Ricordiamo tutti quando pochi anni fa nei movimenti c’è stata una ambiguità, forse obbligata, riguardo al processo di costituzionalizzazione europea. Ci si divise tra chi era comunque contro, e magari a favore del mantenimento delle supposte garanzie offerte dello stato nazionale, e chi invece riteneva che l’affermazione di un’Europa politica sarebbe stata per i movimenti un’occasione per la costituzione di uno spazio finalmente in grado di far distendere i movimenti su di una dimensione continentale, uno spazio delle lotte adeguato alla globalizzazione.
Era il tempo del golpe nell’Impero con il quale la gang di Bush, con l’aiuto di Blair e Berlusconi, tentava tramite la guerra globale e permanente, innanzitutto, di affermarsi come monarchia assoluta sul mondo. Ad alcuni sembrò, allora, che le contraddizioni che l’Europa poteva esprimere contro la guerra unilaterale fossero qualcosa di cui i movimenti avrebbero potuto approfittare, incuneandosi nella maglie della governance e scommettendo sulla nascita di una nuova sinistra europea, una sinistra autonoma che dal basso potesse costruire quell’altra Europa che affonda le sue radici nella lotta di classe ultrasecolare, nelle conquiste operaie e proletarie degli anni ’60 e ’70 e nel patrimonio del movimento no-global che si è sviluppato a cavallo del secolo. Altro che radici cristiane.... Il problema più grande, certo, era ed è che la costituzione europea fa davvero schifo....
Si disse anche: lasciamo che nasca questa Europa e poi scateniamo il conflitto contro il suo governo. Bene, è passato del tempo – molto, per quello che è il tempo del movimento -, tante cose sono successe e noi diciamo che, Costituzione o no, quell’Europa politica c’è e che dunque, al di là di quelle che furono le divisioni all’interno del movimento e di una discussione abbastanza inutile adesso su chi aveva più ragione degli altri, oggi sia venuto il tempo del conflitto con il governo dell’Europa. Questo vuol dire che non è tempo per le alchimie dei tecnocrati e anche che non è più il tempo per una alleanza tra i ribelli e i democratici. Il multilateralismo che oggi l’Europa sembra incarnare, infatti, è un terreno favorevole ai movimenti innanzitutto per un motivo, ovvero perché ne favorisce l’autonomia e non il "fronte unito" che spesso è foriero di confusione e prelude al tradimento, come oggi vediamo bene. Mentre i ribelli combattono per le strade di Copenaghen e di Trento o nella Val di Susa e a Vicenza, i cosiddetti democratici votano o sostengono il rifinanziamento della missione di guerra in Afghanistan e non accennano ad avviare alcuna misura sociale degna di questo nome. Noi, intanto, scegliamo la vita, scegliamo il conflitto. Poi si vedrà.
E non siamo pochi o isolati solo perché i partiti di sinistra sono tutti al governo e perciò estranei al movimento, esiste infatti anche una solitudine della moltitudine che è potenza, che non è isolamento ma autonomia, che non è minoritarismo ma interpretazione della tendenza di una maggioranza sociale: solo poche settimane or sono abbiamo fatto una
manifestazione di centri sociali contro i CPT a Bologna che ha portato in strada 10.000 persone,
il manifesto titolava il giorno dopo "movimento solo contro i cpt e le leggi sull’immigrazione". E oggi in questa assemblea europea siamo più di 500... Allora la rivendichiamo questa ricca solitudine! Si sta bene quando si è in tanti. In questo momento, come già accadde tanti anni fa per gli operai, il nostro motto potrebbe essere "Movimento senza alleati", che significa avere come priorità l’autonomia del movimento e garantire l’estensione europea dei comportamenti di insubordinazione, di disobbedienza e di resistenza contro la guerra e il capitale. Sono loro, quelli al governo, ad essere isolati dalla società. Il governo è contro la società perché è una società viva, piena di conflitti e di desideri irriducibili alla logica da obitorio che regola la politica parlamentare. La nostra presunta solitudine è semplicemente l’affermazione di un dualismo di potere: da un lato le moltitudini in movimento, dall’altra loro, quelli che fanno politica con la guerra. Loro, i governanti di centrosinistra, traducono tutto ciò dicendo che noi siamo contro la politica... è vero siamo troppo occupati per sopportare l’arroganza della sinistra di potere. Dicono anche che siamo, rispolverando definizioni degli anni ’70, "estremisti di sinistra" che non vogliono capire che la politica reale si svolge con regole tutte sue, in un altro tempo e in un altro spazio. Questo è vero, si chiama infatti autonomia del politico, mentre sulla definizione di noi stessi a questo punto preferiamo che ci chiamino autonomi, se proprio vogliono sentirsi come Lama nella temperie degli anni ’70. E sembra che inizino a spuntare anche i novelli Asor Rosa, con uno spessore ovviamente del tutto infimo rispetto all’originale, leggetevi in rete l’ultimo Bifo per averne un esempio.
