Report del workshop: "Democrazia e Welfare: salario, reddito, redistribuzione della ricchezza"

26 / 1 / 2011

Seminario/meeting "Uniti contro la crisi" 22 e 23 gennaio 2011, CS Rivolta - Marghera (VE): Report del workshop: "Democrazia e Welfare: salario, reddito, redistribuzione della ricchezza"

  1. 1. Il carattere sistemico e strutturale dell’attuale crisi economica e finanziaria costringe tutti a ripensare le proprie posizioni. Questa sembra essere stata la consapevolezza di fondo che ha animato il workshop su salario, reddito e welfare. L’attacco senza precedenti a quell’insieme di diritti, garanzie e tutele che hanno caratterizzato il modo di regolazione del capitalismo industriale assume oggi una radicalità tale da spingere ognuno verso la ricerca di nuove categorie e intersezioni sulla tematica del programma politico e sulle forme di lotta dei movimenti sociali.

  2. 2. Questo attacco procede essenzialmente in due direzioni: da una parte, a partire dalle politiche di austerity che si stanno imponendo in tutta Europa, un pesante ridimensionamento (se non proprio una dismissione) del Welfare State tradizionale, dall’altra il tentativo di modificare radicalmente la forma delle relazioni industriali, con un’offensiva diretta che mette in discussione la stessa natura costituzionale del sindacato, la compressione senza precedenti del diritto di sciopero e lo svuotamento delle prerogative della contrattazione sociale. In altri termini, la crisi economica e finanziaria lungi dal produrre un effetto politico di freno alle logiche che l’hanno prodotta, sta funzionando come innesco per l’accelerazione di quegli stessi processi e come opportunità di approfondire in termini autoritari le dinamiche di sfruttamento e controllo della forza-lavoro. Tuttavia, sarebbe sciocco non leggere all’interno di questo scenario, la mutazione della stessa natura dell’accumulazione capitalistica contemporanea. I processi di finanziarizzazione dell’economia sono giunti ad un tale livello di pervasività da rendere illusoria e residua la stessa idea di una qualche alternativa tra economia finanziaria e “reale”, tra un capitalismo buono e produttivo ed uno invece segnato dalle logiche speculative. Se c’è una verità che la crisi sta facendo emergere questa ci parla della totale penetrazione della logica finanziaria all’interno di quella industriale, della totale erosione dei confini tra profitto e rendita, categorie queste ultime, fino a poco tempo fa distinte e contrapposte nello stesso pensiero economico.

  3. 3. All’interno di questo quadro mutato occorre quindi avviare una ricerca collettiva in grado di ripensare radicalmente le categorie che hanno definito, per molti anni la cosiddetta “questione sociale”. Il primo dato da cui partire è evidentemente lo spaventoso processo di impoverimento della popolazione che oramai tutte le rilevazioni statistiche registrano. A ben vedere questo processo di pauperizzazione ci dice fondamentalmente tre cose. La prima è che la compressione dei livelli di vita non riguarda più esclusivamente categorie sociali segnate dalla marginalità, al contrario questo riguarda trasversalmente composizioni sociali diverse difficilmente associabili all’idea di esclusione sociale: la componente operaia, quella giovanile e studentesca e lo stesso ceto medio che si trova a vivere un vero e proprio processo di declassamento. La seconda è che la povertà, in questo nuovo scenario, non è più pensabile come un effetto perverso della dinamica economica, non è più il frutto “eccezionale” e residuale dello sviluppo capitalistico, ma un prodotto “normale” e necessario della finanziarizzazione. La terza è che dietro la ridefinzione della categoria di povertà troviamo il consolidarsi di una logica di polarizzazione sociale che tende a trasferire in modo continuo ed incessante la ricchezza socialmente prodotta dai salari e dallo Stato Sociale ai profitti e alle rendite. Questa dinamica di polarizzazione, che oggi raggiunge i suoi massimi livelli, ci spinge a considerare la povertà come l’effetto di un sistema distributivo fondato sul saccheggio e sul furto delle risorse prodotte dalla cooperazione produttiva.

