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16/10/06, fonte "Corriere della sera"
Sergio Romano. La base americana di Vicenza: meglio chiuderla
Nella rubrica delle lettere del Corriere della Sera Sergio Romano, rappresentante alla NATO (1983-85) dal settembre 1985 è stato ambasciatore a Mosca, durante i cruciali anni della perestrojka, fino al momento in cui si è dimesso dalla carriera diplomatica, nel marzo 1989, risponde a un lettore sulla vicenda Dal Molin. Una risposta chiara e netta, senza ambiguità e, per molti aspetti, sorprendente...
Recentemente gli Stati Uniti, al fine di potenziare la loro base militare in Veneto, hanno stanziato trecentoventidue milioni di dollari, in parte per realizzare nuove strutture all’interno della base e in parte in opere a favore della città di Vicenza. Sarebbe un bel colpo di fortuna per l’economia vicentina in quanto oltre a impiegare imprese locali per la realizzazione delle opere vedrebbe alla fine anche aumentate le maestranze italiane, ora settecentoquarantaquattro, che operano all’interno della base stessa. In alternativa all’ampliamento gli americani sarebbero costretti a trasferire la base in altra nazione. Le autorità vicentine naturalmente non possono che vedere positivamente il progetto ma, e qui le dolenti e anacronistiche note, l’estrema sinistra, i Verdi e i pacifisti si oppongono. L’indubbio benessere che ne deriverebbe per la comunità a loro non interessa, loro sono per la pace, odiano le armi e, purtroppo sono così miopi da non vederle quando a usarle sono i loro fratelli di pensiero. Certamente ai nostri pacifisti sarebbe più gradito trasformare l’attuale base militare in deposito ove accatastare mazze, bulloni, bottiglie incendiarie, estintori e quant’altro necessario per dare eclatanti esempi di inciviltà nell’assaltare le Forze dell’Ordine o nel devastare le città. Forse, a pensarci bene, a questi benpensanti qualche mesetto nei centri di rieducazione cinesi non farebbe poi tanto male. Leonardo Cecca, Gazzola (Pc)
Risposta di Sergio Romano
Caro Cecca, non occorre essere Verde o pacifista per avere qualche dubbio sull’opportunità delle basi americane in Italia. Gli Stati Uniti non sono un Impero, nel senso tradizionale della parola, e hanno smesso di acquisire nuovi territori sin dalla guerra ispanoamericana del 1898. Ma hanno creato nel mondo una fitta rete di installazioni militari che godono di una sostanziale extraterritorialità e sono quindi pressoché interamente sottratte alla giurisdizione dello Stato in cui sono collocate. Ne avemmo una prova quando i piloti responsabili della tragedia del Cermis, in cui perdettero la vita venti persone, vennero processati negli Stati Uniti ed ebbero pene modeste. E ce ne siamo accorti recentemente quando abbiamo appreso che la base di Aviano sarebbe stata una tappa nel «viaggio di trasferimento» di Abu Omar verso l’Egitto dopo il suo rapimento in una via di Milano. Queste basi risalgono agli anni della guerra fredda e rispondevano, nel momento in cui vennero create, a un interesse comune. L’Italia era una marca di frontiera, a poche centinaia di chilometri dal sipario di ferro, ed era naturale che il suo governo offrisse all’alleato maggiore l’uso del territorio nazionale per le esigenze della sua sicurezza. Oggi, dopo il crollo dell’Urss e dell’impero sovietico in Europa centro- orientale, le basi sono al servizio di una strategia politico- militare che l’Italia potrebbe non condividere. So che rappresentano per la gente del posto una fonte di reddito. Assumono personale civile, acquistano beni e servizi, appaltano lavori di costruzione e manutenzione, contribuiscono alla prosperità della regione. Ma non credo che uno Stato sovrano abbia interesse a cedere una parte del proprio territorio per attività su cui, in ultima analisi, non può esercitare alcun controllo. E credo che vi siano beni, nella vita di un Paese, che non possono essere misurati con il metro del denaro. Esiste del resto un caso recente in cui è stata fatta, a mio avviso, la scelta giusta. Quando è stato eletto alla presidenza della Regione Sardegna Renato Soru ha detto che si sarebbe impegnato per la chiusura della base americana della Maddalena. Vi sono stati contatti del nostro ministro della Difesa con il segretario Donald Rumsfeld e gli americani hanno accettato di andarsene. Mi piacerebbe che la stessa cosa accadesse a Vicenza. * fonte: "Corriere della Sera"
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