La rivoluzione è curda

28 / 6 / 2015

Ha lo sguardo fiero e la voce forte e sicura, la comandante YPJ Nassrin Abdalla, mentre si rivolge al pubblico dal palco di Sherwood festival insieme ad Anwar Muslem, co-presidente del cantone di Kobane. Si rivolge a chi da mesi segue la loro storia, la storia della resistenza del Rojava contro la barbarie del Califfato nero, con una chiarezza emozionante che non è semplice narrazione, ma una vera e propria messa in comune di un’esperienza con gli attivisti dei movimenti dell’intero Vecchio Continente. 

Porta la voce fiera del confederalismo democratico e la testimonianza diretta dell’importante presenza femminile in campo bellico e amministrativo in Rojava. Pur tenendo conto delle estreme differenze e dei contesti storici, il sentire comune del “vivere liberamente il proprio sogno”, e di praticarlo, fa in modo che si produca un vero e proprio atto di traduzione. Rientra nella sfera del possibile la destrutturazione delle relazioni di potere tra uomo e donna, tra governati e governanti, tra etnie e culture, tra subalterni e dominanti, proprio all’interno dei nostri territori. L’internazionalismo diventa così la tessitura di una trama collettiva e condivisa in cui ogni filo singolare e specifico vive e si interconnette nella reciproca appartenenza ad un progetto rivoluzionario, radicandolo nel proprio spazio di vita. 

È notizia recente che le milizie curde dello YPJ e dello YPG sono riuscite a respingere l’offensiva dello Stato Islamico ai danni di Kobane. Gli islamisti neri hanno tentato di riprendersi quella città simbolo della resistenza per sferzare un duro colpo al progetto costituente e libertario della Rojava, unica e vera opposizione sia in termini politici che militari alla devastazione disumana dell’Isis. Contemporaneamente, la furia del terrorismo attacca di nuovo la sponda Sud del Mediterraneo in Tunisia e il cuore dell’Europa in Francia

I jihadisti hanno avuto accesso alla periferia sud-est di Kobane dissimulandosi con le tute dell’unità dello YPG e dell’Esercito Libero Siriano. Il canale diretto di entrata è stato fornito dalle autorità turche al confine con la Siria: l’esercito di Erdogan, lungi dall’essere un attore neutro o una forza contrastante l’avanzata dell’ISIS, ha permesso che intere truppe nere oltrepassassero la frontiera. La strategia ha dunque puntato sull’elemento della sorpresa e sull’aggressione dei civili; le atrocità di cui si sono macchiati i soldati islamici riguardano l’assassinio di centinaia di donne, anziani e bambini perpetrato invadendo le loro case.

A quasi due settimane dalla coraggiosa liberazione di Tel Abyad da parte delle forze curde, che ha significato l’unificazione dei tre cantoni sotto l’innovativo contratto sociale della Carta del Rojava, il nemico dell’umanità ha voluto reagire mettendo in campo una prova di forza militare e un ritorno sulla scena pubblica con gli attentati. Il messaggio è chiaro: gli islamisti vogliono perennemente ricordare la loro presenza, vogliono rappresentarsi come alternativa autoritaria di governo in Medio Oriente e come rimosso che riemerge costantemente nella coscienza europea, colpevole del passato coloniale, dell’imperialismo e delle forme di subalternità post-coloniale contemporanee. Dall’altra parte, sembra che la Turchia del mancato Imperatore Erdogan abbia dato la risposta a quello tsunami nell’urna dell’HDP filo-curdo che ha impedito la prosecuzione del colpo di Stato ai danni delle minoranze etniche, di genere e religiose.