Sappiamo che il tempo del movimento, il tempo della moltitudine, non è uguale a quello del governo e del comando, proprio per questo dobbiamo liberarci una volta per tutte dall’idea di concepire il conflitto solo come reazione all’iniziativa del potere e cominciare a scegliere noi quando, dove e cosa colpire. C’è un vecchio detto popolare che dice "chi colpisce per primo colpisce due volte", infatti sappiamo che attaccare il comando capitalistico in Europa significa colpire anche quello globale: l’Impero si sconfigge anche a partire dal proprio quartiere, dalla propria città e specialmente attraverso la dinamica di amicizia che si crea con gli altri resistenti europei e degli altri paesi del mondo, costituendo
patti non basati sull’ideologia bensì su alcuni punti molto semplici ma chiari e fermi come l’antifascismo, l’antirazzismo, l’anticapitalismo e la lotta contro la guerra. Non che l’Europa che c’è non ci dia ogni giorno motivi per reagire, anzi, ma in questo momento noi pensiamo che sia necessario essere autonomi fino in fondo, prendere l’iniziativa e aprire noi un conflitto generalizzato dentro e contro l’Europa dei potenti, senza aspettare un attacco generalizzato al movimento da parte del comando.
Vediamo infatti come la politica dell’Europa si vada sempre più omogeneizzando, nella politica estera così come in quella interna. Sono del tutto ininfluenti, ad esempio, i distinguo tra i diversi stati davanti all’accordo sostanziale tra tutti sulla necessità di una polizia globale e di una gestione multilaterale della guerra.
L’Europa politica che c’è, in questo modo non difende il vecchio modello sociale di cui va vantandosi senza alcun merito - gli unici che possono vantarsene sono i proletari europei che hanno imposto il Welfare con le lotte - ma difende l’impresa capitalistica europea all’interno della concorrenza globale. Essa si investe di una missione di polizia che nell’idea dei suoi governanti di sinistra e di destra è una missione civilizzatrice. L’Europa politica che c’è bombarda e uccide in Afghanistan e in Iraq, ma lo fa in accordo con tutti gli altri democratici governi, questa sembra essere l’unica differenza con gli USA. Ce n’è anche un’altra di differenza, anzi, e che consiste nell’ammantare la guerra di ideologie paradossali come la non-violenza, l’umanitarismo e la democrazia partecipativa: unitevi tutti al massacro, non-violenti di tutto il mondo!
Il multilateralismo non è una politica più democratica e umana, non è una politica che fa finire la guerra, non è una politica che accoglie le rivendicazioni della moltitudine, il multilateralismo è la politica globale della governance capitalistica e, in quanto tale, è la politica come guerra di polizia, la politica degli accordi di spartizione delle aree di influenza, è la politica nell’epoca della sussunzione reale della società sotto il capitale, è la politica che in Europa distrugge i centri sociali e fa fucilare i migranti che cercano di entrare nel suo spazio, è la politica che impone il precariato e che attacca ogni tentativo di ribellione allo sfruttamento, è la politica dei senatori dell’Impero. Questo è. Il multilateralismo è una politica nemica della moltitudine.
Al multilateralismo noi opponiamo un’altra molteplicità, gli opponiamo la libera moltitudine, la politica come quotidiana attività di liberazione di sé e di tutti dentro un processo di distruzione delle istituzioni statali a partire dai loro confini, quei confini che disegnano l’Europa come una fortezza rivolta contro uomini e donne che da ogni parte del mondo cercano di raggiungere i nostri paesi e di costruire, insieme a noi, una vita più ricca e più felice. Noi non vogliamo umanizzare la fortezza, non vogliamo partecipare in alcun modo alla repressione delle migrazioni, non vogliamo nemmeno partecipare a una politica che divide tra i buoni e i cattivi, tra i lavoratori docili e quelli disobbedienti: noi vogliamo sabotare i meccanismo di controllo. Noi vogliamo distruggere la fortezza.
