Stanza 408 hotel carcere di Venezia

Prima condanna per la morte di Cherib suicidatosi dopo essere stato rinchiuso nella cella 408

11 / 1 / 2014

A quasi cinque anni di distanza è ora arrivata una prima condanna per la morte di Cherib, ragazzo morto a 28 anni suicidatosi nella cella inferno 408 del carcere della città lagunare.

La direttrice del carcere all’epoca dei fatti è stata condannata a 11 mesi di reclusione per omicidio colposo e abuso. Condanna a rischio prescrizione e che evidenzia ancora una volta come l’ordinamento paghi l’assenza del reato di tortura nel nostro codice.

Il caso è significativo sotto tale profilo. Il 5 marzo 2009 Cherib decide di impiccarsi con i filamenti di una coperta dopo aver passato 62 ore consecutive nella famigerata 408 destinata alla punizione.

La stanza in pratica serviva agli agenti per i detenuti conflittuali o pericolosi.

Il ragazzo in realtà non era per nulla conflittuale (che anche non giustificherebbe) e per i gesti autolesionistici o suicidari le regole impongono assistenza qualificata e sorveglianza a vista.

Non si è trovato di meglio che imporre il soggiorno nello spazio che vale la pena descrivere. Iniziamo da cosa manca nell’arredo/servizi della 408: non c’è acqua, non c’è luce, non c’è riscaldamento, non ci sono vetri né finestre, non c’è un tavolo, non c’è una sedia, non c’è un letto, non c’è un materasso, non c’è un lavabo, non c’è un bagno.

E, mentre in Europa si discute di standard minimi per i quali di continuo si condanna lo stato italiano, passiamo al contenuto della cella che possiamo riassumere sostenendo che l’unico elemento presente è costituito da un tappeto di merda causato dalla presenza di escrementi il cui odore nauseabondo non poté che impressionare il Pubblico Ministero in ispezione per il caso in oggetto.

Da qui è nata l’indagine di cui alla prima modesta condanna di ieri e che ha visto indagati una pluralità di agenti tra cui anche un esponente addetto ai controlli che in realtà è risultato egli stesso clinicamente incompatibile atteso che, in un quadro di gravi disturbi psichici, nelle more del processo ha sparato alla moglie uccidendola e uccidendo se stesso subito dopo.

Insomma la vicenda in oggetto offre uno spaccato tragico, ma non isolato, dello stato in cui versano le strutture penitenziarie che si collega urgentemente alle lotte sulla rispetto minimo della dignità del ristretto con l’introduzione del reato di tortura e soprattutto sulla necessità, non rinviabile, di una amnistia unica soluzione di immediato respiro.

P.s.La stessa sorte di Cherib avrebbero subito nel corso del 2008 e del 2009 altri detenuti, in particolare, il tunisino Kais Latrach (rinchiuso nella cella 408 per 25 ore una prima volta e per altre 32 una seconda), il tagico Omar Basaev (per 175 ore), il romeno Ilie Paval (per 46 ore), gli iracheni Mohamed Sami (per 30 ore una prima volta e per altre 121 una seconda) e Karim Eddi (per 9 ore).

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