  4. 4. L’urgenza di inventare nuovi strumenti per attaccare questo meccanismo deve quindi misurarsi con la necessità di tenere assieme la ridefinizione delle rivendicazioni e degli obiettivi del conflitto, con quella dell’elaborazione di nuove e comuni forme di lotta, modalità di contrattazione sociale e creazione di nuovi istituti di democrazia autonomi. È all’interno di questo scenario che la stessa difesa del contratto nazionale di lavoro assume oggi una portata differente e presenta una posta politica generale. Laddove è la stessa funzione politica del contratto nazionale a dover essere estesa socialmente: il punto in altri termini è quello di immaginare una nuova base comune di diritti indisponibili al di sotto della quale non si può andare, una rigidità imposta dal basso con la lotta oltre la quale la macchina del ricatto deve smettere di funzionare, oltre la quale far saltare la logica dello scambio fra lavoro e diritti.

  5. 5. È questo il terreno sul quale ridislocare la proposta di un reddito garantito incondizionato e di un nuovo welfare. A questo riguardo occorre fare due precisazioni. La rivendicazione di un reddito garantito non deve essere pensata come una fuga dalle contraddizioni interne alla prestazione lavorativa. Al contrario questa acquisisce tutta la sua radicale portata politica proprio in quanto è in grado di presentarsi come condizione a partire dalla quale è possibile riaprire la lotta dentro e oltre il lavoro formalmente erogato. Senza reddito non c’è possibilità di resistere al ricatto della povertà, e senza questa resistenza non è pensabile alcuna trasformazione delle forme della cooperazione produttiva. La seconda precisazione riguarda il fatto che la lotta per il reddito garantito deve essere pensata come l’altra faccia del processo di ricomposizione sociale, come vettore di collegamento fra composizioni sociali eterogenee che vivono e hanno vissuto nel tempo la propria differenza in termini contrappositivi e corporativi. La sfida che abbiamo davanti è quella di ripensare un programma politico delle lotte in grado di tessere alleanze sociali, in grado cioè di affermare un piano comune tra lavoro dipendente e lavoro indipendente di nuova generazione, tra soggettività operaia, precaria, studentesca e migrante.

  6. 6. A proposito del lavoro migrante, dal workshop è emersa la necessità di pensare un nuovo appuntamento di discussione politica di Uniti contro la Crisi proprio su questo argomento oramai sempre più centrale.

  7. 7. Così come è da molti stata sottolineata l’urgenza di allargare il discorso politico e la riflessione teorica almeno ad altri due ambiti. Da una parte l’emergenza di una nuova questione euro-mediterranea. È un fatto che negli ultimi mesi si sia presentata una circolazione delle lotte contro la crisi e l’austerità almeno a livello europeo e mediterraneo e che in queste possiamo riconoscere l’emergenza di un comune terreno di resistenza che necessità di uno specifico appuntamento nel quale mettere in collegamento le diverse esperienze. Dall’altra quella di riprendere e ribaltare il tema del federalismo immaginando a livello locale e metropolitano nuove forme di contrattazione che sappiano rispondere al processo di corporativizzazione e privatizzazione del Wefare State. Reinventare dal basso il welfare mettendo in rete le esperienze di mutualismo e di autorganizzazione sociale.

  8. 8. A far da sfondo la necessità di lanciare un’inchiesta sulla nuova composizione del lavoro e sulle nuove forme di sfruttamento.

  9. 9.  L’ultimo punto riguarda le forme di lotta. È giunto il momento di superare l’idea di un supporto sociale allo sciopero sindacale. Il problema è casomai quello di comprendere, a partire dall’estensione dei confini della produzione sociale, come si costruiscono forme di blocco economico che interessino non solo la produzione delle merci, ma anche la loro circolazione metropolitana. Le esperienze accumulate in questi ultimi tempi, dallo sciopero francese contro la riforma delle pensioni fino alle manifestazioni studentesche con il blocco della mobilità, mostrano come il tema dello sciopero sociale generalizzato sia molto più che una semplice evocazione e possa oggi imporsi come una pratica conflittuale e ricompositiva. Occorre a questo livello avviare una sperimentazione pratica. Lo sciopero generale indetto dalla Fiom per il prossimo 28 gennaio è il primo appuntamento per cominciare a percorrere questa strada.

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