11/9 e movimenti no war: cosa rimane 20 anni dopo

Dal No Dal Molin alle lotte climatiche: un punto di vista da Vicenza

11 / 9 / 2021

Nelle settimane passate, guardando le immagini del caotico ritiro delle truppe statunitensi e dei loro alleati dall’Afghanistan, tante/i hanno ripensato alle grandi manifestazioni contro la guerra che hanno attraversato il Pianeta nel primo decennio del nuovo millennio. In questi giorni in cui ricorre il ventennale dall’attacco alle Torri Gemelle al quale sono seguite le guerre in Afghanistan e  in Iraq, molti post e commenti hanno rivendicato ragioni tanto giuste quanto scontate, ma anche sottolineato quel senso di impotenza che prova chi, pur avendo tutte le ragioni dalla propria parte, non è riuscito a cambiare la traiettoria di scelte esplosive prese da alcuni governi per ribadire la propria supremazia globale, compiacere le lobby degli armamenti e assicurarsi l’accesso a risorse scarse.

Una mobilitazione di cui oggi si fatica a vedere le tracce, ma che poco meno di vent’anni fa portava in piazza milioni di persone in tutto il mondo per opporsi prima all’invasione dell’Afghanistan (nel 2001) e poi all’attacco all’Iraq (nel 2003), quando il New York Times definì il movimento pacifista la seconda potenza globale. La prima, ovvero gli Stati Uniti, impose comunque la propria prepotenza, con due guerre che, vent’anni dopo, hanno drammaticamente dimostrato quanto gravi siano le conseguenze dell’’esportare la democrazia’ in punta di baionetta.

Negli anni successivi, il movimento pacifista ha perso la capacità di una mobilitazione globale, ma una parte delle sue energie ha contribuito a esperienze territoriali che hanno rimesso in discussione l’apparato militare funzionale a queste e altre guerre. È il caso del movimento No Dal Molin, a Vicenza, che per alcuni anni ha coinvolto migliaia di persone nel contestare la scelta statunitense di costruire una nuova base militare all’ombra della Basilica Palladiana per ospitare la 173^ Brigata Aerotrasportata, ovvero il ‘pugno d’acciaio’ a stelle e strisce per controllare Africa e Medioriente. Ma anche delle mobilitazioni siciliane contro il MOUS, o quelle di Cameri contro la realizzazione degli impianti per la produzione degli F35; dell’opposizione alla presenza statunitense a Camp Darby e dell’orgogliosa difesa della propria terra da parte delle e dei cittadine/i sarde/i che da decenni vedono la propria isola trasformata in poligono militare.

Anche di queste eccezionali esperienze, oggi, si fatica a vedere segni tangibili nella nostra quotidianità e nelle discussioni dei movimenti. Eppure, a ormai più di dieci anni da quando queste mobilitazioni riaccesero il dibattito nazionale sulla guerra e sugli armamenti, appare un filo che ci porta fino all’oggi.  Pur usando una terminologia diversa, e spesso con un punto di vista parziale e limitato al territorio in cui si affermavano, quelle mobilitazioni hanno iniziato ad affrontare il nesso tra la guerra e la crisi climatica; un legame che allora appariva sfocato, ma che oggi si concretizza come uno dei nodi intorno ai quali riaprire una riflessione anche sugli armamenti e sui conflitti armati.

Nel primo decennio del XXI secolo la crisi climatica, per essendo già chiaramente riconosciuta tanto dalla scienza quanto dai movimenti, non era ancora percepita come l’emergenza che riconosciamo oggi.  Tuttavia, quelle mobilitazioni territoriali hanno approfondito la discussione su guerra, democrazia e beni comuni, avviando una riflessione che faceva dell’apparato militare non soltanto uno strumento di violenza verso altre popolazioni, ma anche un meccanismo di aggravamento della crisi climatica di cui oggi vediamo dispiegarsi i primi annunciati quanto devastanti effetti.

Ripartire dalle riflessioni che ci hanno lasciato sul nostro tavolo quelle esperienze rappresenta dunque una chiave di lettura utile ad affrontare le tante sfaccettature della crisi climatica. Che, come sappiamo, non è una questione puramente ambientale, ma investe anche le dimensioni sociale, economica e politica che caratterizzano le nostre comunità. E, in questo senso, la guerra, oltre a essere ripudiabile, è paradigmatica, perché il suo scatenarsi porta morte e distruzione, ma altera anche gli eco-sistemi e immette tonnellate di inquinanti nell’atmosfera, nell’acqua e nel suolo, oltre a consumare sproporzionate quantità di materie prime ed energia per la produzione di ordigni e armamenti.

La guerra è anche lo strumento per controllare e accaparrarsi risorse sempre più scarse in un Pianeta sempre meno vivibile, e per “difendere” chi vuole continuare a vivere senza mutare i propri consumi da chi vorrebbe sopravvivere fuggendo dalla siccità, dalle alluvioni, dalla desertificazione e dall’innalzamento del livello delle acque, oltre che da fame, carestie e persecuzioni.

La crisi climatica rappresenta oggi la più grande sfida che l’umanità abbia mai dovuto affrontare. Le guerre scatenate negli ultimi vent’anni ne sono parte, così come lo sono la corsa al riarmo che coinvolge tanti Paesi e la ricerca di soluzioni militari sempre più sofisticate per il controllo dei territori.

Se le ricorrenze hanno un senso, è quello di porci di fronte alle domande che esse, e le esperienze che quegli avvenimenti hanno generato, ci propongono. Vent’anni dopo l’avvio di un ciclo di guerre che, dietro l’etichetta della ‘lotta al terrore’, nascondeva soprattutto gli interessi delle lobby economiche e militari, e a distanza di più di un decennio da quelle mobilitazioni territoriali che hanno provato a indagare e riaffermare i nessi tra guerra, ecosistema, natura e risorse essenziali alla vita, può essere utile riprendere le chiavi di lettura che quei movimenti territoriali hanno prodotto, e che ben si rappresentavano nello slogan ‘Difendere la Terra per un futuro senza basi di guerra’. Beni comuni, democrazia, guerra: tre dimensioni che hanno molto a che fare con la giustizia climatica.

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