Un Editto di Sofia Prodi lo ha emanato, altroché, ma a differenza di quello di Berlusconi non è diretto a ottenere l’esclusione di qualche giornalista poco gradito bensì è rivolto contro una intera comunità di cittadini che si rifiuta alla militarizzazione della propria vita e più in generale contro l’intero ciclo di lotte moltitudinarie che negli scorsi anni ha animato uno dei più potenti movimenti No War del Novecento. L’Editto dice che Vicenza deve diventare una fortezza militare americana e che non si ammettono discussioni.
Di fatto i comitati vicentini, l’Assemblea Permanente contro il Dal Molin, tutti i pacifisti, sembra non abbiano intenzione di imbastire alcuna discussione fumosa ma agiscono e costruiscono resistenza, producono soggettività e embrioni di autogoverno, si fanno dispositivo cooperante della decisione sulla propria vita: si pongono come soggetto autonomo contro lo Stato della governance.
Il movimento è il motore della crisi di questo Stato, in quanto si produce come insubordinazione, disobbedienza, antagonismo. Questo è il nodo irriducibile che Prodi & company hanno di fronte. Il problema dei movimenti è invece costituito dal riuscire a sperimentare oggi tutte le forme tramite cui moltiplicare la crisi politica che il comando stesso riproduce – altro che “piccole problematiche urbanistiche”: bloccare l’attacco di Sofia alla moltitudine e rimandarlo al mittente moltiplicato per mille!
Elementi di "programma" del movimento, da Vicenza a ovunque, diventano immediatamente la riappropriazione del comune, ovvero della cooperazione biopolitica in cui si svolge la vita sociale e produttiva contro i tentativi di esproprio e di sovradeterminazione che lo Stato-guerra cerca di imporre alla moltitudine, significa cioè continuare a disarticolare il piano della governance attraverso l’esercizio del comune; la rottura del dispositivo di controllo che l’Impero, nelle sue determinazioni nazionali, distende all’interno dei territori e di contro sviluppare e espandere il concatenamento tra bisogni e lotte biopolitiche che vadano oltre ogni "politica partecipativa" (che, con buona pace della sinistra-radicale-di-governo, Prodi ha escluso in questo caso: neanche uno straccio di finzione!); infine organizzare l’indignazione, cioè rendere potenti quelle passioni che si stanno vivendo nel vicentino e oltre, quelle che vediamo negli occhi delle persone “comuni” indignate dal tradimento e dall’arroganza del comando, il che significa produrre ribellione e decisione, organizzare la forza della democrazia contro la corruzione del potere, significa liberare Vicenza e tutti noi dalla morsa schifosa della guerra.
A Vicenza nessuna base di guerra: solo basi del comune!