Le due transizioni: COP in Egitto, convergenza a Napoli

6 / 11 / 2022

Oggi inizia la COP27 a Sharm el-Sheikh, sponsored by Coca Cola. Non è un mistero che l’Egitto del Generale Al-Sisi sia in mano a un governo autoritario che ha messo sotto chiave una generazione. Un governo alleato delle petro-monarchie del Golfo, a loro volta tradizionali partner dell’Occidente nella regione, anche se le relazioni con gli Stati Uniti sono meno idilliache da quando Trump ha lasciato la Casa Bianca. Non è un segreto – e la campagna per la giustizia per Giulio Regeni ce l’ha sempre ricordato – nemmeno che l’Italia abbia stretti rapporti con l’Egitto attraverso ENI, che ha in concessione il giacimento di Zohr, la riserva di gas naturale più grande del Mediterraneo. Essendo queste le premesse, non c’è molto spazioper l’ottimismo in merito agli esiti della “transizione ecologica dall’alto” promossa dalle COP. D’altronde, la stessa ONU ha dichiarato che la lotta al cambiamento climatico portata avanti a suon di vertici, cifre e incentivi al settore privato non ha dato i risultati sperati.

Nel nostro angolo di mondo, invece, a Bologna il 22 ottobre e a Napoli il 5 novembre, si sono date appuntamento le forze della “transizione ecologica dal basso”. Mentre a Roma si teneva una grande manifestazione contro la guerra, ieri circa 10.000 persone hanno partecipato al corteo “Mo Bast’… Insorgiamo!” indetto dal Collettivo di Fabbrica GKN – che lunedì mattina probabilmente affronterà un tentativo di sottrazione di macchinari dalla fabbrica occupata –, il Movimento di Lotta Disoccupati “7 Novembre” e Fridays for Future Napoli. Gli organizzatori e le organizzatrici hanno sottolineato l’importanza di tenere questa iniziativa in una zona particolarmente segnata dalla disoccupazione strutturale, la precarietà del lavoro e la devastazione ambientale simboleggiata dalla Terra dei Fuochi: “Questo sistema ci scarica addosso fortissime contraddizioni: precarietà, sfruttamento, lavoratori poveri, smantellamento dei servizi essenziali, inquinamento, devastazione delle nostre terre. Nel Sud queste contraddizioni sono portate all'estremo e esacerbate dalla disoccupazione strutturale”. Presenti i sindacati di base – con un forte protagonismo della logistica –, il movimento climatico, i comitati territoriali e le organizzazioni studentesche. Diverse le azioni durante il corteo: bloccato l’ingresso del porto, sanzionati ENEL, Banco di Napoli, negozi di lusso e università per sottolineare la connessione tra giustizia sociale e ambientale.

Ma qual è la differenza tra le due transizioni ecologiche? Non si tratta semplicemente delle loro modalità d’azione: il vertice e la manifestazione sono solo le forme in cui si rivelano le loro diverse logiche. La transizione dall’alto è quella che resta interna ai paradigmi sistemici esistenti: capitalismo, patriarcato, colonialità, con la loro crescita infinita di produzione di merci e il loro sfruttamento differenziale del lavoro, marcato da profonde disparità al livello globale. Di conseguenza, i tentativi di decarbonizzazione ed elettrificazione proposti dai vertici climatici potranno (forse) ridurre le emissioni di CO₂ – anche se finora non ci sono mai riusciti – ma solo al prezzo di un insostenibile aggravarsi dell’estrattivismo e delle disuguaglianze, imposto con la spada di Damocle del ricatto occupazionale.

La transizione dal basso, invece, mantiene aperte le porte dell’alternativa sistemica e tesse convergenze tra territori e luoghi di lavoro per avanzare lungo le linee della redistribuzione globale della ricchezza, la riduzione dell’orario di lavoro e – soprattutto – la de-mercificazione della produzione e della natura. Come ci confermano anche i recenti sviluppi elettorali, questa opzione – per quanto in grado di massificarsi e costituire un reale elemento di rigidità contro le ristrutturazioni – resta per ora lontana da ambizioni egemoniche nel Nord Globale, dove in molti vedono l’esclusione dai diritti delle popolazioni del Sud Globale come un modo più “pragmatico” di difendere i propri interessi. Tuttavia, nel Sud Globale – e in America Latina in particolare – la dialettica conflittuale tra movimenti autonomi e sinistra elettorale mantiene una vitalità creativa che ci ricorda che la partita è ancora da giocare.

D’altronde, la crisi permanente dei nostri tempi pone più di un dubbio sull’effettivo realismo della transizione dall’alto. Si sa, per crescere bisogna inquinare, ma anche sul fronte economico c’è poco da rallegrarsi: l’inflazione aumenta, i tassi d’interesse pure, e sempre più paesi si preparano a una nuova recessione, con tutto ciò che questo comporta in termini di occupazione e salari reali. Nel dipanarsi delle diverse manifestazioni della crisi, è interessante notare una sorta d’inversione rispetto ai primi due anni di pandemia. Le restrizioni sanitarie avevano innescato un boom del Big Tech e della logistica, simboleggiato dalle fortune di Amazon, mentre i prezzi del petrolio avevano raggiunto minimi senza precedenti, entrando addirittura in territorio negativo negli Stati Uniti. Ma i vincitori della pandemia sono i perdenti della guerra e viceversa. Se a novembre 2021 le azioni Amazon valevano 183 dollari, oggi siamo a poco più della metà, 92 dollari. Invece Exxon aveva toccato il fondo a marzo 2020, a 33 dollari per azione, mentre oggi i suoi share vendono a 110 dollari. È la vendetta delle multinazionali oil & gas, che – se ieri erano alle corde – oggi raccolgono i super profitti causati dall’esplosione dei prezzi dei combustibili fossili scatenata dalla guerra in Ucraina.

