Impressioni a caldo sul meeting di Uniti contro la crisi.

Kilometro 721

di Antonio Musella

25 / 1 / 2011

Da Napoli a Marghera è un viaggio lungo. La conoscenza “approfondita” di tutti gli autogrill della A1 testimonia la “familiarità” con il percorso.
Di solito si arriva stanchi e si va via leggeri.

Quando provi sensazioni forti, il tempo che intercorre immediatamente dopo ti da lo spazio per una riflessione introspettiva, emozionale.
Alla barriera di Mestre c’è il casello e si prende il tagliando per regalare poi i soldi a Benetton.

721 Km davanti e lo spazio temporale della riflessione introspettiva, talvolta socializzata con i propri compagni, talvolta elaborata e solo dopo resa agli altri.

Quando si attraversano diversi cicli di movimento, quando si ritrova il lume della lucidità politica, quando si riescono ad analizzare i risultati, i limiti e gli errori del passato, quando questo si accompagna al bisogno di fare i conti con se stessi, con la fase e con la situazione reale della società, succede che impari una cosa importante : la capacità di mettersi in discussione.

Il meeting di Marghera per tanti è stato soprattutto questo.
La nascita del percorso di Uniti contro la crisi come esperimento relazionale nel movimento, l’intuizione del 14 dicembre e la rivolta di piazza del popolo, hanno consegnato al seminario – meeting al centro sociale Rivolta, un passaggio decisivo : conoscersi tra diversi, capire ed indagare le possibili sinergie, costruire comune.

Le attese sono state soddisfatte da una due giorni di assemblee, workshop, discussioni a capannelli, chiacchiere conoscitive, birre esploratrici, compleanni festeggiati, canne in compagnia, caratterizzate da un confronto tra generazioni diverse e segmenti sociali diversi, tutte in movimento e tutti incompatibili con le politiche di austerità e di dismissione dei diritti, quelle del modello Marchionne inteso come modello di società e non solo come modello di ristrutturazione della dinamica e della dialettica sindacale.

Conoscenza, ecologia, welfare e lavoro, comunicazione e crisi, questi i temi intorno ai quali abbiamo cominciato a muovere dei passi decisivi per il percorso di Uniti contro la crisi. L’obiettivo non era certo quello di costruire il calendario 2011 del movimento italiano.
E ci siamo riusciti.
Lo sforzo ben più difficile e ben più complesso era quello di un confronto serrato per capire quali punti di programma mettere in comune e su quelli costruire iniziativa politica attraversando le dinamiche di movimento.

Abbiamo sentito dire ai dirigenti del sindacato dei metalmeccanici, a dei “lavoristi novecenteschi”, che il reddito di cittadinanza davanti alla precarietà permanente, davanti alla ristrutturazione del mercato del lavoro e davanti all’impossibilità di trovare svolte keynesiane nella crisi, è una rivendicazione sacrosanta.

Abbiamo sentito dagli stessi assumere il nodo della questione del nuovo modello di sviluppo inteso come messa in discussione dei modi di produzione, passaggio decisivo di un mondo del lavoro del comparto industriale che si mette in discussione rispetto alla difesa della salute - di chi lavora direttamente e di chi no – e dell’ambiente.

Abbiamo accettato come sfida il fatto di doverci misurare con una cultura dominante nel paese il cui il concetto stesso di diritto all’esercizio della cittadinanza nei termini del diritto economico, ovvero il presupposto del reddito di cittadinanza, fatica ad affermarsi tutt’oggi, e come questo tipo di dato vada assunto come una sfida nei termini della battaglia culturale e politica che dobbiamo portare avanti nel paese.

Abbiamo ascoltato dai movimenti in difesa dei beni comuni, che il concetto stesso di supermento del pubblico verso la dimensione del “comune” dobbiamo essere in grado di spiegarlo alla “zia Titina” versione riveduta, corretta e suddalterna della “casalinga di Voghera”.

