Welcome to Padova!

Venerdì la città aperta ed accogliente ma spesso invisibile si mostrerà mentre chi vuole consegnarla a xenofobia e razzismo organizza una tetra fiaccolata. La Padova migliore sarà presente all’happening antirazzista in piazza Garibaldi

14 / 5 / 2015

L’aria di campagna elettorale si fa pesante, a Padova. Nella roccaforte della Lega, amministrata da quel Bitonci settimo sindaco più amato in Italia e fervente sostenitore del fronte Zaia-Salvini, il discorso politico sull’invasione dei profughi si fa carne. Per questo venerdì le associazioni di commercianti del centro cittadino hanno convocato una fiaccolata per osteggiare l’arrivo di nuovi profughi nel territorio comunale contestando l’accoglienza nelle case private, promossa in primis dalla cooperativa Percorso Vita che ruota attorno alla firgura di don Luca Favarin. Per quanto possa sembrare assurdo fare di un’iniziativa privata che non coinvolge direttamente le istituzioni pubbliche del territorio un problema collettivo, la retorica leghista e cittadinista si basa sulle vetuste parole-chiave "salute, sicurezza e ordine pubblico", prospettando un arrivo in massa di orde di profughi che sconvolgerebbero l’armonia sociale. La visione del migrante, del profugo come nemico fa sì che venga additato come individuo intrinsecamente pericoloso, e l'accoglierlo in casa propria diviene elemento di divisione nella comunità. Perchè mai aprire le porte all'invasore!? L'Europa tutta, purtroppo, è pervasa dalla retorica delle nuove destre di cui la Lega salviniana costituisce il braccio italiano; l'essenza dei loro discorsi sta nella guerra simulata, nella chiusira identitaria in comunità impenetrabili definite in negativo identificando un “altro estraneo”. Un triste dejà-vu.