Tuttavia, il posto di Jeff Bezos quale uomo più ricco del mondo e volto del capitalismo globale non è stato usurpato da un petroliere ma da Elon Musk, nuovo tycoon dei mezzi di comunicazione con l’acquisto e la ristrutturazione di Twitter, ma soprattutto emblema della mobilità “pulita”. Le virgolette sono necessarie, perché la decarbonizzazione ed elettrificazione promosse dal “capitalismo verde” restano basate su una produzione di mercato per il trasporto individuale e accelereranno quindi un’insostenibile corsa estrattivista alle materie prime, tutta interna all’attuale divisione neocoloniale del lavoro e della nocività. Per esempio, da più parti arrivano già allarmi sul divario tra l’offerta di rame e la domanda prevista per sostituire le auto a benzina con quelle elettriche. S&P Global, per esempio, avverte che: “La penuria [di rame] si aggraverà se lo sviluppo e l’utilizzazione delle miniere saranno ostacolati da perturbazioni dovute a scioperi dei lavoratori, proteste, attivismo ambientale, rivalità politiche interne, cambi di governo e conflitti e rinegoziazioni sui contratti che ritarderanno i progetti e gli investimenti”.

Se le società minerarie se la passano bene grazie alle aspettative di un nuovo commodity supercycle trainato dai tentativi di elettrificazione, lo stesso non si può dire dell’industria europea, colpita dai rincari energetici. È possibile una nuova ondata di chiusure di fabbriche simile a quella vista dopo la crisi finanziaria del 2008. Infatti, l’intuizione del Collettivo di Fabbrica GKN è stata proprio quella di far saltare il banco del ricatto occupazionale della transizione ecologica dall’alto, che già innumerevoli fabbriche ha fatto chiudere, chiedendo non di continuare a saccheggiare l’America Latina e l’Africa per le risorse minerarie, ma di creare un polo pubblico per la mobilità sostenibile, non mercificata, che avrebbe alla radice meno bisogno di materie prime. Sarà anche per questo che la GKN di Firenze è l’unico caso nella storia italiana (e di molti altri paesi) in cui la tentata chiusura di una fabbrica di qualche centinaio di lavoratori e lavoratrici – che hanno però riscoperto la vocazione a farsi processualmente “classe universale” affidatagli a suo tempo da Marx – riesce a portare in piazza decine di migliaia di persone.

Ma non si tratta di una lotta isolata. Il caro vita in Occidente si sente soprattutto per quanto riguarda l’energia. L’andamento erratico dei prezzi del gas ha infatti contribuito a un’inflazione che in Europa sta raggiungendo la doppia cifra. Con i prezzi aumentano gli scioperi, per esempio nel Regno Unito e in Francia, dove si sono visti anche importanti tentativi di convergenza con i movimenti territoriali e climatici. Nel Sud Globale, invece, il caro vita sta avendo un duro impatto anche per quanto riguarda la sicurezza alimentare, compresa quella idrica. Il Food Price Index della FAO è passato da 98 punti nel 2020, a un picco di 160 nel marzo 2022, per poi scendere a 136 – comunque un aumento del 39% rispetto a due anni fa. Complice di questa tendenza è l’aumento del prezzo dei fertilizzanti, d’altronde gli azotati si fanno col gas. A ciò si è aggiunto il caos nelle filiere di produzione e trasporto del grano, di cui Russia e Ucraina sono tra i maggiori produttori mondiali. Di fronte agli impatti devastanti della crisi alimentare, nel corso di quest’anno abbiamo già visto manifestazioni di massa e rivolte in moltissimi paesi tra cui Perù, Ecuador, Panama, Sri Lanka, Sierra Leone, Indonesia e Tunisia.

L’acuirsi del ricatto del reddito, in particolare per quanto riguarda energia e alimentazione, costituisce una pressione antiambientalista che imprese e governi accompagnano più o meno volentieri. I vari progetti ad alta nocività vengono come sempre giustificati con l’idea che, di fronte alla crisi economica, bisogna pensare prima di tutto alla crescita. Non che quest’ultima si sia fatta molto vedere ultimamente, essendo che il Pil pro-capite italiano non è mai tornato ai livelli del 2007-08. Ma se non si vuole morire di freddo, bisogna bruciare il carbone, alla bella faccia degli accordi COP sulla riduzione delle emissioni. O così ci dicono, siccome non si vedono grandi volontà di accelerare la creazione di comunità energetiche basate sulle rinnovabili e di tassare i superprofitti di compagnie energetiche e banche (dovuti questi al rapido aumento dei tassi d’interesse) per rafforzare il welfare. Data la crisi, infatti, le aziende hanno bisogno di manodopera a basso costo e la spesa sociale rende più difficile ridurre i salari reali e aumentare la precarietà, di qui la campagna mediatica contro il Reddito di Cittadinanza. Insomma, nella transizione dall’alto “reale”, ci toccano sia i tagli al welfare che il carbone. Ma, come indica il processo che durante questo autunno da Firenze ha portato la convergenza a Venezia, Bologna e Napoli, uno dei molti “Sud” del pianeta, è possibile immaginare e praticare un’alternativa che tragga forza dalle lotte innervate nei luoghi di lavoro e nei territori.

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