A Marghera abbiamo respirato aria di sfida e di impresa.

L’impresa è stata quella di riuscire a riaprire uno spazio pubblico comune e di movimento nel paese, uno spazio non perimetrabile, smontabile e rimontabile connettibile in tutte le sue articolazioni, lontano dall’idea di gran consiglio delle segreterie di movimento, che intorno ai nodi della conoscenza, dei beni comuni e del mondo del lavoro e del non lavoro assume il terreno di iniziativa politica.

Un’impresa perché non è stato e non è semplice dimenticarsi di tante cose.

Del passato recente e di quello più lontano, della incomunicabilità tra una visione della società arroccata sul modello fordista e una visione della società già pienamente post fordista, dell’illusione che il precariato cognitivo fosse il solo ed unico soggetto sociale rivoluzionario nel paese, della pretesa sviluppista di dare continuità ad un modello devastatore ed avvelenatore della produzione nel nome della difesa del lavoro.

Differenze, scelte, errori da diverse parti che rappresentano in un modo o nell’altro la storia di ciascuno senza rimpianti (forse), di certo per una parte senza rimorsi.

E’ stata innanzitutto un’impresa il riuscire a compiere quel passaggio fondamentale descritto sopra : mettersi in discussione, sentire il bisogno di ritornare a parlare ai tanti, sentire la necessità di comprendere il senso vero di un percorso nuovo capace di costruire dei ponti.

La sfida, quella che abbiamo davanti, è quella di essere capaci di riuscire a costruire dei modelli di società altra intorno ai quali indirizzare la nostra disponibilità al conflitto sociale sui territori e nel paese.

Movimenti diversi con composizione sociale differente, tra i comitati per i beni comuni, i lavoratori metalmeccanici, il precariato diffuso, il mondo della conoscenza e degli studenti, che non sempre vivono della stessa capacità di riconoscersi nella moltitudine.

Il processo che abbiamo voluto agevolare è quello della socializzazione dei saperi prodotti dai conflitti che risultano paradigmatici per la costruzione dei modelli di alternativa.

Uno spazio politico che si pone distante dalla dimensione della politica dei palazzi, che non ambisce ad attraversala, che punta invece in maniera diretta alla costruzione di un progetto di alternativa capace di essere all’altezza della sfida nel paese del bunga bunga.

Uniti contro la crisi oggi è questo. Un’arca in mare aperto.

Ma sull’arca c’è aria di consapevolezza, di determinazione ed allo stesso tempo di gioia. Un mix che produce la volontà di rimboccarsi le maniche, non certo per fare i sacrifici come chiede Bersani, ma per non pagare la crisi e produrre un processo di crescita dei conflitti sociali capace di tenere dentro di se il virus dell’alternativa incompatibile.

Sta ora a noi capire fin dove possiamo arrivare e cosa saremo capaci di mettere in movimento, a partire dai territori. Al centro, anche qui, ci saranno i contenuti e le lotte, i movimenti, il conflitto, e non la dimensione politicista dell’organizzazione che riproduce se stessa sui territori calandosi dall’alto.

Il protagonismo deve restare quello dei movimenti.

Davanti abbiamo alcuni appuntamenti, a cominciare dallo sciopero della Fiom del 28 gennaio, ed altri senza dubbio saranno prodotti dall’andamento dei conflitti, fino ad arrivare a Luglio al decennale di Genova.

Lo spirito del meeting di Uniti contro la crisi ci carica di energie positive capaci di riportarci alla responsabilità del momento che stiamo vivendo e di quello che stiamo costruendo. Un passaggio importante e per certi aspetti storico nel movimento italiano.

Arriva il casello di Caserta Nord.
Fine della A1 ed ingresso alle porte di Napoli.
Terminiamo la riflessione e proviamo a rilassarci con la musica.
Spesso partorisce suggestioni decisive.
Galvanize
…Chemical Brother…mi pare adatto.
Fine dell’introspezione…
Inizio del lavoro…

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