Nella Padova ai tempi di Bitonci, però, dietro questa retorica si cela un meccanismo strategico. La cosiddetta società civile, gli abitanti del centro storico e coloro che qui conducono un’attività commerciale si fanno promotori dell’opposizione all’arrivo di nuovi profughi. Nella volata finale verso le elezioni regionali la forma del cittadinismo funziona con un doppio effetto: da una parte, il consenso viene garantito “dal basso”, facendo parlare i governati e i loro bisogni, in modo che il governante eletto possa soddisfarli. Dall’altra, tale mobilitazione induce a pensare che risieda nelle mani della cittadinanza un potere decisionale in realtà ben racchiuso nel perimetro del gabinetto del Sindaco. Insomma, tutto capita come se al pastore che ascolta il popolo spettasse l'onere di esibire il pugno di ferro per far rispettare la volontà espressa dal gregge che da lui si fa difendere. Ed il pastore-Sindaco usa lo strumento dell'ordinanza municipale.
La nostra città dunque è - o c'è chi vorrebbe che fosse - completamente chiusa all'ingresso di coloro che sono in cerca di salvezza, di un luogo privo di guerre, dove l'esistenza in vita non sia un problema quotidiano. L’ultima tragedia umana nel Mediterraneo ha ribadito l’inadeguatezza delle politiche migratorie europee: affrontare efficacemente la pressione migratoria sulle sponde del Mediterraneo richiede l'immediata apertura di un canale umanitario che rompa la cortina di ferro posta a perimetrare la Fortezza Europa. La vita e la dignità della vita debbono essere garantite al di là di qualsiasi permesso cartaceo. L'ondata migratoria scatenata dalla guerra del Califfo sta negando ogni possibilità di decisione autonoma da parte di coloro che chiamiamo profughi: la guerra nei loro paesi d'origine nega il diritto di restare, i respingimenti in mare e l'assenza di programmi efficaci di accoglienza negano il loro legittimo diritto di fuggire da morte certa. Visto da Padova quindi il problema comprende gli odiosi CIE, centri di identificazione ed espulsione, ed i CARA, centri di accoglienza per i richiedenti asilo. Luoghi dove le istituzioni si fanno criminali, dove lo stato la cosuetudine è la negazione dei diritti e del Diritto stesso, che chiamiamo "stato d’eccezione". E’ ovvio che la chiusura immediata di questi centri è condizione basilare per attuare una vera accoglienza e dare corpo al diritto di scelta sulla propria vita attraverso una vera libertà di movimento, di spostamento nel Paese o nella zone che si vogliono raggiungere. D’altra parte l’accoglienza rimanda direttamente alla questione del welfare, alle relazioni sociali, alla cartografia biopolitica di un intero territorio nel momento in cui si dà la possibilità o meno di una co-abitazione di uno stesso spazio urbano.
Dunque a Padova la fiaccolata di venerdì contiene un significato da leggere acuratamente, andando oltre le strategie elettorali e la continuità con il governo di Bitonci. I cittadini che manifestano contro i profughi, cogliendo come punto nevralgico il centro storico e riferendosi ai proprietari di fondi, case e negozi di questa area sono precisamente collocati. E’ impossibile parlare di tutta la cittadinanza, del popolo che urla a gran voce: fare questo significa generalizzare una composizione parziale, più in termini di condizioni di vita che in termini numerici. L’appello per la fiaccolata non si interessa delle periferie e dei quartieri fuori dal centro, così come non interroga la composizione giovanile, dai precari agli studenti. Il bacino elettorale “duro e puro” di Bitonci, quello che l’ha legittimato in prima istanza, si erge a interlocutore privilegiato facendo una prova di egemonia, cercando di imporre una sua visione sull’intera comunità. Oltre alla xenofobia e al razzismo più o meno strisciante dei toni e dei contenuti della fiaccolata, si possono individuare quelle linee di tendenza che attraversano la città da settembre a questa parte. Nonostante la battaglia contro la “questione giovanile” abbia avuto una battuta di arresto con le aperture del sindaco nelle settimane scorse, è innegabile che la socialità si stia spostando nelle zone più distanti dal centro, allontata dalla volontà della giunta di normare ogni aspetto della vita sociale. Allo stesso modo tutte le problematiche legate alla forma urbis ed alle sue trasformazioni, scritte nei piani regolatori e nelle loro varianti, sono sempre passate sotto silenzio fino a quando non possono assumere la dimensione estetica del decoro urbano; ma l'attenzione non ricade che sulla zona più produttiva della città. Le questioni che investono i quartieri periferici passano in second'ordine, nessuno si cura di esprimere con la stessa virulenza comunicativa le problematiche urbanistiche e sociali, di esclusione ed inclusione differenziale di ciò che sta fuori le mura. Un doppio rimosso, quindi: non riconoscere l’apertura e l’accoglienza dei profughi, che si traduce anche nell’estensione dei diritti per i migranti già presenti a Padova, e definire i confini della città che conta a partire dai parametri della vita dei commercianti del centro.
Il problema sollevato da questi cittadini e da Bitonci ha preso ovviamente in considerazione le precedenti aberrazioni di confinamento, come via Confalonieri e via Anelli (gestite e amministrate dal PD) nei quartieri più periferici. Questi due casi hanno rappresentato un tipo di “apartheid democratica” nel quadro più generale della campagna sulla sicurezza di Maroni. È innegabile che la proposta di adibire alcuni stabili in questa forma si espone al rischio di parassitaggio di quelle cooperative che praticano l'accoglienza come business, alla ghettizzazione e al trattamento disumano dei nuovi profughi. Il gioco della giunta, tuttavia, è quello di nominare questi due casi in modo strumentale affinchè la xenofobia divenga principio ispiratore delle politiche urbane, e dunque il razzismo divenga pratica istituzionale. A questo scopo si giunge minando qualsiasi meccanismo di accoglienza possibile, e la pietra dello scandalo deve essere la presenza di migranti nel perimentro dello spazio urbano. L’agganciarsi all’ordine pubblico, alla sicurezza ed al decoro implica di evacuare i corpi dei profughi dalla città, ridotta al suo centro, perché ciò che al governo locale intressa additare è la destabilizzazione dell'estetica cittadina data dalla presenza fisica dei corpi dei migranti.
Certamente, non basta l’iniziativa privata per l’accoglienza degna. E’ necessario investire e finanziare il welfare locale, adibire dei percorsi di contaminazione tra le culture, di scolarizzazione, di insegnamento dell’italiano. Anche le esperienze di autogestione e occupazione da parte di migranti rappresentate a Padova dalla Casa dei Diritti Don Gallo sono un segno forte e marcato dell’uso di quello che la città potrebbe offrire, della conquista di un diritto all’accoglienza esercitato dalla cooperazione tra migranti e attivisti.
Esiste una disponibilità di una parte della cittadinanza a spingere per l’accoglienza, per l’apertura all’arrivo dei profughi, non cedendo alla retorica della guerra: c’è chi non abbassa la testa di fronte all’individualismo, allo scaricare le responsabilità sui migranti o richiedenti asilo per indirizzarla alle carenze e alle scelte criminali dei vari governi, che non hanno mancato – da destra come a sinistra - di peggiorare la condizione dei migranti. E’ da questa disponibilità che vogliamo ripartire, perché ci consegna una mappa di Padova con delle linee differenti che non tracciano dei confini xenofobi e ridiscutono le relazioni che si sono create in città tra esclusione, marginalizzazione e criminalizzazione.
Venerdì pomeriggio, in contemporanea alla fiaccolata dell’intolleranza, vedremo chi pensa allo spazio urbano e alle sue risorse come comune (inclusivo, accessibile, mutevole) al contrario di chi lo concepisce in senso privatistico, appartenente ad una sola parte della cittadinanza (preferibilmente leghista). Venerdì si vedranno dunque due idee di città e non solo scendere in piazza, Padova dovrà scegliere e farà capire all’enclave leghista (e non solo) che non esiste un consenso generale, che non si darà mai un’unità del popolo sotto ciò che dice il sindaco. Qualunque sia l’esito delle elezioni o i vari tentativi di appropriazione delle campagne elettorali, venerdì sarà sicuramente una giornata che metterà il segno perché all’happening antirazzista si manifesterà una comunità altra che si è mobilitata dal basso. Una comunità che resiste alle paure ed è in grado di esprimersi da sola, utilizzando il linguaggio dell’accoglienza e della vita degna. Inutile dirsi che sarà la parte migliore della città del Santo.
Welcome to Padova!

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