Vogliamo anche dire, a proposito dei discorsi sulla democrazia in Europa che ogni giorno presidenti delle repubbliche, dei senati e delle camere ci dispensano dall’alto dei loro scranni, che non ci sembra granché democratico attaccare i quartieri abitati dai compagni e distruggere i loro centri sociali, non ci sembra democrazia parlare di diritti e costruire galere etniche, non ci sembra democrazia dire che bisogna fare qualcosa per i precari e manganellarli regolarmente quando chiedono reddito e dignità per tutti, specialmente non ci sembra democrazia porre continuamente dei limiti: tutto si può discutere ma fino ad un certo punto, oltrepassato il quale diventiamo dei criminali e dei violenti. La democrazia dell’Europa sta interamente da un’altra parte, in quella parte cioè che ogni giorno dà vita alla cooperazione sociale che permette all’Europa di essere l’Europa, sta nella volontà di decisione espressa dai comitati di Vicenza contro la base Nato e la guerra e sta nelle
assemblee studentesche della libera Atene che difendono il bene comune del sapere scontrandosi duramente con la polizia. La democrazia dell’Europa o è l’esercizio della libertà da parte di tutti per tutti o non è nulla, la democrazia europea è assoluta o non è.
Ci dicono i governanti di centrosinistra: lasciateci del tempo e faremo una politica socialdemocratica alla vecchia maniera, una bella iniezione di riformismo e keynesismo e vedrete che risultati... Ma la crisi che nei paesi del nord-Europa, quelli dove la socialdemocrazia è stata una cosa seria, si mostra come repressione e taglio alle spese sociali ci dimostra esattamente il contrario, lo dicevamo già anni fa e oggi lo ripetiamo con ancora maggior convinzione: il riformismo è impotente, la socialdemocrazia è un cadavere che cammina e non esiste gioco di prestigio in grado di dimostrare il contrario della realtà.
Come possono oggi i movimenti europei costruire una vertenza generale che inverta il processo di pauperizzazione e di precarizzazione della vita? Noi crediamo due cose a tal proposito: la prima è che non basta l’auto-rappresentazione del precariato, non basta agitare il simbolico per vincere una qualsiasi vertenza, figuriamoci la lotta del secolo. Per vincere la battaglia sul reddito, poi, i movimenti non hanno alcuna convenienza nel concentrarsi su lobby parlamentari che non ci pare abbiano alcuna intenzione di sfidare la governabilità per accontentare i precari. Nella lotta di classe nulla è stato mai regalato, ogni volta bisogna andare a prenderselo. E poi siamo chiari: così come per le odiose istituzioni dello Stato, noi siamo per la distruzione dello sfruttamento, non per una legislazione sui poveri e nemmeno per una legge che garantisca il reddito alle élites creative europee.
Le vertenze nei luoghi di lavoro, lo sappiamo bene, si vincono con i picchetti, con lo sciopero, con il sabotaggio e la distruzione del comando d’impresa. La lotta sul reddito si fa occupando case e centri sociali, con l’appropriazione diretta e il rifiuto del lavoro. Ma se i luoghi di lavoro sono le metropoli, se la fabbrica è sociale e diventa lo spazio urbano nella sua interezza, allora significa che vanno trovate, a livello europeo, forme locali che immediatamente risuonano con l’Europa delle lotte. Se il reddito e il salario sono minacciati ovunque in Europa, ovunque vanno fatte lotte di appropriazione, ovunque vanno organizzati scioperi metropolitani che blocchino la circolazione del valore - come si fa il salto della scocca nella metropoli? - ovunque bisogna sabotare il comando a partire dal disobbedire alle norme securitarie che stanno trasformando le nostre città in altrettanti luoghi di contenzione, ovunque vanno occupate le università e trasformate in fabbriche del comune.
Non c’è nessuna centralità di alcun soggetto particolare da esaltare, non c’è centralità dei migranti o della cosiddetta classe creativa, né operaia o dei ricercatori universitari. C’è il precariato come moltitudine, la quale non ha centro perché eccede perfino se stessa. C’è il comune che produce ed è prodotto dalla moltitudine: il comune viene da tutti e deve ritornare a tutti.
A partire dalla
manifestazione dei 200.000 a Vicenza abbiamo detto, come centri sociali, di immaginarci come il cuore delle mobilitazioni, mentre la testa che in quella occasione era il comitato contro la base in realtà sono tante teste, è l’idra della moltitudine che decide volta a volta obiettivi e pratiche di lotta. Vogliamo continuare a essere quel cuore e condividere i suoi battiti con tutti gli spazi liberi d’Europa, con tutte quelle persone che con generosità continuano ogni giorno a battersi per un’Europa libera e multicolore. La testa sarà sempre per noi costituita da coloro che a partire dalla loro vita, dal loro territorio e dai loro desideri produrranno il conflitto, costituendo il comune delle lotte, facendo moltitudine.
Siamo con la
resistenza di Ungdomshuset e con la
lotta del centro sociale Bruno di Trento, con gli studenti di Atene e con i banlieusards, con i migranti che si ribellano e con i precari che lottano contro il lavoro, con i comitati che lottano per i beni comuni e con gli operai che fischiano il sindacato. Noi siamo con la moltitudine perché siamo parte di essa.
Viva la Libera Moltitudine, Viva l’Autonomia.