In Cile è ripreso il conflitto: «No basta el 10%!». Piñera finisce in minoranza

19 / 7 / 2020

La pandemia ha certamente influito sulle lotte e sulle resistenze in tutto il mondo, costringendo a rivedere non solo le modalità della lotta politica ma anche a preoccuparsi delle gravissime conseguenze sanitarie, sociali ed economiche portate dal virus capitalista ai los de abajo.

Ma quando il fuoco della ribellione si accende e divampa inarrestabile, è molto difficile spegnerlo, a maggior ragione se si acuiscono i motivi per cui tale fuoco si è acceso e alimentato nei mesi precedenti. È così in Cile dove, dall’ottobre scorso, è in atto forse il più importante tentativo di cambiamento popolare dal basso degli ultimi anni dell’intero continente. L’estallido social infatti, scoppiato a causa dell’aumento del biglietto della metro si è dimostrato in questi mesi tutt’altro che una rivolta di settore: il “no son trenta pesos, son trenta años” di politiche neoliberiste esasperate spiega bene le motivazioni che hanno portato una parte maggioritaria della popolazione a scendere in strada a protestare, a rischiare la repressione violenta dei carabineros ed ora pure il rischio di contagiarsi col virus Covid 19.

In questi mesi di emergenza sanitaria il governo di Piñera ha cercato in tutti i modi di spegnere il fuoco della ribellione, approfittandone per rinviare in autunno la “conquista popolare” del referendum costituzionale che intende finalmente metter fine alla tanto contestata Costituzione di Pinochet, e anche simbolicamente, presidiando notte e giorno Plaza de la Dignidad con la scusa del divieto di manifestare e ripulendola da tutte le scritte ribelli. Tuttavia, le manovre del presidente non sono servite a placare la sete di giustizia del popolo cileno: in questi mesi infatti, sono aumentati i motivi della protesta e di conseguenza sono continuate le proteste contro il governo ma soprattutto è continuata l’auto organizzazione dal basso per sopperire all’incapacità e alla non volontà del governo di sostenere quella parte della popolazione colpita maggiormente dalla crisi, non solo a livello sanitario, ma anche economico.

Così sono diventate fondamentali le cosiddette ollas comunes, organizzazioni di quartiere con le quali i cittadini cileni si sono presi cura delle proprie comunità, garantendo a chi ne aveva bisogno e a chi continuava a manifestare un pasto caldo. La pandemia inoltre, ha costretto a rivedere le pratiche di lotta: esclusa la possibilità di imponenti mobilitazioni di piazza, non solo per il divieto del governo ma anche per il concreto pericolo di contagio (il Cile è uno dei paesi con più contagi al mondo con oltre 320 mila persone contagiate), si sono moltiplicate invece piccole manifestazioni di protesta nei vari quartieri ma anche blocchi stradali e cacerolazos.

Nelle ultime settimane si sono moltiplicate le manifestazioni di dissenso, da nord a sud, da Arica a Temuco, con un obiettivo specifico: a fronte della grave crisi economica patita da moltissime famiglie, è partita la richiesta del ritiro del 10% dei fondi pensionistici privati (AFP). La campagna social, ma anche di piazza, è diventata virale tanto che mercoledì scorso la Camera dei Deputati, sotto pressione, ha approvato la richiesta, infliggendo una dura sconfitta al governo che invece puntava a non concedere questo importante sostegno alle famiglie cilene in difficoltà.

In Cile il sistema pensionistico è privato ed è una delle troppe eredità della dittatura di Pinochet. Negli ultimi anni è stato al centro del dibattito politico e più volte è stato messo in discussione dai movimenti che lo considerano uno strumento di disuguaglianza dal momento che chi arriva alla pensione guadagna appena un terzo di ciò che guadagna lavorando. La crisi sociale ed economica provocata dal Covid 19 in questo caso è stata la miccia che ha permesso di rimetterne in discussione il funzionamento e soprattutto di poter richiedere questo 10% per affrontare la crisi.

Il ritiro del 10% dell’AFP è stato oggetto di forti polemiche in sede parlamentare, con le destre che cercano di bloccarne l’approvazione e con le opposizioni, che al contrario, cavalcano la campagna nella speranza di guadagnare qualche punto di approvazione della piazza. Ma, come successo anche nell’autunno scorso, questa piazza è senza leader e ingovernabile e ha scelto ancora una volta di slegarsi dai giochi dei partiti politici. A questo proposito, esemplare la posizione degli studenti secondari riuniti nella ACES (Asamblea Coordinadora de Estudiantes Secundarios) e di altre 70 organizzazioni studentesche ma non solo: «non è stata solo la destra che segue il passo dei potenti, le opposizioni seguono a ruota. Oggi cercano solo di capitalizzare e far propria una lotta del popolo tra i muri del Congresso in vista delle loro prossime elezioni».

La battaglia per il ritiro del 10% dell’AFP non è tuttavia finita: mercoledì prossimo la legge dovrà essere votata dal Senato e nelle strade già si prepara un nuovo ciclo di giornate di protesta per mettere pressione al Congresso. Con la consapevolezza che è una battaglia importante ma che «no es solo el 10%, vamos por todo y por todos».



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