescere.

 E allora qui possiamo davvero superare definitivamente prospettive che leggono lo sviluppo come “espansione” e il limite come “conservazione”. Siamo invece su quel terreno che Michael Hardt qualifica come la costruzione di “nuove convergenze politiche” in un concetto di comune più maturo e che, a partire dalla crisi climatica, potremmo definire in questi termini: la pratica del comune come crescita indefinita del nostro desiderio di libertà, di giustizia, d’indipendenza dai rapporti capitalistici di dominio e dalla logica di sfruttamento di un’illimitata espansione economica e di privata appropriazione di questa, che li governa.

 Settembre 2010

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Primo capitolo - Crisi climatica e pratica del comune - Beppe Caccia