Kobane e l’esperimento istituzionale della Rojava oltre i concetti politici moderni fanno paura. Ne hanno timore Erdogan, il califfato nero e in parte l’Occidente stesso. Per dirlo con le parole di Sandro Mezzadra, la rivoluzione curda interrompe il dispositivo di governamentalità instaurato per mezzo della guerra in Medio Oriente: non solo ha tra i suoi principi la ricerca della pace, ma ha fondato autogoverno e sovranità territoriale in quelle regioni scosse e sopraffatte dai conflitti imperiali e dai fondamentalismi. La Rojava è un avamposto di libertà, comunismo ed uguaglianza pericoloso tanto per i progetti egemonici della Turchia nei confronti delle zone limitrofe quanto per la stabilità dell’ordine sociale al suo interno e della ripetizione delle relazioni di potere. Il Rojava è una minaccia per il fascio-islamismo perché la sua costituzione materiale è attualizzata da forme di vita imperniate sull’uguaglianza sostanziale dei generi, sui diritti sociali, sulla democrazia radicale che si impongono come alternativa all’organizzazione societaria basata sul biopotere religioso. Ma è anche un’eccezione che scompagina gli assetti geopolitici europei e statunitensi, come dimostrano le operazioni sommarie e insufficienti, se non talvolta dannose, della coalizione nel contrastare l’ISIS.

La costellazione rappresentata dalla rivoluzione curda confligge su diversi fronti e interseca più piani politici, definendo una situazione che nella sua energica potenza si trova di fronte a delle contro-resistenze e indubbie difficoltà. Ciononostante, le parole di Nassrin Abdalla e di Anwar Muslem non lasciano margine ai fraintendimenti. La determinazione politica e militare in Rojava continua a vivere della forza rivoluzionaria degli ultimi anni nella consapevolezza che la sua portata non può essere limitata al contesto territoriale. Lo dimostra l’intelligenza con cui i compagni e le compagne curdi/e passano dal mitra in Siria alle urne in Turchia, ma anche l’importanza che riconoscono nella creazione di una comunità internazionale di solidarietà. Il tour italiano della comandante dello YPJ e del co-sindaco di Kobane è un modo per chiedere sostegno politico e materiale alla ricostruzione di Kobane e all’intera organizzazione rivoluzionaria; allo stesso tempo, è un’attitudine che reinterroga il nodo dell’internazionalismo e della solidarietà tra i popoli al di là delle testimonianza e dell’interventismo. Certamente, la necessità di ricostruire quell’80% di territorio urbano distrutto dalla guerra rende tutti i progetti nati dalla cooperazione dal basso essenziali per il mantenimento del processo di costituzione del confederalismo democratico. Eppure, non dobbiamo sottovalutare tutte le implicazioni politiche di questa tensione transnazionale proveniente dal sud-est dei confini europei.

I popoli del Kurdistan si interfacciano direttamente all’Europa per una questione strategica: fare pressione affinché le istituzioni sovranazionali ed i governi prendano una posizione netta, traccino una linea in difesa della Carta del Rojava fuori da qualsiasi ambiguità o equilibrio dettato dalla Nato. La conseguenza di una tale decisione porterebbe al reperimento del materiale necessario ed utile per perfezionare l’autotutela e la liberazione curda e, soprattutto, andrebbe a mettere in contraddizione uno dei pilastri della Fortezza Europa. Come è possibile aiutare economicamente e politicamente la resistenza del Rojava e non riconoscere le responsabilità imperiali occidentali in Medio oriente? Come si può reiterare il regime dei confini e delle frontiere per tutti quei corpi migranti che sfuggono alle circostanze belliche, dalla Siria al Nord Africa? Da Kobane si può scrutare l’estremità sud del Mediterraneo europeo. 

Inoltre, aggiungiamo noi, la comprensione dello stesso fenomeno islamista riceverebbe un’altra significazione se rapportato con un forte riconoscimento di Kobane: le élites europee, i Capi di Stato, dovrebbero ammettere l’esistenza di una soluzione libertaria e di cittadinanza estensiva oltre la logica del binarismo tra civiltà europea ordoliberale e fanatismo barbaro. I sacerdoti dell’estremismo di centro rischierebbero di non essere più in grado di professare il loro culto dell’austerità, del debito e della stabilità dei prezzi con una conseguente legittimazione di coloro che disegnano un’altra Europa all'insegna della libertà e dell'eguaglianza come sta accadendo in Grecia.

Kobane non è sola. Non lo è perché ha suscitato un moto trasversale di vicinanza politica. Non lo è perché il suo grido di libertà è rivolto anche al cuore dell'Europa. 

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